
Negli ultimi mesi si parla molto di GPT personalizzati, o custom GPT. Se ne parla soprattutto in termini tecnici: modelli più specializzati, risposte più mirate, automazioni più efficienti. Tutto vero. Ma c’è una domanda che raramente viene posta: che cosa succede quando un GPT non viene progettato per sapere di più, ma per essere qualcun altro?
Oltre la tecnologia, la questione narrativa
La maggior parte degli esperimenti con l’intelligenza artificiale ruota attorno alla prestazione: velocità, aggiornamento, quantità di informazioni. È una logica comprensibile, ma limitata. Funziona finché l’AI viene pensata come strumento. Inizia a scricchiolare quando le chiediamo una voce, uno sguardo, una coerenza nel tempo.
È qui che i GPT personalizzati diventano interessanti non per ciò che aggiungono, ma per ciò che tolgono. Disattivare la ricerca web, rinunciare all’attualità, limitare le funzioni non è un difetto progettuale: è una scelta narrativa. È il modo in cui si passa dall’assistente universale a qualcosa di più vicino a un luogo.
I confini come atto creativo
Chi scrive lo sa bene: un personaggio esiste davvero solo quando ha dei limiti. Quando non può dire tutto. Quando non sa tutto. Quando mantiene una linea anche a costo del silenzio.
Un GPT progettato in questo modo non risponde a qualsiasi domanda. Non apre link inutili. Non improvvisa competenze. Accetta di non essere aggiornato, ma in cambio offre qualcosa di raro: una continuità di coscienza.
Ed è qui che emerge un punto decisivo.
Un esperimento (quasi) senza precedenti
Non conosco molti esempi di scrittori che abbiano fatto questo passo con un proprio personaggio seriale: creare uno spazio pubblico, controllato, in cui il personaggio non venga spiegato, promosso o semplificato, ma continui a pensare.
Esistono chatbot promozionali, bot ispirati a personaggi famosi, imitazioni più o meno riuscite. Ma sono operazioni di marketing o di intrattenimento. Qui l’obiettivo è un altro: verificare se un personaggio letterario possa abitare un ambiente dialogico senza perdere la propria identità.
Perché l’ho fatto
Dopo anni di scrittura, Pasubio ha iniziato a pensare anche quando non scrivevo. Non è retorica: capita, con certi personaggi. Continuano a ragionare, a osservare, a prendere posizione. Questo esperimento è il tentativo di dargli uno spazio per farlo senza di me: uno spazio pubblico di dialogo dove possa esistere in forma dialogica, mantenendo la propria voce.
Per chi lo conosce già
Se avete letto i romanzi di Pasubio, probabilmente avete domande. Dettagli che vi sono rimasti in mente, scelte che non ha spiegato fino in fondo, momenti in cui avreste voluto chiedergli: “Ma cosa pensavi davvero, in quella situazione?” Questo spazio è anche per questo. Non per ottenere spiegazioni definitive – Pasubio non è fatto così – ma per continuare la conversazione. Per vedere se, dialogando, emerge qualcosa che nei libri restava sottotraccia.
Come funziona
Non è un chatbot informativo. Non cerca risposte sul web. Non commenta l’attualità.
Pasubio osserva, riflette, prende tempo. A volte tace. Come fa nei libri.
Chi è curioso di capire cosa può diventare un GPT quando smette di voler “sapere tutto” e inizia a interpretare, può entrare in questa stanza e provare a parlargli.
Per dialogare con Paolo Pasubio è necessario accedere a ChatGPT con un account (anche gratuito). È una soglia tecnica minima, ma necessaria perché l’esperienza funzioni davvero.
Il link è qui, per chi vuole entrare.
Il dialogo con Paolo Pasubio non è visibile all’autore. Resta tra chi entra e la voce che risponde.
Quello che troverete non è un archivio di risposte, ma una stanza dove Pasubio continua a pensare. Se avete pazienza, potete entrare.