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Facce da Meeting

Il Meeting è finito da qualche giorno, e come sempre, appena chiuse le porte della Fiera, arriva il momento in cui si prova a mettere ordine tra le fotografie, i volti, gli abbracci raccolti in una settimana. È da qui che nasce questo articolo, corredato dalle foto di tutti gli amici incrociati quest’anno tra gli stand – vecchi compagni di strada e volti nuovi, ritrovati o conosciuti per la prima volta. Ma più che raccontarvi chi ho incontrato, oggi vorrei provare a rispondere a una domanda che mi accompagna da quarantasette anni, e che ogni edizione mi ripropone con una forza nuova: cos’è, davvero, il Meeting?

Un nome che oggi suona profetico

Il titolo completo della manifestazione – Meeting per l’amicizia fra i popoli – non è mai stato così carico di senso come quest’anno. Quando nacque, nel 1980, il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: l’Occidente da una parte, l’Unione Sovietica e i suoi satelliti dall’altra. Un mondo pericoloso, certo, ma in fondo più semplice da leggere: dentro ciascun blocco, i popoli si sentivano fratelli, cooperavano, si sostenevano a vicenda, anche solo per interesse comune di sopravvivenza.

Oggi quello schema è saltato. Ogni Stato, ogni superpotenza, sembra andare per conto proprio. Le alleanze di un tempo si sono allentate, quando non sgretolate; l’interesse particolare del singolo Paese prevale sempre più spesso su qualsiasi visione condivisa. Homo homini lupus, avrebbe detto Plauto – e più vicino a noi, Hobbes: l’uomo lupo per l’altro uomo. Un mondo frammentato, dove la fiducia reciproca tra i popoli sembra un lusso che nessuno può più permettersi.

In questo scenario, il nome scelto quarantasette anni fa da un gruppo di giovani cattolici – colpiti dall’esperienza di don Luigi Giussani – suona quasi profetico. Non pensarono a un convegno per addetti ai lavori, né a un’iniziativa confessionale chiusa in sé stessa. Pensarono a un luogo aperto a tutti, credenti e non credenti, dove mettere a tema ciò che accomuna ogni cuore umano, amico o nemico che sia. Perché – questa è la loro intuizione, ed è la mia convinzione di ogni anno – le forze profonde che muovono i popoli sono le stesse che muovono il cuore di ogni singolo uomo.

L’origine comune delle grandi e delle piccole storie

Ci ho pensato molto, in questi giorni: la storia è fatta dalle azioni degli uomini, e le grandi tensioni che attraversano un popolo – la ricerca di giustizia, di pace, di potere, di appartenenza – non sono altro che le stesse domande di senso che abitano l’animo di ciascuno di noi, singolarmente. Non c’è una storia “grande” fatta di popoli e nazioni e una storia “piccola” fatta di persone: c’è un’unica storia, e il motore che la muove è, in fondo, sempre lo stesso – l’attesa di compimento, di verità, di felicità che ciascuno porta dentro. Quando il cuore di un uomo si risveglia, attraverso un incontro che conta davvero, cambia anche il modo in cui quell’uomo abita la realtà, e con lui cambia – piano, spesso invisibilmente – anche il tessuto della società che lo circonda.

Ed è per questo che nessun grande cambiamento collettivo, nessun movimento storico duraturo, può fare a meno di una coscienza personale ridestata e di una responsabilità che parte dal singolo. Non è un’utopia romantica: è, semmai, l’unica strada realistica che ho visto funzionare, in quarantasette anni di storie ascoltate su questo palco.

Un anno che ha reso tutto questo ancora più chiaro

Quest’edizione, in particolare, mi pare abbia detto questo con una forza rara. L’ho scritto già nei giorni scorsi: l’apertura con Roseline Hamel e Nadia Kermiche – sorella della vittima e madre di uno dei carnefici della strage di Rouen, l’una accanto all’altra sullo stesso palco – è stata la dimostrazione più nuda di come un dolore capace di distruggere due famiglie e insieme due popoli (la Francia e la galassia jihadista da cui proveniva l’attentatore) possa, attraverso un incontro personale, trasformarsi in un cammino di riconciliazione. Non un discorso sulla pace tra i popoli: un incontro tra due donne che, guardandosi negli occhi, hanno reso possibile qualcosa che sembrava impensabile.

E poi, certo, la visita di Papa Leone XIV, che rimarrà nella storia di questa manifestazione. Le sue parole, alla luce dell’enciclica Magnifica Humanitas, hanno offerto – è stato detto dal palco, ed è quello che ho sentito anch’io ascoltandole – un approfondimento sorprendente rispetto al verso dantesco che ha dato il titolo a questa edizione: un invito a vivere il futuro come una promessa e non come una minaccia, proprio nel momento storico in cui la tentazione della minaccia reciproca sembra prevalere ovunque.

I numeri di questa 47ª edizione raccontano, a modo loro, la stessa storia: quasi 900mila presenze, 150 incontri, 13 mostre, 13 spettacoli, 3.300 volontari che si sono spesi gratuitamente per una settimana. Cifre che non dicono nulla, da sole – ma che diventano eloquenti se si pensa a ciascuna di quelle presenze come a un cuore che, per qualche ora, si è messo in ascolto di un altro cuore.

Quello che mi porto a casa

Ecco cos’è per me il Meeting, in fondo, ogni singolo anno: il luogo dove posso fare memoria di ciò per cui sono fatto, e insieme di ciò di cui è fatto chi mi sta accanto – il vicino di pianerottolo, di paese, di città, di scrivania, di confine, di religione. Un luogo dove la parola “amicizia fra i popoli” smette di essere uno slogan diplomatico e torna a essere quello che era all’inizio: la scommessa che l’umano, quando si incontra davvero, è più forte di ogni frattura.

Le facce che vedete in questo articolo sono la prova più semplice e più vera di questa scommessa. Amici di una vita, amici ritrovati dopo un anno, amici conosciuti per la prima volta proprio in questi giorni. Ognuna di queste facce, per me, è un piccolo pezzo di quella stessa storia comune di cui parlavo – la storia che si scrive insieme, un incontro alla volta.

Arrivederci al 2027, con un titolo che è già una direzione da seguire: Pionieri coraggiosi per custodire l’umano.

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Meeting di Rimini 2026: l’ultimo giorno, tra amore, mostre e la festa che chiude un’edizione storica

26 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

C’è un momento, ogni anno, in cui il Meeting cambia aria. Non è un cambiamento che si vede, è qualcosa che si respira: fin dalla mattina, ieri, quel velo di leggera tristezza che cala sempre quando una cosa bella sta per finire aveva già avvolto i padiglioni, i corridoi, i volti dei volontari con le loro magliette ormai stropicciate da sei giorni di lavoro. Si sente nei saluti che si allungano, negli sguardi che si trattengono un secondo di più. È la sesta giornata, l’ultima, e con lei arriva sempre lo stesso pensiero: quanto in fretta passa il tempo, quando è pieno di senso.

Imparare ad amare

Ho aperto la mia giornata con un incontro che mi ha toccato da vicino: Imparare ad amare, con Matteo Bussola, scrittore, illustratore e fumettista, e Mariolina Ceriotti Migliarese, medico neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, moderati da Marco Ferrari, preside dei Licei Malpighi di Bologna. Il tema era tra i più delicati che si possano affrontare con i giovani: come si educa un sentimento che chiede insieme dedizione e libertà, in un tempo in cui i ragazzi cercano l’amore ma faticano a capirlo, sospesi tra il bisogno di legame e la paura di perdersi nell’altro. Bussola ha portato lo sguardo di chi racconta storie, Ceriotti Migliarese quello di chi ogni giorno ascolta il disagio e la fragilità dei più giovani nel suo lavoro clinico. Un dialogo che non ha offerto ricette, ma ha restituito la complessità – e insieme la bellezza possibile – di imparare ad amare senza possedere.

Non solo Dante, tra le mostre itineranti e l’inferno nel cuore

Il secondo incontro a cui ho assistito è stato, in un certo senso, la chiusura naturale di un filo che ha attraversato tutta questa edizione dedicata al verso dantesco che dà il titolo al Meeting: Non solo Dante. Viaggio tra le mostre itineranti e «L’inferno nel cuore», curato da Fondazione Spazio Dante ETS e Segni del Vero APS. Sul palco, Franco Nembrini, docente e pedagogista che di Dante ha fatto una missione di vita, e don Gabriele Vrech, sacerdote ed educatore, in dialogo con i ragazzi protagonisti delle mostre itineranti Dante Profeta di Speranza e con i giovani attori della Compagnia Profumo di Cielo di Desenzano del Garda, che hanno regalato al pubblico una performance dal vivo.

Il racconto ha ripercorso un cammino che in questi mesi ha attraversato diverse città italiane, dove centinaia di ragazzi hanno riconosciuto nei versi della Commedia l’espressione della propria domanda di significato – la sete di felicità, il bisogno di una guida – per poi proseguire fino all’Innominato manzoniano, dove l’incontro con Lucia e l’abbraccio del cardinal Borromeo rivelano l’Incarnazione come risposta a quell'”inferno nel cuore” che ciascuno, in fondo, porta con sé. Un incontro fatto di testimonianze e di una breve meditazione teatrale, per scoprire ancora una volta – proprio nell’ultimo giorno di questa edizione – che l’amore che muove il sole e le altre stelle continua a muovere chi non si rassegna.

Seminare il futuro

Ho poi dedicato un po’ di tempo alla mostra Seminare il futuro, allestita nel Padiglione Internazionale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Un percorso immersivo che parte da una domanda semplice – da dove arrivano davvero il caffè che beviamo ogni mattina o il cacao da cui nasce il cioccolato – per raccontare, attraverso installazioni, contenuti audiovisivi e una serra dedicata proprio a queste due colture, il legame profondo tra uomo e natura e il lavoro della Cooperazione italiana a sostegno di un’agricoltura più sostenibile e di filiere agroalimentari resilienti, con un’attenzione particolare al continente africano. Un viaggio dalle piantagioni alle comunità che le coltivano, fino ai progetti che promuovono partenariati pubblico-privati e tutelano l’ambiente: un futuro, si diceva tra le sale della mostra, che come un seme dev’essere coltivato, curato e costruito insieme.

La festa finale

E poi, alle 21.30, il momento che chiude sempre il Meeting nel modo più giusto: la festa finale, quest’anno con il concerto della Sbadaband, con Matteo Scelsa, Claudio Sama, Donato Maccapani, Lorenzo Gabellini, Daniele Scarpellini e Agnese Taioli.

Un grande finale all’insegna della musica e dell’energia, in cui il pubblico – come sempre in questo formato che negli anni ha conquistato persone di ogni età – è diventato protagonista, cantando insieme i successi più amati della canzone italiana, tra classici d’autore e brani contemporanei. Ritmi travolgenti alternati a momenti più intimi e sospesi, entusiasmo, sorrisi, canzoni cantate a squarciagola sotto il cielo di fine agosto: la festa che chiude ogni edizione, e che quest’anno aveva il sapore particolare di salutare un Meeting che ha attraversato, tra le altre cose, la storica visita di un Papa.

I numeri di un’edizione storica

Il comunicato stampa diffuso dal Meeting racconta, nei numeri, quello che questi sei giorni sono stati davvero. Il presidente Bernhard Scholz ha chiuso la 47ª edizione ricordando le parole con cui Papa Leone XIV ha ribadito il compito storico del Meeting: essere «un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». Rimarrà nella storia, ha detto Scholz, proprio la visita del Santo Padre, accolta con una gratitudine che è insieme quella di essere stati capaci di accogliere e quella – forse ancora più profonda – di essersi sentiti accolti da lui.

Il tema di quest’anno, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, ha ispirato convegni, mostre, spettacoli, confronti e dialoghi informali, portando un messaggio che resta come eredità di questi giorni: è possibile affrontare le sfide del nostro tempo e costruire la pace dialogando, mettendosi alla ricerca del vero e del giusto, senza censurare nulla. E i numeri di questa edizione parlano da soli: 900mila presenze, 150 incontri, 13 mostre, 13 spettacoli, la dedizione di 3.300 volontari, spazi come il Villaggio Ragazzi Yoga e l’Enel Sport Village che hanno accolto migliaia di bambini e ragazzi per tutta la settimana – tutto reso possibile dal contributo dei donatori e dei main partner, Intesa Sanpaolo e Generali Cattolica. Le riflessioni di questi sei giorni, si legge ancora nel comunicato, hanno trovato un approfondimento inaspettato alla luce dell’enciclica Magnifica Humanitas e del discorso del Santo Padre, le cui parole aprono un orizzonte ampio sul nostro impegno per un futuro vissuto come “una promessa, non una minaccia”.

Arrivederci al 2027

E così, come ogni anno, il Meeting annuncia già il proprio futuro. La 48ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli si terrà dal 20 al 25 agosto 2027, con un titolo che è già una direzione da seguire: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”.

Chiudo qui questa serie di racconti da Rimini 2026, con la musica del concerto ancora nelle orecchie e il pensiero già rivolto a un titolo che, come ogni anno, promette di dare da pensare per mesi. Grazie a chi mi ha seguito giorno dopo giorno in questo viaggio: ci ritroveremo qui, ancora una volta, dal 20 al 25 agosto 2027.

Alla prossima, ancora da Rimini.

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Meeting di Rimini 2026: penultima giornata, tra Diotima, un amore antico e le stelle

25 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

Il Meeting volge ormai verso la fine, e questa penultima giornata l’ho vissuta quasi interamente immerso nella bellezza: quella raccontata da Platone duemilaquattrocento anni fa, e quella custodita nelle mostre che ho visitato nel pomeriggio. Un filo, in realtà, le lega tutte: lo stesso filo che dà il titolo a questa edizione.

Ecco vedrà d’un tratto la bellezza eterna

Alle 15 ho assistito al reading dal Simposio di Platone, curato da Zetesis, con l’elaborazione del testo di Mariapina Dragonetti, Lucia Prestipino e Giulia Regoliosi, la regia di Cristina Milesi e le voci di Roberto Longo, Letizia Antonini, Samuele Giuliani ed Emanuele Sclarandi, accompagnate dal flauto di Silvia De Frè.

Il “ridotto” – come lo hanno chiamato gli stessi curatori – metteva in scena il racconto che Apollodoro fa all’Amico del simposio a casa di Agatone: gli elogi ad Amore pronunciati da Fedro, Erissimaco, Aristofane e Agatone, fino al confronto serrato tra Socrate e Agatone, e poi al racconto che Socrate fa del proprio dialogo con la sacerdotessa Diotima. È lei, nella messa in scena, a condurre Socrate – e con lui il pubblico – a rivedere tutto ciò che credeva di sapere sull’amore: non un dio perfetto e bello, ma un demone a metà strada fra il mortale e l’immortale, figlio di Poros e Penia, sempre bisognoso e sempre in cerca. Un amore che non possiede la bellezza, ma la desidera; e che proprio per questo può farsi scala – dai corpi belli alle anime belle, dalle anime belle alle belle azioni e istituzioni, fino a quella bellezza “che sempre è, e non nasce né perisce” di cui parla Diotima nel momento più alto del dialogo.

Chiudeva la rappresentazione l’arrivo di Alcibiade, ubriaco e tracotante, con il suo elogio paradossale di Socrate – il sileno che nasconde dentro sé statuette d’oro – e la confessione di essere stato “morso” dai discorsi del filosofo. Un finale che lascia la domanda aperta più che chiusa: come nota l’Amico nel testo, è “una questione di libertà” saper percorrere fino in fondo la scala intravista.

Difficile non pensare, ascoltando quelle parole, al verso dantesco che dà il titolo a questa edizione: prima ancora di Dante, un uomo pagano si era già chiesto se esistesse un amore capace di muovere ogni cosa verso l’alto.

Le mostre del pomeriggio

Terminato il reading, mi sono dedicato alle mostre rimanenti, tra cui quattro che mi hanno colpito in modo particolare.

A Tale of Love and Fate – La storia di Beren e Lúthien racconta, attraverso tavole in bianco e nero realizzate da un gruppo di appassionati di Tolkien, la storia d’amore tra l’uomo mortale Beren e l’elfa Lúthien. Come spiegano i curatori, narrare oggi questa fiaba antica in un mondo piagato da crisi e guerre è un invito a interrogarsi se esista ancora un Amore capace di “muovere il sole e le altre stelle” – la stessa domanda che attraversa l’intera edizione.

Wonder Bound – Incantati dalla meraviglia, nata dalla collaborazione tra la Specola Vaticana, la Johns Hopkins University e lo Space Telescope Science Institute, espone dodici pannelli con alcune delle immagini più spettacolari catturate dai telescopi Hubble e James Webb – tra cui gli iconici Cosmic Cliffs – commentate dagli scienziati che hanno condotto quelle ricerche. Un percorso che celebra il senso di meraviglia e la tensione alla scoperta che spingono l’uomo a guardare verso l’alto, letteralmente, verso le stelle del titolo.

Molto intensa anche la mostra dedicata all’Ecce Homo di Antonello da Messina, la piccola tavola – appena venti per quindici centimetri – recentemente acquisita dallo Stato italiano dopo una lunga permanenza in collezioni private. Dipinta su entrambi i lati tra il 1460 e il 1465, raffigura da una parte il Cristo della Passione, il volto rivolto verso chi guarda in un dialogo silenzioso che annulla ogni distanza, e dall’altra un San Girolamo penitente. Un’opera nata per la devozione privata, che oggi torna finalmente visibile al pubblico.

Ho chiuso il giro con la mostra dedicata a Clare Crockett, la giovane suora dell’Ordine delle Serve del Focolare della Madre, morta a trentatré anni nel terremoto che colpì l’Ecuador il 16 aprile 2016. “Avevo tutto quello che il mondo dice che ti rende felice, ma dentro ero vuota. Solo quando ho incontrato Cristo ho capito cos’è la vera gioia”: parole sue, raccontate attraverso l’abbondante materiale video e fotografico raccolto dai curatori, che hanno scelto di lasciare che fosse lei stessa, quasi “in diretta”, a narrare la propria storia.

Un solo filo

Guardando indietro a questa giornata, mi colpisce quanto tutto – Diotima e la sua scala verso il bello, Beren e Lúthien, le stelle di Hubble e Webb, il volto silenzioso dell’Ecce Homo, il sorriso di Clare Crockett – torni sempre alla stessa domanda che il titolo di quest’anno pone fin dall’inizio: esiste un amore capace di muovere davvero ogni cosa? Ogni voce ascoltata oggi, a modo suo, ha provato a rispondere di sì.

Domani si chiude questa 47ª edizione. Ve ne racconterò nel prossimo articolo.

A presto, ancora da Rimini.

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Meeting di Rimini 2026: mostre, ferite del mondo e l’età dello tsunami

24 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

Ci sono giornate al Meeting che sembrano fatte apposta per tenere insieme registri lontanissimi tra loro: la contemplazione silenziosa di una mostra e il fragore di un dibattito geopolitico, la biografia di una mistica del Novecento e le domande molto concrete di un genitore che non sa più come parlare a suo figlio dodicenne. La giornata di lunedì 24 agosto è stata così: un continuo passaggio di registro, tenuto insieme dallo stesso filo di sempre, quello di un titolo – “L’amor che move il sole e l’altre stelle” – che continua a chiedere, sotto forme diverse, se esista davvero una forza capace di orientare le cose.

Tre volti, tre modi di cercare Dio

Ho dedicato il pomeriggio e la sera a un giro tra le mostre, che quest’anno – come sempre – restituiscono in immagini e pannelli quello che i convegni faticano a dire con le parole. Mi hanno colpito in particolare tre percorsi molto diversi tra loro, ma accomunati da uno stesso filo: quello della ricerca interiore.

“Madeleine Delbrêl. Strade di città, sentieri di Dio” racconta la vicenda di una figura poco conosciuta in Italia ma straordinaria: poetessa, scrittrice, assistente sociale, mistica – si definiva lei stessa “missionaria senza battello” – vissuta in Francia tra il 1904 e il 1964. Il cardinal Martini la definì una delle più grandi mistiche del Novecento, e Papa Francesco l’ha proclamata venerabile nel 2018. Colpisce, ripercorrendo la mostra, la sua capacità di tenere insieme cose che sembrano opposte: l’assoluto di Dio e la prossimità concreta verso ogni persona, un’obbedienza che accetta il rischio della sottomissione ma che è insieme coraggiosa e intraprendente, un umorismo che non si prende sul serio pur prendendo sul serio Dio.

Tutt’altro registro, ma stessa intensità, in “Søren Kierkegaard. L’amore, la nascita, il silenzio, la gioia”, che ripercorre l’itinerario filosofico-esistenziale del pensatore danese attraverso gli occhi di un suo lettore d’eccezione, il giovane pittore paesaggista Johan Thomas Lundbye. È un espediente che funziona: la figura del lettore appassionato, alla disperata ricerca del senso della propria esistenza, permette a chi visita di immedesimarsi e di riflettere sui grandi temi kierkegaardiani – la singolarità, il sé, l’interiorità – in un cammino che dalla disperazione procede verso la possibilità della fede, intesa come amore, silenzio e infine gioia.

Ho chiuso il giro con “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova. Agostino di Ippona”, curata da Costanza Penna e Monica Scholz-Zappa. Anche qui il percorso è pensato come immedesimazione: la ricerca incessante della Verità che ha attraversato la vita di Agostino, fatta di domande, cadute, lotte interiori, ma anche di incontri e amicizie, fino alla conversione e alla testimonianza come vescovo di Ippona. Agostino – recita un pannello che mi è rimasto impresso – siamo noi, giovani e meno giovani: la sua vicenda resta un’occasione per guardare alla propria vita da una prospettiva insieme originale e originaria.

Israele-Palestina: esiste un’alternativa al conflitto?

Il primo dei due incontri che voglio raccontare con più calma è quello, densissimo, moderato da Bernhard Scholz con Olivier Roy e Joseph Weiler, dedicato alla domanda più difficile del nostro tempo: esiste un orizzonte di speranza nel conflitto israelo-palestinese? Non una soluzione per domani, ha precisato subito Scholz, ma un orizzonte di speranza.

Joseph Weiler ha aperto invitando a un discernimento che rifugga la polarizzazione: chi critica i palestinesi non è automaticamente fascista, chi critica il governo israeliano non è automaticamente antisemita. Ha ribadito, quarantacinque anni dopo un suo libro giovanile che proponeva già allora la soluzione dei due Stati, di non vedere altra via che il reciproco riconoscimento del diritto all’autodeterminazione di israeliani e palestinesi – pur ammettendo che questa soluzione sia oggi meno praticabile di un tempo. Ha citato, con un certo umorismo amaro, l’esperienza della riconciliazione franco-tedesca dopo la Seconda guerra mondiale come prova che anche da un odio di secoli si può ripartire, se c’è volontà politica.

Olivier Roy ha invece ricostruito le radici storiche del conflitto, mostrando come sia sionismo sia nazionalismo palestinese siano nati, alle origini, come movimenti prevalentemente laici, e come la componente religiosa – i due millenarismi, ebraico e islamista – sia diventata centrale solo a partire dagli anni Ottanta, rendendo i negoziati ancora più complessi. Sul piano geopolitico, Roy ha parlato di un vero e proprio crollo del “fronte del rifiuto” arabo dopo la caduta del regime di Assad in Siria, e di un mondo arabo oggi frammentato, in cui ogni Stato persegue i propri interessi senza più coalizioni ideologiche.

Entrambi hanno convenuto sulla mancanza, oggi, di una leadership credibile da entrambe le parti, e su un ruolo americano privo di una strategia chiara. Eppure il tono complessivo dell’incontro non è stato di rassegnazione: Weiler ha richiamato la paura e la stanchezza di guerra come possibili leve positive, capaci – come già accaduto in passato con protagonisti insospettabili come Begin o Sharon – di produrre inattesi “momenti di conversione” politica. Roy ha chiuso indicando nella resilienza delle popolazioni civili, che continuano a ricostruire nonostante tutto, l’unico vero segnale di speranza concreta in questo momento.

Compagni di viaggio nell’età della tempesta

Il secondo incontro l’ho seguito di persona, ed è stato tra i più utili e concreti di questa edizione: “Compagni di viaggio nell’età della tempesta: la preadolescenza”, con Alberto Pellai e Annamaria Ballerini, moderati da Paola Bergamini per Tracce.

Pellai ha aperto descrivendo la preadolescenza come un’età dominata da due “motori” cerebrali che viaggiano a velocità diverse: quello emotivo, che con la pubertà si scatena improvvisamente potentissimo, e quello cognitivo, che matura molto più lentamente, fino ai diciotto anni. Ne nasce quello che ha chiamato l'”effetto Mustang”: una voglia scalpitante di andare, esplorare, scoprire, senza però la capacità di darsi da soli il limite necessario per farlo in sicurezza. Da qui la sfida educativa: garantire ai ragazzi nuove esperienze senza lasciarli soli davanti a rischi che non sanno ancora valutare.

Annamaria Ballerini ha raccontato la stessa trasformazione dal punto di vista dei ragazzi, richiamando l’etimologia di “adolescente” – participio presente di crescere, in contrapposizione ad “adulto”, participio passato – e l’immagine, che le è cara, del “dramma del gambero” di Françoise Dolto: il preadolescente che abbandona il vecchio carapace resta per un tempo scoperto e vulnerabile, prima che il nuovo guscio si formi. Un’immagine che rende bene il disagio, ma anche la necessità, di quel passaggio.

Molto ho trovato illuminante il passaggio sull’esperienza: Pellai ha parlato di un’intera generazione a cui è stato tolto, quasi inavvertitamente, il bisogno di portare il proprio corpo fuori nel mondo, sostituito da un’esperienza “decorporeizzata” vissuta attraverso lo smartphone – con conseguenze, ha detto, sui peggiori indicatori di salute mentale degli ultimi ottant’anni. Ballerini ha aggiunto, richiamando Hannah Arendt e Leopardi, che perché un’attività diventi davvero esperienza serve un tempo di sedimentazione, di pensiero su ciò che è accaduto – tempo che l’ipervelocità della vita digitale sembra aver eroso.

L’incontro si è chiuso sul tema della libertà, con Pellai che ha citato il film “Gioia mia” di Margherita Spampinato per raccontare cosa significhi essere un adulto che accompagna senza imporre, e Ballerini che ha ricordato come, dietro il bisogno dichiarato di “fare quello che si vuole”, i ragazzi cerchino in realtà la certezza che qualcuno li aspetti dentro il recinto, quando decidono di rientrarci. Un incontro che parla a genitori, insegnanti, educatori – e, credo, a chiunque abbia a cuore che cosa stiamo costruendo per chi viene dopo di noi.

Una giornata, tanti registri

Guardando indietro a questa quarta giornata, mi resta la sensazione – non nuova, ma sempre sorprendente – che il Meeting sappia tenere insieme mondi che altrove restano separati: la mistica di Madeleine Delbrêl e la geopolitica del Medio Oriente, l’interiorità di Kierkegaard e le domande molto pratiche di un genitore alle prese con un figlio tredicenne. È forse proprio questo il senso di un titolo come quello di quest’anno: un amore capace di muovere, davvero, cose così diverse.

A presto, ancora da Rimini.

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Meeting di Rimini 2026: la terza giornata, tra i padroni del mondo, gli amori della Bibbia e una comunione che rinasce

23 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

Terza giornata, e il Meeting comincia già a mostrare quella stratificazione di sguardi che lo rende unico: geopolitica e Bibbia, teologia e musica, nello stesso pomeriggio. Le parole di Papa Leone XIV pronunciate sabato nel grande auditorium continuano a rimbalzare da un incontro all’altro, come un basso continuo che tiene insieme discorsi molto diversi tra loro. Provo a raccontare la domenica attraverso quattro appuntamenti che, messi vicini, dicono qualcosa di più della somma delle loro parti.

I padroni del mondo: un pianeta senza più consenso

Bernhard Scholz ha aperto l’incontro con Monica Maggioni, Stefano Lucchini e Luciano Violante partendo proprio dal discorso di Papa Leone del giorno prima, quel passaggio in cui il Pontefice chiedeva di liberare la convivenza dal sospetto, la tecnologia e la finanza dai «business della morte», e di disarmare uno sviluppo tecnologico quando diventa pervasivo e distruttivo. Un’esortazione impegnativa, si è detto dal palco, perché chiama in causa la responsabilità di ciascuno prima ancora che quella dei governi.

Luciano Violante ha ricostruito con lucidità il passaggio che stiamo vivendo: il diritto internazionale, fondato sul consenso tra le parti, si regge da decenni sul contrappeso di un Occidente liberal-democratico compatto. Oggi quel consenso è saltato: gli Stati Uniti guardano all'”emisfero occidentale” escludendo di fatto l’Europa dal proprio orizzonte strategico, mentre l’Unione Europea resta, ha detto Violante, «l’unico continente liberal-democratico al mondo» e per questo bersaglio tanto di Trump quanto di Putin, sebbene per ragioni opposte.

Monica Maggioni ha spostato lo sguardo sulla tecnologia come «driving force» sottostante a ogni altra lettura geopolitica: la guerra dei dazi, i conflitti per le materie prime, persino la guerra tra Russia e Ucraina combattuta ormai con droni su una striscia di terra dove non c’è più un soldato. Ha raccontato un’intervista fatta di persona a Yoshua Bengio, uno dei tre padri dell’intelligenza artificiale, che le aveva anticipato mesi fa scenari poi puntualmente verificatisi: sistemi che sfuggono al controllo dei propri creatori, e soprattutto il rischio, definito da Bengio «meno estremo ma molto più probabile», che uno o due Paesi usino l’intelligenza artificiale per svuotare la democrazia e controllare l’opinione pubblica del resto del mondo.

Stefano Lucchini ha richiamato un dato che dà la misura delle cose: il valore delle cinque maggiori aziende digitali supera il PIL complessivo delle cinque economie più sviluppate d’Europa. Ha insistito sul fatto che la vera partita, oggi, si gioca sulla separazione tra potere politico e potere digitale, chiamando in causa un episodio inquietante raccontato in sala: quattro dirigenti di grandi aziende tecnologiche che a giugno hanno giurato fedeltà all’esercito americano, un cortocircuito tra Silicon Valley e Pentagono che rischia di rendere il potere politico onnisciente sui cittadini e i cittadini ciechi sul potere.

Il passaggio più personale, però, è arrivato quando Violante ha parlato del rapporto tra democrazia e religione: le regole, da sole, non bastano a tenere in piedi una democrazia, serve una spinta morale. Ha contrapposto l’uso strumentale della fede – la preghiera evangelica per Trump, le parole del patriarca Kirill su Putin – a una religiosità autentica capace di dare fondamento etico alla convivenza. Un discorso che il Meeting, per sua natura, non poteva che accogliere con particolare attenzione.

A chiudere, una nota di speranza che mi ha colpito: alla domanda su chi siano davvero, oggi, i padroni del mondo, la risposta più bella è arrivata quasi in coda, quasi en passant – sono i giovani, se sapremo dare loro gli strumenti per essere consapevoli. Un incontro denso, a tratti severo, ma che lascia in mano qualcosa di preciso: la parola chiave, ripetuta più volte, è consapevolezza.

Gli amori nella Bibbia: un amore che non si può comandare

Cambio di registro totale nell’incontro con Stefano Alberto e Joseph Weiler, appuntamento che al Meeting è ormai un piccolo classico. Weiler ha proposto un percorso spiazzante: non una definizione dell’amore, ma un attraversamento dei suoi tipi nella Scrittura, a partire da un paradosso che ha tenuto la sala sospesa per tutto l’incontro. Come si può comandare un’emozione? «Ama il tuo Signore» è il primo comandamento, eppure nessuno può imporsi di provare un sentimento, così come nessun genitore può ordinare a un figlio di innamorarsi. E come si può, poi, amare un’entità trascendente che non corrisponde a nessuna nostra esperienza sensibile?

La risposta di Weiler passa per il concetto di immanenza: il Dio che l’uomo può amare non è il Dio trascendente e inconoscibile, ma il Dio dei momenti in cui si è reso presente – il Sinai e la Torah nell’Antico Testamento, l’incarnazione nel Nuovo. È proprio l’incarnazione, ha sostenuto, a rendere possibile un amore diverso, individuale ed emozionale: un Gesù che piange per la morte di Lazzaro introduce nella relazione tra Dio e uomo una tenerezza che l’Antico Testamento, con il suo amore più collettivo verso il popolo, non conosceva.

La parte più sorprendente della lezione è arrivata quando Weiler ha attraversato, uno dopo l’altro, i grandi amori romantici della Bibbia – Adamo ed Eva, Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele, fino a Davide – per mostrare come siano quasi sempre asimmetrici, complicati, segnati da inganno o addirittura da violenza, mai pienamente reciproci come vorremmo immaginare. Un’ipotesi di lavoro, l’ha definita lui stesso con onestà intellettuale, ma capace di aprire una domanda che è rimasta a lungo nell’aria: che l’amore pieno, quello che dura, la Bibbia lo custodisca soprattutto nella relazione tra l’uomo e Dio.

Stefano Alberto ha chiuso richiamando il versetto di Geremia che don Giussani amava citare – un Dio che dice di amare di amore eterno, e per questo continua ad attirare a sé anche chi si sente niente – e la celebre immagine di un Dio mendicante del cuore dell’uomo. Sono uscito da questo incontro, come mi capita quasi ogni anno con Weiler, con più domande di quante ne avessi all’ingresso: il segno, credo, che l’incontro ha fatto il suo lavoro.

Cristiani nel mondo: nasce la nuova Communio in lingua italiana

Un annuncio, più che un dibattito: don Paolo Prosperi, monsignor Massimo Camisasca, René Roux e Marco Lamanna – quest’ultimo in rappresentanza di Elio Guerriero, assente per cause di forza maggiore – hanno presentato al Meeting la rinascita, in edizione svizzero-italiana, della rivista teologica Communio, chiusa in Italia dal 2012. Fondata nel 1972 da tre giganti della teologia del Novecento, Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger e Henri de Lubach, in un momento di grande confusione post-conciliare, Communio nacque per essere insieme voce fedele alla tradizione della Chiesa e interlocutrice coraggiosa della cultura del proprio tempo.

Monsignor Camisasca, che da giovane vicino a don Giussani visse da testimone diretto quella stagione, ha offerto la riflessione più densa dell’incontro: se negli anni Settanta la sfida era colmare una distanza abissale tra verità e bellezza, oggi il compito è diverso – accompagnare un popolo cristiano che si è «sbrindellato», fatto ormai di piccoli «praticelli di erba nuova» sparsi dentro e fuori i movimenti, in parrocchie e monasteri, che vivono non di appartenenza istituzionale ma di un istinto di verità da custodire e maturare.

Marco Lamanna ha portato la voce di Elio Guerriero, tra i protagonisti della prima Communio italiana, con alcuni ricordi gustosi – la trattativa per tradurre in italiano l’opera omnia di von Balthasar, de Lubach e Ratzinger – e con una raccomandazione che Ratzinger stesso gli affidò dopo la chiusura della rivista: non dimenticarsi di Communio, custodirne lo spirito. René Roux, che dirigerà la nuova edizione, ha raccontato con understatement il percorso quasi casuale che ha portato al progetto, nato da una conversazione tra amici e approdato, dopo l’incontro con l’associazione internazionale a Parigi, a un primo numero zero già disponibile allo stand della rivista qui in Fiera.

Un incontro di nicchia, forse, ma che racconta bene un tratto tipico del Meeting: la capacità di far ripartire, con pazienza e senza clamore, cose che sembravano chiuse per sempre.

La sera: Caccamo e l’omaggio a Battiato

A chiudere la giornata, lo spettacolo serale di Giovanni Caccamo con la Sicily Symphony Orchestra diretta dal maestro Luigi Sferrazza: “L’alba dentro l’imbrunire”, un concerto-viaggio attraverso dieci anni di carriera che ha ripercorso i brani più significativi dei suoi primi quattro album e alcune delle canzoni scritte per altri interpreti, prima di dedicare l’intera seconda parte a Franco Battiato, suo maestro e mentore. Un pubblico foltissimo e un applauso lungo, sincero, di quelli che al Meeting capitano quando la musica riesce davvero a intrecciarsi con lo spirito della giornata.

Chiudo questa terza giornata con la sensazione, ancora una volta, che il Meeting funzioni proprio così: mettendo nello stesso pomeriggio i padroni del mondo e gli amori della Bibbia, la geopolitica più cruda e la tenerezza di un Dio che piange, e lasciando a ciascuno il compito di tenere insieme i pezzi.

A presto, ancora da Rimini.

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Meeting di Rimini 2026: il giorno del Papa

22 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

C’è un modo di camminare, al Meeting, che si riconosce solo in certe giornate. Ieri lo sentivo fin dal mattino: un’accelerazione nell’aria, gli sguardi che si cercavano, la sensazione condivisa da migliaia di persone di essere dentro qualcosa che si sarebbe ricordato a lungo. Sabato 22 agosto il Santo Padre Leone XIV è venuto a trovarci, e questa giornata entrerà nella storia del popolo del Meeting.

La mattina: il welfare che non è un benefit

Ho aperto la giornata con un incontro che, col senno di poi, si è rivelato una premessa perfetta a quanto sarebbe accaduto nel pomeriggio: Il welfare non è un benefit. L’impresa, la persona, il lavoro”, promosso da Cdo nell’anno del suo quarantesimo. Attorno al tavolo Alessandro Angelini, Francesco Bardelli, Gabriele Fava, Marco Osnato e Anna Zattoni, moderati da Francesco Seghezzi. Il filo del discorso era chiaro: il welfare aziendale non è un pacchetto di vantaggi da elencare in busta paga, ma il modo in cui un’impresa riconosce che il lavoro riguarda la persona intera – salute, famiglia, previdenza, formazione, appartenenza. Non a caso, si è citata proprio l’esperienza di Léon Harmel come modello di un welfare integrato dentro una precisa idea di impresa e di comunità produttiva. Un ponte, seppure inconsapevole, verso ciò che sarebbe successo poche ore dopo.

L’arrivo

Verso le 15, la notizia che tutti aspettavamo: Papa Leone XIV ha fatto il suo ingresso al Meeting, arrivando da San Marino dove si trovava in visita pastorale. Ad accoglierlo, in Auditorium, tra gli altri, il coro Yasmeen di Gerusalemme – che riunisce giovani di religioni e culture diverse – insieme al coro di Comunione e Liberazione di Rimini: un canto capace, da solo, di anticipare il senso di quella giornata.

I saluti

Prima delle sue parole, sono stati i saluti di Bernhard Scholz e di Davide Prosperi a introdurre l’incontro. Scholz ha ricordato come, fin dalle origini, il Meeting abbia voluto essere spazio di quell’umanità “per sua natura spalancata sulla realtà”, e ha richiamato il compito affidato dal Meeting da Giovanni Paolo II nel 1982: costruire, attraverso l’amicizia, la civiltà dell’amore. Prosperi, a nome della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha parlato di un movimento che vive “un tempo di maturazione” nella consapevolezza del proprio servizio alla Chiesa, e ha annunciato che l’anno prossimo tutte le comunità di CL nel mondo lavoreranno sulla nuova enciclica del Papa, Magnifica Humanitas.

Tra i padiglioni, un Papa che si ferma

Prima del discorso ufficiale, Leone XIV ha voluto visitare due mostre: quella dedicata a Sant’Agostino e quella su Léon Harmel, la profezia di un’impresa – proprio la figura di cui si era parlato quella mattina nell’incontro sul welfare. Poi si è fermato tra la folla, fermandosi a benedire i più piccoli, prima di raggiungere il Villaggio Ragazzi con un saluto spontaneo che ha strappato applausi: ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II – “se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione” – dicendo ai ragazzi che sono loro, con la loro amicizia, a saperla costruire.

Il discorso in Auditorium

Nel Grande Auditorium, il discorso ufficiale ha ripreso il titolo di questa edizione, l’ultimo verso della Divina Commedia, per farne una chiave di lettura del presente: quell’amore, ha detto il Papa, “non è scomparso, non ha perso vigore”, anche se resta “volentieri silenzioso” a differenza delle forze rumorose che scuotono il mondo. Ha parlato di un “falso realismo che riarma le menti, le parole e le nazioni”, a cui contrapporre il realismo della misericordia. E ha rivolto ai giovani presenti – tantissimi, molti in veste di volontari – un invito a non temere di mettersi in gioco, ad aprirsi a una cattolicità più larga, a considerare il proprio impegno nel Movimento non un punto d’arrivo ma un trampolino verso l’intera realtà.

La Messa al Porto Canale

La visita di Leone XIV a Rimini si è chiusa con la grande Messa celebrata al Porto Canale, momento che ha idealmente riportato l’incontro dalla Fiera al cuore della città, davanti a una folla arrivata da ogni parte per salutare il Papa.

La sera: il Libano, tra bellezza e ferite

Ho chiuso questa giornata così densa tornando tra le mostre, questa volta con più calma: Libano. La bellezza, le ferite, la speranza, raccontata da uno dei curatori, l’impeccabile Giorgio Cavalli. Attraverso le immagini di moschee e chiese che condividono lo stesso orizzonte a Beirut, la mostra racconta come la lunga storia del mosaico libanese dimostri che lo scontro tra identità diverse non è un destino obbligato: culture e fedi possono convivere in uno spazio comune, generando – per usare le parole scelte dai curatori – una sinfonia di voci differenti. Un pensiero che, dopo la giornata appena vissuta, non poteva suonare più attuale.

Quando sono tornato a casa ieri sera, avevo negli occhi tante immagini diverse: il welfare e Léon Harmel al mattino, il Papa che si ferma a benedire un bambino, il coro di Gerusalemme che canta insieme a quello di Rimini, le cupole di Beirut nella penombra della sera. Immagini che, in fondo, raccontano tutte la stessa cosa: un amore che, silenziosamente, continua a muovere.

A presto da Rimini.

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Meeting di Rimini 2026: la prima giornata, tra l’attesa del Papa e le parole di due madri

21 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

Il Meeting è ripartito, e come ogni anno il primo giorno ha già il sapore di tutti quelli che seguiranno: la fila all’ingresso, i volontari con le loro magliette colorate, l’aria satura di aspettativa. Quest’anno, però, c’è qualcosa in più nell’aria del primo giorno: domani arriverà Papa Leone XIV, ed è a lui che è stata dedicata l’apertura della 47ª edizione, quella dal titolo che porta il peso e la bellezza dell’ultimo verso della Divina Commedia: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Nel discorso di apertura si è parlato subito di questo: il Papa arriverà domani per incontrare tutto il popolo del Meeting – bambini, giovani, famiglie, volontari, relatori – e le sue parole, si è detto, troveranno un’eco diretta in quanto scritto nella sua enciclica Magnifica Humanitas, che sul tema dell’amore capace di muovere la realtà offre – è stato sottolineato dal palco – un approfondimento sorprendente e un allargamento di orizzonte rispetto al verso dantesco. Un invito, quello del Pontefice, ad assumere con lucidità le sfide di un tempo segnato da un’evoluzione tecnologica pervasiva, dalla frammentazione delle relazioni sociali, dall’aumento delle conflittualità geopolitiche – sfide enormi, quasi indomabili, se non sorrette dalla certezza di un amore che davvero tutto muove.

È stato letto anche il messaggio che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato per l’occasione, come ogni anno. Un testo che ha insistito su un’idea precisa: l’amore di cui parla Dante non è solo sentimento individuale, ma forza relazionale e quindi sociale, capace di legare l’io al tu al noi, di spezzare le solitudini, di imprimere direzione ai percorsi umani – il contrario, ha scritto Mattarella, di quel falso realismo che porta all’inerzia e alla rassegnazione.

La testimonianza che ha aperto il Meeting

Ma se c’è un momento che segna questa prima giornata, è l’incontro con cui tutto è cominciato: la testimonianza di Roseline Hamel e Nadia Kermiche, presentate sul palco con un accorgimento non da poco – per motivi di sicurezza, la seconda non doveva essere riconoscibile, e ha parlato con gli occhiali da sole, seduta di lato.

Le loro storie si intrecciano attorno alla stessa data: il 26 luglio 2016. Quel giorno padre Jacques Hamel, 86 anni, viene ucciso durante la messa nella sua chiesa vicino a Rouen, in Francia, da due giovani jihadisti poi uccisi dalla polizia. Roseline è la sorella di padre Hamel. Nadia è la madre di uno dei due attentatori. Due donne unite, loro malgrado, dalla stessa giornata di dolore assoluto – e che negli anni successivi hanno trovato la forza di cercarsi, di parlarsi, di incontrarsi.

Nel video dell’incontro, già disponibile sul canale YouTube del Meeting, le due donne ripercorrono quella mattina di nove anni fa con un dettaglio che toglie il fiato a chi guarda anche solo attraverso uno schermo: l’attesa fuori dalla chiesa transennata, la telefonata che nessuna delle due voleva credere vera, le ore sospese senza notizie, la comunicazione della morte. E poi, mesi e anni dopo, il racconto del cammino – lento, doloroso, quasi impossibile da immaginare – che ha portato Roseline a cercare Nadia, a volerla incontrare, a non lasciarla sola in un dolore che, dice lei stessa, immaginava persino più grande del proprio. Da quel percorso è nato un libro, Sorelle di dolore, pubblicato in Francia e ora disponibile anche in italiano, in vendita alla libreria del Meeting.

Non è la prima volta che il Meeting apre con una testimonianza che lascia senza parole. Ma guardando il video si percepisce, anche a distanza, il silenzio quasi assoluto della sala durante il racconto di queste due donne che l’amore – quello vero, quello che costa – ha reso capaci di perdono e di incontro.

Talenti in cerca di futuro

Nel pomeriggio ho assistito a un incontro dal taglio molto diverso da quello dell’apertura, ma altrettanto necessario: Talenti in cerca di futuro. Lavoro, giovani e demografia, con Maria Anghileri, Stefano Barrese, la ministra Anna Maria Bernini ed Ettore Prandini, moderati da Andrea Dellabianca. Al centro, un paradosso che conosciamo bene: le imprese cercano lavoratori e non li trovano, mentre l’Italia si spopola. Senza un lavoro stabile non c’è radicamento, senza radicamento non c’è scommessa sul futuro né, tantomeno, famiglia. Un confronto concreto, utile, che ha messo sul tavolo lo scarto crescente tra domanda e offerta di lavoro, tra formazione e mercato, tra territori che si svuotano e filiere che non trovano manodopera.

Tra le mostre, i volti della storia

In serata mi sono dedicato a un primo giro tra le mostre – quest’anno particolarmente numerose e curate. Mi ha colpito Léon Harmel, la profezia di un’impresa, dedicata all’industriale francese vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, riconosciuto come uno dei precursori della dottrina sociale della Chiesa: introdusse in fabbrica pratiche impensabili per l’epoca ben prima della Rerum Novarum di Leone XIII, e organizzò pellegrinaggi operai a Roma che negli anni arrivarono a coinvolgere ventimila persone. Una figura, tra l’altro, molto cara proprio a quel Papa.

Altrettanto intensa L’abisso e la carezza, un percorso fotografico e multimediale sul terremoto del 2016 nell’Appennino centrale e sulla rinascita di quei territori nei dieci anni successivi: la distruzione, certo, ma anche i volti, il lavoro, l’arte e la speranza di chi ha scelto di ricostruire.

Domani, il Papa

Si chiude così una prima giornata già densissima, con le parole di Roseline e Nadia ancora addosso, con la testa piena di spunti sul lavoro e sul futuro, e con le mostre da tornare a visitare con più calma nei prossimi giorni. Ma il pensiero, come quello di tutti al Meeting stasera, è già rivolto a domani: l’arrivo di Papa Leone XIV, e le parole che porterà a questa 47ª edizione che si intitola, non a caso, a un amore capace di muovere il sole e le altre stelle.

A presto, ancora da Rimini.

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Domani si comincia: il Meeting di Rimini 2026 e «l’amor che move il sole e l’altre stelle»

21-26 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

Domani mattina, come ogni anno da quattro decenni, le porte girevoli della Fiera di Rimini si apriranno su qualcosa che continua a resistere alle definizioni facili. Io ci torno anche quest’anno, e ogni volta mi convinco che non esista un posto simile al mondo. Questo è il primo di una serie di articoli che pubblicherò nei prossimi giorni: un modo per condividere con chi legge non solo i numeri e i nomi, ma il modo in cui il Meeting si lascia attraversare da chi lo vive.

Un verso di Dante come provocazione

La 47ª edizione porta un titolo che è già di per sé un programma: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, l’ultimo verso della Divina Commedia. Non una citazione da parete, ma – come ha spiegato il presidente del Meeting Bernhard Scholz nella presentazione del manifesto lo scorso gennaio – un modo per interrogarsi se, nella frammentazione e nella solitudine che segnano il nostro tempo, esista ancora una forza capace di attrarre e armonizzare le cose. Scholz l’ha detto senza mezzi termini: si tratta di scegliere se ci sentiamo dominati da un caos indecifrabile o se possiamo riconoscere un bene che genera e sostiene la realtà, rispettandone la libertà.

Per chi, come me, scrive e racconta storie, un titolo così è un invito esplicito a guardare la realtà con occhi diversi. Vedremo, in questi giorni, quanto questa domanda tornerà negli incontri, nelle mostre, nei volti delle persone in Fiera.

Un’edizione da record

I numeri di quest’anno raccontano una crescita continua. La superficie della Fiera sale a 140.000 metri quadrati, il 16% in più rispetto al 2025, e per la prima volta è stato realizzato un Grand Auditorium da 10.000 posti, pensato per accogliere l’intervento di Papa Leone XIV. Gli spazi espositivi crescono del 50%, la libreria occupa 1.000 metri quadrati e l’area ristorazione può ospitare 6.000 persone sedute.

Il programma culturale conta oltre 150 convegni con 500 relatori italiani e internazionali, 13 mostre e altrettanti spettacoli, di cui quattro al Teatro Galli e due proiezioni alla Corte degli Agostiniani, nel cuore della città. Il Villaggio Ragazzi Yoga occupa oltre 6.000 metri quadrati con 200 appuntamenti dedicati a bambini e famiglie, mentre l’Enel Sport Village mette in campo più di 13.000 metri quadrati insieme a Centro Sportivo Italiano, Cdo Sport e RBR Rinascita Basket Rimini.

E poi ci sono loro, i veri costruttori del Meeting: 3.300 volontari da tutta Italia e dal mondo, il 58% under 30, di cui 460 già al lavoro da giorni per l’allestimento. Come ricordo sempre, il Meeting resta l’unica grande manifestazione italiana a ingresso e parcheggi gratuiti: un dato che, unito ai risultati della scorsa edizione – 800.000 presenze, 18 milioni di visualizzazioni dell’app ufficiale, 14.000 accrediti stampa – dice quanto questo appuntamento sia cresciuto senza perdere la sua natura originaria di dono.

Le storie che seguirò

Dietro ai numeri, però, il Meeting è sempre fatto di volti e di vicende, e quest’anno l’ufficio stampa ne ha già segnalate diverse che intendo seguire da vicino. All’incontro di apertura, per esempio, saranno protagoniste Roseline Hamel e Nassera Kermiche: la sorella di padre Jacques Hamel, il sacerdote ucciso in Francia dieci anni fa, e la madre di uno dei suoi attentatori, diventate amiche dopo essersi incontrate nel dolore. Una storia di riconciliazione a cui il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha dedicato la prefazione del libro che ne racconta il percorso.

Ci sono poi le storie che arrivano dal carcere – la cooperativa CDS che forma giovani detenuti del Beccaria di Milano, l’associazione Incontro e Presenza che da quarant’anni accompagna chi sconta la pena, il percorso di chi lavora ogni giorno dentro gli istituti penitenziari – e quelle legate al lavoro e all’intelligenza artificiale, un tema che negli ultimi anni è tornato più volte al centro del programma. Non mancheranno la testimonianza di un padre adottivo sull’accoglienza familiare, l’incontro dedicato alla figura di Marco Gallo, e un momento che mi incuriosisce particolarmente: la testimonianza dei ricercatori della Hopkins University e dello Space Telescope Science Institute sulla meraviglia che i telescopi Hubble e James Webb continuano a restituire di fronte all’immensità del cosmo. Chiuderà la prima giornata il concerto del Yasmeen Choir di Gerusalemme, un coro che riunisce giovani cantanti di fedi e culture diverse: la musica, ancora una volta, come spazio di incontro.

Da domani, in diretta da Rimini

Nei prossimi articoli vi porterò dentro i convegni, le mostre, i corridoi della Fiera e – se la fortuna mi assiste – anche qualche incontro imprevisto, di quelli che al Meeting capitano solo se si è disposti a lasciarsi sorprendere.

A domani, allora, da Rimini.

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“L’amor che move il sole e l’altre stelle”: il Meeting 2026 si avvicina

Manca poco. Dal 21 al 26 agosto 2026 Rimini tornerà ad essere – come ogni estate da oltre quarant’anni – qualcosa di difficile da spiegare a chi non c’è mai stato, e impossibile da dimenticare per chi c’è stato almeno una volta.

La 47ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli porta un titolo straordinario: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. L’ultimo verso della Divina Commedia di Dante. Non una citazione ornamentale, ma una provocazione rivolta al presente: esiste ancora una forza capace di muovere le cose, di attrarre e armonizzare in un tempo segnato dalla frammentazione e dalla solitudine?

Io ci vado dal 1985. Ho scritto più volte di cosa significhi per me tornare ogni anno a Rimini – perché ci tornocosa accade di bello e irripetibilecosa ha lasciato l’edizione 2025. Ogni volta mi convinco che non ci sia posto simile al mondo.

Quest’anno il titolo mi tocca in modo particolare. Dante, l’amore come forza cosmica, il movimento che genera bellezza. Per uno scrittore, è un invito a guardare la realtà con occhi diversi.

E per chi vuole cominciare a prepararsi con un po’ di gioco… ho una sorpresa: su questo sito ho aperto Kairos, uno spazio ludico sul tempo che passa. Il primo gioco? Ricostruire l’ordine cronologico delle magliette del Meeting dal 2003 al 2024. Quante ne riconosci?

A presto da Rimini.

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Incontro con i Lettori

Quando un libro passa dalle mani dei ragazzi

Mercoledì 27 Maggio La 1ª F e il segreto della montagna ha vissuto una delle sue giornate più belle. Non una semplice presentazione, non il classico incontro con l’autore, ma qualcosa di più vivo e, per certi versi, più prezioso.

Tutto è nato da un’idea molto bella delle insegnanti. Dodici ragazzi di prima media – Andrea, Nicolò, Elisa, Lavinia, Bianca, Francesco, Linda, Martina, Carlotta, Carlo, Ginevra ed Emma – hanno letto il libro e poi sono andati nelle classi quinte della scuola primaria per raccontarlo ai compagni più piccoli. Lo hanno presentato a modo loro, con le loro parole, cercando di spiegare la storia senza svelarne il segreto. E questa, per chi ama i libri, è già una piccola impresa: dire abbastanza per incuriosire, ma non troppo da rovinare la sorpresa.

Il passaggio era ancora più significativo perché quei bambini di quinta, a settembre, inizieranno proprio la scuola media. In qualche modo, quindi, i ragazzi di prima sono diventati per un giorno qualcosa di più di semplici lettori: sono stati guide, testimoni, piccoli ambasciatori di una storia che parla proprio di scuola, amicizia, crescita, paure, scoperte e nuove avventure.

Nel pomeriggio ci siamo ritrovati tutti insieme: i ragazzi di prima media, le cinque classi quinte della primaria e io, l’autore. Pensavo a un incontro tranquillo, con qualche domanda e qualche risposta. Invece mi sono trovato davanti a una raffica continua di curiosità. Quasi due ore di domande senza fine. Mi hanno chiesto di tutto: come nasce un libro, da dove arrivano i personaggi, quanto tempo ci vuole per scrivere una storia, se quello che racconto è successo davvero, se mi ispiro a persone reali, come si inventa un finale, se è difficile scrivere per ragazzi, se anche io alla loro età leggevo, se un autore sa già tutto dall’inizio oppure scopre la storia mentre la scrive. Domande spontanee, intelligenti, dirette. A volte imprevedibili. Domande da lettori veri.

È stato bellissimo vedere come un romanzo, una volta uscito dalle mani di chi lo ha scritto, cominci a vivere una vita propria. Ogni ragazzo lo guarda da un punto diverso, si affeziona a un personaggio, nota un dettaglio, si porta a casa una frase, una scena, un’emozione. Un libro non finisce quando viene stampato. Forse comincia davvero quando qualcuno lo legge, lo racconta, lo discute, lo mette alla prova con le proprie domande.

Mi sono divertito un sacco. Ma soprattutto spero che questo incontro abbia lasciato qualcosa anche a loro – che li abbia avvicinati un po’ di più alla lettura, ai libri, alle storie. Che abbiano sentito che leggere non è un compito da svolgere, ma un’avventura da attraversare.

Perché i libri, quando funzionano, ci accompagnano nei passaggi importanti della vita. E per questi bambini di quinta, che tra pochi mesi entreranno alle medie, forse La 1ª F e il segreto della montagna può essere anche un piccolo ponte. Un modo per guardare con un po’ meno paura e un po’ più curiosità a ciò che li aspetta.

Grazie alle insegnanti per aver pensato e costruito questo percorso. Grazie ai ragazzi di prima media che hanno letto il libro e lo hanno raccontato ai più piccoli. E grazie ai bambini delle quinte, che mi hanno sommerso di domande e mi hanno ricordato una cosa semplice ma fondamentale: scrivere per ragazzi è una responsabilità, certo. Ma è anche una grandissima gioia.