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“L’amor che move il sole e l’altre stelle”: il Meeting 2026 si avvicina

Manca poco. Dal 21 al 26 agosto 2026 Rimini tornerà ad essere – come ogni estate da oltre quarant’anni – qualcosa di difficile da spiegare a chi non c’è mai stato, e impossibile da dimenticare per chi c’è stato almeno una volta.

La 47ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli porta un titolo straordinario: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. L’ultimo verso della Divina Commedia di Dante. Non una citazione ornamentale, ma una provocazione rivolta al presente: esiste ancora una forza capace di muovere le cose, di attrarre e armonizzare in un tempo segnato dalla frammentazione e dalla solitudine?

Io ci vado dal 1985. Ho scritto più volte di cosa significhi per me tornare ogni anno a Rimini – perché ci tornocosa accade di bello e irripetibilecosa ha lasciato l’edizione 2025. Ogni volta mi convinco che non ci sia posto simile al mondo.

Quest’anno il titolo mi tocca in modo particolare. Dante, l’amore come forza cosmica, il movimento che genera bellezza. Per uno scrittore, è un invito a guardare la realtà con occhi diversi.

E per chi vuole cominciare a prepararsi con un po’ di gioco… ho una sorpresa: su questo sito ho aperto Kairos, uno spazio ludico sul tempo che passa. Il primo gioco? Ricostruire l’ordine cronologico delle magliette del Meeting dal 2003 al 2024. Quante ne riconosci?

A presto da Rimini.

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Incontro con i Lettori

Quando un libro passa dalle mani dei ragazzi

Mercoledì 27 Maggio La 1ª F e il segreto della montagna ha vissuto una delle sue giornate più belle. Non una semplice presentazione, non il classico incontro con l’autore, ma qualcosa di più vivo e, per certi versi, più prezioso.

Tutto è nato da un’idea molto bella delle insegnanti. Dodici ragazzi di prima media – Andrea, Nicolò, Elisa, Lavinia, Bianca, Francesco, Linda, Martina, Carlotta, Carlo, Ginevra ed Emma – hanno letto il libro e poi sono andati nelle classi quinte della scuola primaria per raccontarlo ai compagni più piccoli. Lo hanno presentato a modo loro, con le loro parole, cercando di spiegare la storia senza svelarne il segreto. E questa, per chi ama i libri, è già una piccola impresa: dire abbastanza per incuriosire, ma non troppo da rovinare la sorpresa.

Il passaggio era ancora più significativo perché quei bambini di quinta, a settembre, inizieranno proprio la scuola media. In qualche modo, quindi, i ragazzi di prima sono diventati per un giorno qualcosa di più di semplici lettori: sono stati guide, testimoni, piccoli ambasciatori di una storia che parla proprio di scuola, amicizia, crescita, paure, scoperte e nuove avventure.

Nel pomeriggio ci siamo ritrovati tutti insieme: i ragazzi di prima media, le cinque classi quinte della primaria e io, l’autore. Pensavo a un incontro tranquillo, con qualche domanda e qualche risposta. Invece mi sono trovato davanti a una raffica continua di curiosità. Quasi due ore di domande senza fine. Mi hanno chiesto di tutto: come nasce un libro, da dove arrivano i personaggi, quanto tempo ci vuole per scrivere una storia, se quello che racconto è successo davvero, se mi ispiro a persone reali, come si inventa un finale, se è difficile scrivere per ragazzi, se anche io alla loro età leggevo, se un autore sa già tutto dall’inizio oppure scopre la storia mentre la scrive. Domande spontanee, intelligenti, dirette. A volte imprevedibili. Domande da lettori veri.

È stato bellissimo vedere come un romanzo, una volta uscito dalle mani di chi lo ha scritto, cominci a vivere una vita propria. Ogni ragazzo lo guarda da un punto diverso, si affeziona a un personaggio, nota un dettaglio, si porta a casa una frase, una scena, un’emozione. Un libro non finisce quando viene stampato. Forse comincia davvero quando qualcuno lo legge, lo racconta, lo discute, lo mette alla prova con le proprie domande.

Mi sono divertito un sacco. Ma soprattutto spero che questo incontro abbia lasciato qualcosa anche a loro – che li abbia avvicinati un po’ di più alla lettura, ai libri, alle storie. Che abbiano sentito che leggere non è un compito da svolgere, ma un’avventura da attraversare.

Perché i libri, quando funzionano, ci accompagnano nei passaggi importanti della vita. E per questi bambini di quinta, che tra pochi mesi entreranno alle medie, forse La 1ª F e il segreto della montagna può essere anche un piccolo ponte. Un modo per guardare con un po’ meno paura e un po’ più curiosità a ciò che li aspetta.

Grazie alle insegnanti per aver pensato e costruito questo percorso. Grazie ai ragazzi di prima media che hanno letto il libro e lo hanno raccontato ai più piccoli. E grazie ai bambini delle quinte, che mi hanno sommerso di domande e mi hanno ricordato una cosa semplice ma fondamentale: scrivere per ragazzi è una responsabilità, certo. Ma è anche una grandissima gioia.

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La radio non è morta. L’ho visto con i miei occhi


Un altro giorno al World Radio Day 2026: quando torni per avere conferma di ciò che già sapevi

Ho preso un giorno di ferie per andarci, di nuovo. L’anno scorso ero già stato al World Radio Day, e sapevo benissimo cosa mi aspettava – energia, idee, volti noti, professionisti e appassionati tutti insieme sotto lo stesso tetto. Ci sono tornato non per scoprire qualcosa di nuovo, ma per verificare una convinzione che mi ero portato a casa nel 2025: che la radio non è in crisi, che ha ancora moltissimo da dire, che il suo futuro è già in corso. E il World Radio Day 2026, al Talent Garden di Milano, me lo ha confermato punto per punto.

Una sala piena di giovani, non una sorpresa

La prima cosa che ho cercato, appena entrato, è stata la platea. L’anno scorso mi aveva già colpito l’età media, e volevo vedere se fosse una coincidenza o una tendenza. È una tendenza. Anche quest’anno, accanto ai professionisti del settore – quelli cresciuti con la radio sotto il cuscino – c’erano ragazze e ragazzi di vent’anni, studenti di comunicazione, podcaster alle prime armi, creator digitali che la radio non l’hanno mai vista come “vecchio mezzo” ma come uno strumento creativo potentissimo.

Quella sala mi ha detto una cosa chiara: la radio non ha bisogno di essere salvata dalle nuove generazioni. Le nuove generazioni la stanno già abitando, a modo loro, con le loro storie e i loro microfoni.

Radio e podcast: la stessa anima, formati diversi

Uno dei fili rossi che ho ritrovato in quasi tutti i panel è stato il rapporto – non la competizione, il rapporto – tra radio e podcast. Chi ancora li vede come rivali non ha capito quasi niente di come funziona il consumo audio oggi. La radio ha insegnato al podcast la narrazione, il ritmo, la costruzione del rapporto con l’ascoltatore. Il podcast ha restituito alla radio la libertà di formato, la nicchia, la profondità.

Sono due rami dello stesso albero. E quell’albero, come ho visto con i miei occhi, è tutt’altro che secco.

L’intelligenza artificiale e la sopravvivenza delle piccole radio

Nei workshop formativi ho trascorso la maggior parte della giornata, e devo dire che è stata la parte che mi ha dato di più. Si è parlato molto di intelligenza artificiale: non in astratto, non con il solito misto di entusiasmo e terrore da convegno tecnologico, ma in modo concreto e pratico. Come può l’AI aiutare una piccola radio privata a produrre contenuti, ottimizzare la programmazione, automatizzare compiti ripetitivi e liberare tempo per ciò che davvero conta – la creatività, la relazione con l’ascoltatore, il territorio?

Ma non solo tecnologia. Si è affrontato anche il tema della sostenibilità economica: come ripensare le reti di vendita pubblicitaria, come tagliare i costi senza tagliare la qualità, come costruire modelli ibridi che integrino digitale, streaming e live. Sono uscito da quei workshop con l’impressione che il settore stia vivendo una trasformazione profonda, consapevole, tutt’altro che rassegnata.

Quando i grandi gruppi scoprono il podcast interno

Una delle sessioni che mi ha sorpreso di più riguardava le grandi aziende. Edison, Credit Agricole, Teddy, Unipol: nomi del corporate italiano che non ti aspetti di trovare in un evento sulla radio. Eppure, erano lì, a raccontare come si siano dotate di podcast interni – non solo per fare marketing, ma per fare cultura aziendale.

Il podcast come strumento per trasmettere conoscenza: un esperto che racconta un processo, un manager che spiega una strategia, una storia aziendale narrata come se fosse un documentario. Ma anche come occasione per scoprire meglio i propri colleghi, per abbattere i silos tra reparti, per costruire un senso di comunità che le e-mail e le slide di PowerPoint non riescono a dare. Il formato audio, con la sua intimità e il suo calore, si è rivelato sorprendentemente efficace anche dentro le organizzazioni.

Quando la radio trasforma l’ascolto in azione

C’è stato un momento in cui ho capito, davvero in modo viscerale, perché la radio non è sostituibile da nessun altro mezzo. È stata la presentazione della campagna “Un posto in paradiso”, iniziativa radiofonica del 2025 che ha dimostrato in modo straordinario come la radio non sia solo un mezzo di comunicazione passiva, ma uno strumento capace di muovere le persone all’azione.

I dati presentati erano impressionanti: tasso di risposta, coinvolgimento emotivo, conversione da ascoltatore a protagonista. La radio parla a qualcuno mentre fa altro – guida, cucina, cammina – e proprio per questo crea un legame diverso, più intimo, meno difensivo. Arriva dove altri media non arrivano.

La radio sui social: il caso Radio Globo

Un altro intervento che mi ha colpito molto è stato quello di Radio Globo di Roma, che ha raccontato la propria esperienza nell’uso dei social network come estensione naturale dell’emittente. Non come alternativa alla radio, ma come amplificatore: clip del morning show su Instagram, momenti dietro le quinte su TikTok, interazioni in diretta con gli ascoltatori su tutte le piattaforme.

La lezione è semplice ma potente: la radio non deve scegliere tra essere radio ed essere digitale. Può e deve essere entrambe le cose. Il microfono è sempre lo stesso; cambiano solo i canali attraverso cui quella voce raggiunge le persone.

Gerry Scotti e il 1975: quando una storia diventa un manifesto

Il finale della giornata me lo porterò dietro a lungo. Gerry Scotti è salito sul palco e ha fatto quello che sa fare meglio: ha parlato, e ha scaldato la platea come si fa con un fuoco lento. Ha raccontato dei suoi esordi radiofonici nel 1975, di quando la radio era tutto, di quando bastava una voce e un’idea per costruire un rapporto con migliaia di persone invisibili che però sentivi vicinissime.

Non era nostalgia, o almeno non solo. Era la dimostrazione vivente che ciò che rende grande la radio – la voce umana, l’autenticità, la capacità di creare connessione – non tramonta con le tecnologie. Cinquant’anni dopo i suoi esordi, Gerry Scotti stava lì a ricordarci che questo mestiere, questo mezzo, questo mondo ha ancora tutto da dire.

Perché dovresti esserci la prossima volta

Sono tornato a casa con quella soddisfazione tranquilla di chi aveva già ragione e lo sapeva. L’anno scorso il World Radio Day mi aveva convinto; quest’anno me lo ha confermato. Ho preso un altro giorno di ferie per tornare, e non me ne sono pentito neanche un minuto. La radio non solo è viva – è un posto che aspetta le nuove generazioni a braccia aperte, e le nuove generazioni, come ho visto con i miei occhi, stanno già rispondendo.

Non è nostalgia. Non è resistenza al cambiamento. È un mezzo che si è evoluto, che ha saputo abbracciare il digitale senza perdere la propria anima, che ha trovato nel podcast un figlio e non un avversario, che sta usando l’intelligenza artificiale come strumento e non come minaccia.

Se hai anche solo un briciolo di curiosità per il mondo audio – che tu sia un professionista del settore, un appassionato, uno studente o semplicemente qualcuno che ama raccontare storie – metti in agenda il World Radio Day 2027. Io farò di tutto per tornarci la terza volta.

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Ricorrenze...

Harper Lee, Il Silenzio Che Continua A Parlare

Il 19 febbraio 2016 si spegneva Harper Lee. Dieci anni dopo, il 19 febbraio 2026, la sua voce paradossalmente continua a farsi sentire.

Non perché abbia scritto molto. Ma perché ha scritto abbastanza.

Harper Lee è una figura anomala nel panorama letterario del Novecento: una scrittrice diventata immortale con un solo romanzo, Il buio oltre la siepe, e che proprio dopo quel successo ha scelto il silenzio. Un silenzio non provocatorio, non strategico, non romantico. Un silenzio coerente.

In un’epoca che misura il valore sulla produttività, Harper Lee ha dimostrato che una storia, se necessaria, può bastare per una vita intera.

Un romanzo che non ha mai smesso di parlare

Pubblicato nel 1960, Il buio oltre la siepe è diventato rapidamente un classico della letteratura americana e mondiale. Ambientato nel profondo Sud degli Stati Uniti, racconta una comunità attraversata da pregiudizi, paure e ipocrisie, osservata attraverso lo sguardo limpido di una bambina: Scout Finch.

Ma ridurre il romanzo a una storia di formazione o a un libro “contro il razzismo” sarebbe limitante. Il cuore del libro è un altro: la responsabilità dello sguardo. La capacità – o l’incapacità – di vedere davvero l’altro, soprattutto quando farlo comporta un costo.

Atticus Finch, il padre di Scout, non è un eroe nel senso spettacolare del termine. È un uomo che sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Ed è proprio questa normalità morale a rendere il personaggio ancora oggi così disturbante: perché non offre alibi.

La scelta del silenzio

Dopo il successo planetario del romanzo, Harper Lee avrebbe potuto scrivere ancora, pubblicare, spiegare, commentare. Il mondo editoriale glielo chiedeva. Il pubblico pure.

Lei no.

Scelse di tacere. Non per mistero. Non per rifiuto del lettore. Ma per rispetto della storia che aveva scritto. In più occasioni lasciò intendere che Il buio oltre la siepe conteneva già tutto ciò che aveva da dire.

La pubblicazione, nel 2015, di Va’, metti una sentinella – una prima stesura del romanzo – ha riaperto il dibattito su quella scelta. Ma non l’ha smentita. Semmai l’ha confermata: Harper Lee non aveva bisogno di aggiungere. Aveva già consegnato la sua voce.

Quando a parlare sono i personaggi

Nel podcast Inaudita Librorum ho pensato di raccontare Harper Lee partendo proprio da questo silenzio. E di fare un passo ulteriore: lasciare che, dopo l’autrice, a parlare fosse Scout Finch adulta.

Non per nostalgia. Ma perché alcuni personaggi non invecchiano: crescono con chi li legge.

Scout, guardando indietro alla propria infanzia, ci restituisce il senso più profondo del romanzo: crescere non significa diventare più forti, ma non poter più dire “non lo sapevo”.

È forse questo il motivo per cui Il buio oltre la siepe continua a interrogarci. Non offre soluzioni semplici. Non consola. Chiede una presa di posizione.

Un’eredità più attuale che mai

A dieci anni dalla morte di Harper Lee, il mondo non è diventato più semplice. Le ingiustizie non si sono dissolte. I pregiudizi hanno solo cambiato forma. Ma proprio per questo il suo romanzo resta necessario.

Non come monumento letterario, ma come strumento di coscienza.

Harper Lee non ha riempito scaffali. Ha aperto una ferita. E ci ha lasciato il compito di non ignorarla.

Forse è questo il senso più profondo del suo silenzio: ricordarci che, dopo una certa storia, non tocca più allo scrittore parlare. Tocca a noi.


📌 Il 19 febbraio 2026, in occasione dell’anniversario della scomparsa di Harper Lee, sul podcast Inaudita Librorum è disponibile una puntata speciale dedicata all’autrice e a Il buio oltre la siepe, costruita come un passaggio di voce: dall’autrice al personaggio, dalla pagina al presente.

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Salviamo le librerie (e gli autori self) dai giganti del web

La storica libreria milanese Hoepli rischia la liquidazione. Ma il suo destino è solo il sintomo di una crisi molto più vasta: quella delle librerie fisiche travolte dall’online. È ora di reagire con una tassa sui giganti del web.

Il 25 febbraio 2026 potrebbe essere una data nera per Milano e per la cultura italiana. In quella data, l’assemblea straordinaria dei soci della storica casa editrice e libreria Hoepli dovrebbe formalizzare la liquidazione volontaria di un’istituzione che dal 1870 – centocinquanta sei anni – è stata un faro della cultura scientifica, tecnica e umanistica nel cuore di Milano.

Il paradosso è che Hoepli non sta chiudendo per debiti. I conti sono sostanzialmente in ordine. A ucciderla è una guerra fredda familiare che ha paralizzato ogni decisione strategica. Nel mezzo, cento dipendenti messi in cassa integrazione a zero ore, in attesa che gli azionisti si mettano d’accordo su cosa fare di quella che è una delle librerie più grandi d’Europa, con oltre 500mila volumi a catalogo.

Una crisi che viene da lontano

Ma sarebbe miope fermarsi al caso Hoepli, per quanto doloroso. La verità è che Hoepli è solo l’ultima, illustre vittima di una moria silenziosa che sta decimando le librerie italiane da anni. I numeri sono brutali: secondo dati AIE, tra il 2015 e il 2020 in Italia hanno chiuso oltre 2.300 librerie. E il trend non si è invertito. Anche a Milano, dove pure si concentra quasi il 60% del mercato editoriale nazionale, stanno chiudendo realtà storiche: la Libreria dei Ragazzi, dopo 55 anni di attività, ha abbassato le saracinesche l’anno passato.

Le librerie indipendenti sono quelle che soffrono di più. Nei primi quattro mesi del 2025, il mercato del libro ha perso il 3,6% in valore, ma le librerie indipendenti hanno registrato un calo del 7%. Quasi il doppio.

Alla base di questa emorragia ci sono due problemi interconnessi. Il primo: in Italia si legge sempre meno. Solo il 40% della popolazione sopra i sei anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno (dati Istat 2023). Peggio: secondo Eurostat, l’Italia è terzultima in Europa per numero di lettori – solo il 35,4% degli italiani sopra i 16 anni legge, contro una media europea del 52,8%. Siamo davanti solo a Cipro e Romania, ma lontanissimi dai paesi nordici dove si superano abbondantemente il 70%.

Il secondo problema è ancora più insidioso: chi legge, compra sempre più online. Durante il Covid, le vendite online sono schizzate dal 26,7% al 47% del mercato totale. Oggi si sono stabilizzate intorno al 40-41%, ma è un dato enorme. E quando si dice “online”, si dice sostanzialmente Amazon, che domina questo spazio con una quota schiacciante.

Il paradosso della democrazia culturale

Qui sta il paradosso: Amazon e gli altri colossi dell’e-commerce hanno certamente democratizzato l’accesso ai libri. Chi vive in un paese senza librerie, chi cerca un titolo fuori catalogo, chi ha difficoltà a muoversi – tutti possono ora ordinare un libro con un clic e riceverlo a casa in poche ore. È innegabile, ed è un progresso.

Ma a quale prezzo? Perché la comodità dell’e-commerce nasconde una concorrenza profondamente squilibrata. Le librerie fisiche devono sostenere costi che Amazon può scaricare: affitti, personale qualificato, bollette, tasse locali. E devono competere con un algoritmo che ti propone il libro “perfetto” basandosi su milioni di acquisti precedenti, contro il consiglio del libraio che conosce te, i tuoi gusti, le tue esigenze.

Perché, diciamolo chiaramente: una libreria non è solo un negozio. È un presidio culturale, un luogo di scoperta, un filtro contro l’omologazione. Il libraio è quel “mediatore culturale” che ti fa scoprire un autore che non conoscevi, che ti sconsiglia un libro nonostante sia in classifica, che crea eventi e presentazioni che tengono viva la comunità letteraria di un territorio.

Tutto questo l’algoritmo non lo può fare. L’algoritmo ti propone quello che hai già dimostrato di volere, ti rinchiude in una bolla di conferma. La libreria fisica ti espone alla casualità, alla scoperta, all’imprevisto. Ti fa camminare tra gli scaffali e trovare un libro che non cercavi ma che cambierà il tuo modo di pensare.

Il modello francese: si può fare

C’è chi ha capito che questo squilibrio va corretto. La Francia, per esempio, ha una rete di 3.500 librerie indipendenti che vendono circa metà dei libri del paese. Come ci riesce? Con una strategia molto chiara di protezione del libro come “bene culturale non commerciale”.

Dal 1981, la “legge Lang” vieta sconti superiori al 5% sul prezzo di copertina. Questo impedisce le guerre di prezzo che favoriscono i grandi player. Ma il vero colpo di genio è arrivato nel 2021 con la “legge Darcos”: dal 2023, chiunque venda libri online in Francia deve applicare una tariffa minima di spedizione di 3 euro per ordini sotto i 35 euro. Obiettivo: eliminare il vantaggio competitivo sleale della spedizione gratuita o quasi (Amazon in Francia applicava 0,01 euro, aggirando la legge del 2014).

Amazon ha protestato, ovviamente, sostenendo che avrebbe danneggiato i lettori delle aree rurali senza librerie. Ma i dati raccontano un’altra storia: il mercato principale di Amazon sono i grandi centri urbani, dove le librerie ci sono eccome. La legge Darcos non nega l’accesso ai libri, riequilibra una concorrenza distorta.

I risultati? La rete delle librerie francesi ha resistito meglio di quella italiana. Non è la soluzione definitiva, ma è un segnale politico chiaro: il libro non è un prodotto come gli altri, e le librerie hanno un valore sociale che va difeso.

Una proposta per l’Italia

È tempo che anche l’Italia faccia lo stesso. La mia proposta è semplice e diretta: introdurre una tassa sulle vendite online di libri dei grandi operatori – principalmente Amazon – il cui gettito vada a finanziare un fondo di sostegno per le librerie.

Non si tratta di proteggere rendite di posizione o di negare i benefici dell’e-commerce. Si tratta di riconoscere che le librerie fisiche svolgono una funzione che va oltre la vendita: formazione del gusto, educazione alla lettura, presidio culturale nei quartieri, animazione di comunità. Sono servizi pubblici in mano privata, e come tali meritano un sostegno.

Il fondo potrebbe funzionare su più livelli:

a) Contributi diretti alle librerie che organizzano eventi culturali, presentazioni, incontri con autori – tutte attività che Amazon non fa e non farà mai.

b) Sostegno agli affitti per librerie situate in zone a rischio spopolamento culturale, come i centri storici abbandonati o le periferie.

c) Formazione professionale per librai, per renderli sempre più competitivi come “consulenti culturali” in grado di competere con l’algoritmo.

d) Incentivi fiscali per chi acquista nelle librerie fisiche, magari sotto forma di tax credit culturale.

So bene che questa proposta può sembrare contraddittoria. Io stesso, come molti altri autori self-publishing, vendo quasi esclusivamente online, spesso proprio su Amazon. Una tassa sulle vendite digitali potrebbe danneggiare anche noi, autori indipendenti che nell’e-commerce abbiamo trovato l’unica via per raggiungere i lettori senza passare per l’editoria tradizionale. È un problema reale, e non va ignorato.

Ma proprio qui sta il punto: il fondo potrebbe essere la soluzione anche per noi. Immaginate che parte delle risorse venga utilizzata per creare all’interno delle librerie fisiche delle “sezioni self“, spazi dedicati agli autori indipendenti. Non libri suggeriti dall’algoritmo di Amazon sulla base delle vendite o del budget pubblicitario, ma opere selezionate e consigliate dai librai stessi, che le scelgono perché le hanno lette, apprezzate, ritenute di qualità.

Sarebbe una rivoluzione. Oggi l’ecosistema self-publishing è dominato dalla logica della quantità: chi pubblica di più, chi investe di più in advertising, chi sa giocare meglio con le keyword di Amazon emerge. La qualità è un fattore, certo, ma secondario rispetto alla capacità di fare marketing. Una “sezione self” curata dai librai cambierebbe tutto: improvvisamente conterebbe la scrittura, non il budget pubblicitario. Conterebbe il giudizio di un professionista della lettura, non l’algoritmo.

Non è un’idea astratta. Il Salone Internazionale del Libro di Torino ha creato cinque anni fa un’area dedicata agli autori autopubblicati, riconoscendo la dignità letteraria del self-publishing. E funziona: quest’anno parteciperò anch’io come autore selezionato con la mia opera Roman e Gwenny, la prova che quando c’è una selezione basata sulla qualità e non sul budget pubblicitario, gli autori indipendenti possono emergere. Se il più importante evento editoriale italiano ha fatto questo passo, perché le librerie non dovrebbero seguire? I tempi sono maturi per un salto di qualità.

Certo, non tutti saranno d’accordo. Gli editori tradizionali potrebbero vedere le “sezioni self” come una minaccia. Ma qui sta il paradosso: molti di quegli stessi editori controllano catene di librerie. Mondadori, Feltrinelli, Giunti… Se davvero credono nella qualità letteraria, perché non dare spazio anche ai talenti che emergono fuori dai loro cataloghi? O forse il problema è proprio questo: che il controllo verticale dell’editoria – dall’autore al punto vendita – soffoca la biodiversità culturale che una libreria dovrebbe invece garantire?

E questo creerebbe un circolo virtuoso. Gli autori self avrebbero un incentivo fortissimo a migliorare la propria scrittura, perché saprebbero che esiste uno spazio fisico dove i loro libri possono essere giudicati per quello che sono, non per quanti soldi hanno speso in pubblicità. Le librerie, dal canto loro, acquisirebbero un ruolo nuovo: non solo custodi della letteratura tradizionale, ma anche scopritori di talenti emergenti. Mediatori tra il caos dell’autopubblicazione e il lettore che cerca qualità.

Sì, probabilmente qualcuno venderebbe meno copie online. Ma in cambio avremmo qualcosa di molto più prezioso: un sistema che premia davvero la qualità della scrittura, che offre visibilità agli autori meritevoli anche se non hanno budget per il marketing, che riporta al centro il giudizio umano contro la tirannia dell’algoritmo. Non è forse questo il vero spirito dell’autopubblicazione? Dare voce a chi ha talento ma non ha agganci nell’editoria tradizionale?

La cifra della tassa andrebbe calibrata con attenzione: deve essere abbastanza alta da generare risorse significative, ma non così alta da strangolare l’e-commerce o penalizzare eccessivamente i lettori. L’importante è il principio: chi vende libri online senza sostenere i costi del presidio territoriale contribuisce a un fondo che finanzia chi quei costi li sostiene – e che, in cambio, diventa ponte tra autori emergenti e lettori esigenti.

Un paese che non legge è un paese che non pensa

Qualcuno obietterà: ma perché dovremmo proteggere le librerie quando il vero problema è che gli italiani non leggono? È vero, il calo dei lettori è il problema primario. Ma le due cose sono connesse. Un paese con meno librerie è un paese con meno occasioni di incontro con i libri, meno eventi culturali, meno stimoli alla lettura. È un circolo vizioso.

La Francia ha capito che difendere le librerie significa difendere la lettura. Non è un caso che lì si legga molto più che da noi: il 62% dei francesi legge almeno un libro all’anno, contro il nostro 40%. E non è un caso che abbiano 3.500 librerie indipendenti, contro le nostre sempre meno numerose.

Il divario Nord-Sud, poi, rende la questione ancora più urgente. Al Sud e nelle Isole si vendono meno del 20% dei libri italiani, nonostante rappresentino ben più del 20% della popolazione. E non è un problema di soldi: è un problema di infrastrutture. Al Meridione ci sono il 30% in meno di librerie rispetto alla media nazionale. Meno librerie significa meno cultura visibile, meno occasioni, meno stimoli. E il gap si allarga.

Se chiude Hoepli, chiude un pezzo di noi

Torniamo a Hoepli. Se il 25 febbraio dovesse davvero arrivare la liquidazione, Milano perderà molto più di una libreria. Perderà un simbolo, un punto di riferimento, un luogo dove generazioni di studenti, professionisti, curiosi hanno trovato risposte, ispirazione, scoperte. Perderà un pezzo della propria identità culturale.

Ma soprattutto, se non facciamo nulla, Hoepli sarà solo la prima di una lunga serie. Altre librerie storiche chiuderanno, altre città si impoveriranno culturalmente, altri quartieri perderanno i loro presidi di cultura. E quando avremo finito di chiudere tutte le librerie indipendenti, quando avremo lasciato il mercato del libro interamente nelle mani di Amazon e di pochi grandi player, ci accorgeremo – forse troppo tardi – di aver perso qualcosa di prezioso.

Non si tratta di tornare al passato o di negare i benefici della tecnologia. Si tratta di trovare un equilibrio, di riconoscere che alcune cose hanno un valore che va oltre il profitto. Le librerie sono una di queste cose. E se lo Stato francese ha capito che vale la pena difenderle, perché noi non dovremmo?

La cultura non è un mercato come gli altri. I libri non sono scatolette di fagioli. E le librerie non sono supermarket. Sono luoghi dell’anima, della scoperta, del pensiero critico. Sono, in una parola, democrazia. E la democrazia, talvolta, va difesa anche dal mercato.

È ora di agire. Prima che sia troppo tardi.

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Lo scrittore artigiano

L’amico ritrovato

Questa storia ha inizio il 10 agosto 1987 a Torino, giorno del mio onomastico e primo giorno alla Caserma Cernaia di Torino, inizio del 131° corso allievi carabinieri ausiliari “Carabiniere Calì”. Finii alla seconda compagnia, 6° plotone, e come compagno di letto a castello mi ritrovai Antonio Pulinas che, per via del cognome, veniva prima del mio.

Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo… Lui veniva da Osilo, in provincia di Sassari, ed era la sua prima volta sul continente. Aveva 19 anni e voleva provare a cambiare il suo destino: da figlio di allevatori di pecore, sognava qualcosa di diverso. Io, allora ventunenne, ero al terzo anno di Giurisprudenza e desideravo laurearmi avendo già assolto l’obbligo del servizio militare, che allora toccava a tutti noi maschietti.

Diventammo subito amici, come lo si può diventare solo con un sardo. E chi ha sperimentato questo tipo di amicizia può capire. Antonio parlava poco, ma con me poco alla volta si aprì, raccontandomi molti episodi della sua giovane vita. Io ascoltavo con piacere, anche perché, rispetto a lui, avevo meno da dire: mi resi conto in quei tre mesi, anche ascoltando le storie degli altri allievi, quanto fosse stata lineare e senza particolari eventi significativi la mia vita fino ad allora.

In quei tre mesi Antonio condivise con me le sue speranze e le sue preoccupazioni, tipiche di un ragazzo giovane che non ha ancora ben chiaro cosa fare della propria vita. A metà novembre il corso terminò e di lui non seppi più nulla. Io fui mandato a Milano, mentre di lui non ricordavo nemmeno se lo avessero destinato in Sardegna o se fosse rimasto sul continente.

Gli anni passarono. Mi sposai, ebbi due figli, e mai – dico mai – feci una vacanza in Sardegna, fino all’anno scorso, quando mia moglie, nel febbraio 2025, mi disse: “Senti, non siamo mai stati al mare in Sardegna, quest’anno ci voglio proprio andare.”

Indovinate come è andata a finire…

Passai alcune settimane a scegliere il posto per la vacanza. Di solito la location la scelgo io e mia moglie organizza il tempo delle giornate, decidendo cosa vedere nei dintorni. Alla fine, optai per l’arrivo in traghetto a Olbia e un alloggio in un villaggio vicino a Castelsardo.

Giocherellando con la punta del mouse sulla mappa, mi cadde l’occhio su un paese: Osilo. E di colpo mi venne in mente il mio amico Antonio Pulinas.

Chiamai mia moglie, le mostrai il nome del paese sulla mappa e dissi: “Voglio provare a ritrovare il mio amico, o almeno avere notizie di lui.” In effetti non sapevo nulla: poteva anche vivere in Friuli o in Giappone, tanto è strana la vita.

Cercammo online e trovammo tre Pulinas a Osilo, tra cui un Antonio titolare di un’officina meccanica. Poteva essere lui. Tentare non guastava, tanto ormai saremmo stati lì vicino.

Arrivò settembre 2025, periodo della nostra vacanza in Sardegna. Un giorno partimmo per Osilo, in cerca del mio compagno di branda alla Cernaia di 38 anni prima. Mi chiedevo: “E se non si ricorda di me?”

Trovammo l’officina e vidi di spalle un uomo che stava lavorando al motore di un’auto. Capii subito che non era il mio Antonio, e quando si girò ne ebbi conferma. Si chiamava Antonio Pulinas, ma non aveva mai fatto il carabiniere.

Ma qui avvenne il primo piccolo miracolo: ascoltata la mia storia, mi disse: “Secondo me il suo amico è un allevatore di bestiame, titolare di un’azienda agricola a 4 chilometri da qui. Ritorni alla sua auto e mi segua, l’accompagno io.”

E così fu. Si pulì le mani sporche di grasso, disse al garzone che sarebbe uscito una mezz’ora, e mi guidò dal suo omonimo allevatore.

Iniziavo a pregustare l’incontro. Questa volta avevo meno dubbi sul fatto che potesse essere il mio Antonio, ma il pensiero rimaneva: “E se non si ricorda di me?”

Arrivammo in aperta campagna e, a un certo punto, svoltammo dalla strada principale per inoltrarci in una trazzera. In fondo vidi un capannone bianco e, più in là, un nutrito gregge di pecore al pascolo.

Il mio accompagnatore scese per primo, mi fece cenno di aspettare e si diresse all’interno del capannone. Dopo un minuto, uscì con un uomo. Al primo sguardo i dubbi mi caddero: era lui. Era il “mio” Antonio Pulinas.

Scesi dall’auto, mi avvicinai lentamente. A un paio di metri di distanza gli chiesi: “Ti ricordi di me? Torino, Caserma Cernaia…”

“Lorenzo! Tu sei Lorenzo Quaglia!” Secondo miracolo.

Restammo a parlare per circa un’ora. Gli presentai mia moglie e lui mi raccontò cosa aveva fatto negli ultimi quarant’anni. Alla fine, aveva seguito le orme paterne e ora gestiva un caseificio che produceva latte e formaggi da 150 pecore, che pascolano libere nel suo territorio.

Ci siamo lasciati con la promessa di risentirci più spesso, e magari rivederci ancora. Sicuramente in Sardegna ci tornerò più frequentemente, ora che so di aver ritrovato un amico.

PS: abbiamo ordinato i suoi formaggi, che ci sono arrivati comodamente a casa. Una delizia. Mi dispiace solo che non possiate sentirne l’aroma.

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Quando i libri entrano in classe (e i bambini entrano nelle storie)

Ieri io e Valeria abbiamo passato un’intera giornata in una scuola primaria di Mezzago. Eravamo lì per presentare La 1ª F e il segreto della montagna, il libro che abbiamo scritto e illustrato insieme. 

I bambini lo avevano letto. E questo cambia tutto.

Cambia il modo in cui ti guardano. Cambia il tipo di domande che arrivano. Cambia il livello della conversazione.

Non ci hanno chiesto “di cosa parla il libro”. Ci hanno chiesto come si inventano le storie, come si disegnano, da dove arrivano i personaggi, se esistono davvero o se, in qualche modo, diventano veri quando qualcuno li legge.

In quelle domande c’era una cosa chiarissima: ai bambini piace leggere, se vengono messi nelle condizioni di farlo. Piace ascoltare storie, se sentono che non sono trattati con sufficienza. Piace capire come nascono i libri, perché li fa sentire parte di un processo, non semplici destinatari.

Valeria ha raccontato il lavoro dell’illustratrice, io quello dello scrittore. Ma più parlavamo, più diventava evidente che il confine tra chi racconta e chi ascolta era sottilissimo. In certi momenti sembrava quasi scomparire.

I disegni appesi alle pareti – i loro disegni – erano la prova più bella: personaggi reinterpretati, scene immaginate, dettagli colti e trasformati. Non copie, ma letture personali. Ed è forse questo il punto più importante: leggere non significa ripetere, ma appropriarsi di una storia.

Abbiamo passato ore così. Senza fretta. Senza la sensazione di “dover finire”. Solo il tempo necessario perché una cosa rara accadesse: un incontro vero tra libri e lettori.

Siamo tornati a casa stanchi, certo. Ma con quella stanchezza buona, che somiglia molto alla gratitudine

Perché giornate come questa ricordano una cosa essenziale, che spesso nel rumore quotidiano dimentichiamo: la lettura non è un problema da risolvere, ma un’esperienza da far vivere.

E quando la porta si apre nel modo giusto, i bambini entrano. Tutti.

Un ringraziamento sincero va alle insegnanti che hanno organizzato questa giornata e che, prima ancora dell’incontro, hanno scelto di far leggere il libro ai bambini.
È lì che tutto è cominciato.

Una giornata indimenticabile.
Di quelle che non fanno curriculum, ma danno senso a quello che facciamo.

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A TU PER TU CON...

Paolo Pasubio non è un chatbot. È un personaggio che continua a pensare

Negli ultimi mesi si parla molto di GPT personalizzati, o custom GPT. Se ne parla soprattutto in termini tecnici: modelli più specializzati, risposte più mirate, automazioni più efficienti. Tutto vero. Ma c’è una domanda che raramente viene posta: che cosa succede quando un GPT non viene progettato per sapere di più, ma per essere qualcun altro?

Oltre la tecnologia, la questione narrativa

La maggior parte degli esperimenti con l’intelligenza artificiale ruota attorno alla prestazione: velocità, aggiornamento, quantità di informazioni. È una logica comprensibile, ma limitata. Funziona finché l’AI viene pensata come strumento. Inizia a scricchiolare quando le chiediamo una voce, uno sguardo, una coerenza nel tempo.

È qui che i GPT personalizzati diventano interessanti non per ciò che aggiungono, ma per ciò che tolgono. Disattivare la ricerca web, rinunciare all’attualità, limitare le funzioni non è un difetto progettuale: è una scelta narrativa. È il modo in cui si passa dall’assistente universale a qualcosa di più vicino a un luogo.

I confini come atto creativo

Chi scrive lo sa bene: un personaggio esiste davvero solo quando ha dei limiti. Quando non può dire tutto. Quando non sa tutto. Quando mantiene una linea anche a costo del silenzio.

Un GPT progettato in questo modo non risponde a qualsiasi domanda. Non apre link inutili. Non improvvisa competenze. Accetta di non essere aggiornato, ma in cambio offre qualcosa di raro: una continuità di coscienza.

Ed è qui che emerge un punto decisivo.

Un esperimento (quasi) senza precedenti

Non conosco molti esempi di scrittori che abbiano fatto questo passo con un proprio personaggio seriale: creare uno spazio pubblico, controllato, in cui il personaggio non venga spiegato, promosso o semplificato, ma continui a pensare.

Esistono chatbot promozionali, bot ispirati a personaggi famosi, imitazioni più o meno riuscite. Ma sono operazioni di marketing o di intrattenimento. Qui l’obiettivo è un altro: verificare se un personaggio letterario possa abitare un ambiente dialogico senza perdere la propria identità.

Perché l’ho fatto

Dopo anni di scrittura, Pasubio ha iniziato a pensare anche quando non scrivevo. Non è retorica: capita, con certi personaggi. Continuano a ragionare, a osservare, a prendere posizione. Questo esperimento è il tentativo di dargli uno spazio per farlo senza di me: uno spazio pubblico di dialogo dove possa esistere in forma dialogica, mantenendo la propria voce.

Per chi lo conosce già

Se avete letto i romanzi di Pasubio, probabilmente avete domande. Dettagli che vi sono rimasti in mente, scelte che non ha spiegato fino in fondo, momenti in cui avreste voluto chiedergli: “Ma cosa pensavi davvero, in quella situazione?” Questo spazio è anche per questo. Non per ottenere spiegazioni definitive – Pasubio non è fatto così – ma per continuare la conversazione. Per vedere se, dialogando, emerge qualcosa che nei libri restava sottotraccia.

Come funziona

Non è un chatbot informativo. Non cerca risposte sul web. Non commenta l’attualità.

Pasubio osserva, riflette, prende tempo. A volte tace. Come fa nei libri.

Chi è curioso di capire cosa può diventare un GPT quando smette di voler “sapere tutto” e inizia a interpretare, può entrare in questa stanza e provare a parlargli.

Per dialogare con Paolo Pasubio è necessario accedere a ChatGPT con un account (anche gratuito). È una soglia tecnica minima, ma necessaria perché l’esperienza funzioni davvero.

Il link è qui, per chi vuole entrare.

Il dialogo con Paolo Pasubio non è visibile all’autore. Resta tra chi entra e la voce che risponde.

Quello che troverete non è un archivio di risposte, ma una stanza dove Pasubio continua a pensare. Se avete pazienza, potete entrare.

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Ricorrenze...

Cinquant’anni senza Agatha Christie. Eppure, non se n’è mai andata

Il 12 gennaio 2026 ricorrono cinquant’anni dalla morte di Agatha Christie.

Cinquant’anni sono un tempo lungo, sufficiente perché molte voci si affievoliscano, perché i libri scivolino lentamente verso gli scaffali della memoria. Non è accaduto a lei. E non è un caso.

Agatha Christie non è soltanto “la regina del giallo”. Questa definizione, per quanto suggestiva, rischia di ridurla. Christie è stata, prima di tutto, una straordinaria osservatrice dell’animo umano. Ha usato il delitto come lente, non come spettacolo. Ha trasformato il mistero in uno strumento per raccontare le persone, le loro fragilità, le loro paure, le loro piccole e grandi colpe.

Il giallo come ordine nel caos

Nei suoi romanzi il crimine non è mai fine a sé stesso. Non c’è compiacimento nella violenza, non c’è gusto per l’eccesso. C’è piuttosto un’esigenza profonda: ristabilire un equilibrio spezzato.

Il giallo, per Christie, è una forma di fiducia. La fiducia che il disordine possa essere ricomposto, che la verità – per quanto scomoda – possa emergere. È una visione quasi etica della narrazione: il mondo può essere confuso, ambiguo, contraddittorio, ma non è privo di senso.

Hercule Poirot e Miss Marple non sono supereroi, né macchine infallibili. Sono due modi diversi di guardare l’umanità: uno attraverso la logica rigorosa, l’altra attraverso l’esperienza e l’intuizione. Entrambi, però, partono da una stessa convinzione: nulla accade senza una ragione.

Basta pensare a Assassinio sull’Orient Express: un delitto apparentemente inspiegabile, che si rivela invece il punto d’arrivo di una giustizia collettiva, dove la morale individuale e quella sociale entrano in conflitto. O a Dieci piccoli indiani, dove l’isola diventa una scena chiusa in cui il male non può più nascondersi, e ogni colpa trova il suo giudice.

Una scrittrice del Novecento, non solo di genere

Agatha Christie ha attraversato il Novecento vivendo in prima persona le sue fratture: due guerre mondiali, il crollo delle certezze ottocentesche, il mutamento del ruolo della donna, l’accelerazione della modernità. Tutto questo entra nei suoi libri, spesso in modo discreto, quasi laterale, ma costante.

I suoi romanzi parlano di classi sociali, di denaro, di eredità, di solitudine, di matrimonio, di indipendenza femminile. Parlano di comunità chiuse e apparentemente tranquille – la villa di campagna, il villaggio inglese, il treno di lusso – dove il male non arriva dall’esterno, ma nasce dentro. Sono spazi dove tutti si conoscono, o credono di conoscersi, e dove proprio questa familiarità nasconde l’inganno. È un’idea modernissima, che anticipa molta narrativa contemporanea.

Christie sullo schermo

La capacità di Christie di costruire personaggi memorabili e situazioni visivamente efficaci ha reso la sua opera perfetta per il piccolo e il grande schermo. Hercule Poirot ha trovato volti indimenticabili: da David Suchet, che per oltre vent’anni ha incarnato il detective belga con rigore quasi maniacale, a Kenneth Branagh, che ne ha offerto una versione più tormentata e cinematografica.

Miss Marple ha avuto le sue interpreti iconiche in Joan Hickson e Geraldine McEwan, ciascuna con una diversa sfumatura: l’una più austera, l’altra più maliziosa.

Queste trasposizioni non sono semplici adattamenti: sono reinterpretazioni che continuano a interrogare il pubblico, a rileggere i testi alla luce del presente. E dimostrano quanto i personaggi di Christie abbiano una vita autonoma, capace di attraversare generazioni e linguaggi.

Perché Christie parla ancora al nostro tempo

A cinquant’anni dalla sua morte, Agatha Christie continua a essere letta, adattata, reinterpretata. Non solo per nostalgia. Ma perché il suo sguardo sull’essere umano è ancora incredibilmente attuale.

Viviamo in un’epoca che pretende risposte immediate, verità rapide, colpevoli pronti all’uso. I romanzi di Christie, invece, chiedono tempo. Chiedono attenzione. Chiedono silenzio. Ci ricordano che capire è più difficile che giudicare, e che la verità raramente si manifesta in modo rumoroso.

Nei suoi libri non conta solo chi ha ucciso, ma il perché. E questo “perché” ci riguarda ancora, forse più di prima.

Cinquant’anni dopo

Agatha Christie è morta il 12 gennaio 1976.
Ma il suo modo di raccontare il mondo non ha mai smesso di vivere.

Ogni volta che apriamo uno dei suoi romanzi, non entriamo soltanto in un enigma ben costruito. Entriamo in una riflessione profonda sull’uomo, sulle sue contraddizioni, sulle sue scelte. È questo che rende la sua opera resistente al tempo.

Cinquant’anni dopo, Agatha Christie non è un monumento letterario.
È una voce ancora attiva.
E continua, con discrezione e lucidità, a invitarci a guardare meglio.

Alla vigilia di questo anniversario, ho provato a fare un passo ulteriore.
L’11 gennaio, su Inaudita Librorum ho immaginato che fosse Agatha Christie stessa a parlarci.
A raccontare la sua visione del romanzo giallo, della vita e del nostro tempo.

🎧 La puntata è disponibile qui:
👉 https://youtu.be/RLAO8psyvSc

E voi, quale romanzo di Christie rileggereste oggi?

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Ricorrenze...

Quello che resta di un anno…

Alla fine di un anno viene spontaneo tirare le somme. È tipico degli esseri umani questo approccio, dipende da quel qualcosa che ci differenzia da ogni altro essere presente sulla Terra: abbiamo coscienza del tempo. Un animale, una pianta, un minerale non sanno che il tempo passa. Se l’uomo sparisse dalla faccia della terra, sparirebbe anche il concetto di tempo.

Ma questa riflessione sul tempo mi ha portato a chiedermi: cosa resta di quello che facciamo?

Quest’anno l’ho capito meglio. Finché ciò che sai fare resta solo tuo, muore con te. Quella competenza affinata negli anni. Quel modo particolare di gestire situazioni complicate. Quell’approccio che usi per risolvere un certo tipo di problema. Finché resta solo tuo, è limitato a te. Al tuo tempo. Alla tua vita.

Ma quando lo sistematizzi, lo insegni, lo trasmetti a qualcun altro… continua senza di te. Può andare ovunque. Può arrivare dove tu non arriverai mai.

Ho capito questo mentre realizzavo i miei primi due podcast. A gennaio ho pubblicato la prima puntata di Inaudita Librorum e dell’Officina delle Lettere, il mio corso di scrittura creativa. Cinquanta puntate ciascuno. Non le ho fatte per accumulare numeri, ma perché sistematizzare quello che sapevo per insegnarlo ad altri mi ha costretto a chiarire cose che davo per scontate, a esplicitare passaggi che facevo in automatico.

In primavera ho terminato il mio primo romanzo per ragazzi, illustrato da Valeria Vitale. L’abbiamo presentato al Salone del Libro di Torino, poi a Loano e a Ponte di Legno. In autunno ho ripreso l’ultimo giallo del commissario Pasubio e gettato le basi per il nuovo podcast Milano da Ascoltare che partirà a marzo. Nel mentre l’incontro con Assipod, l’associazione dei podcaster italiani, e il lavoro con la rivista Podcast stanno aprendo strade che non immaginavo.

Tutti i miei podcast sono disponibili a questo link.

Perché ho fatto tutte queste cose?

Non per ricevere complimenti – non mi sono mai interessati i “bravo, come fai?” Le ho fatte perché trasmettere quello che sai è forse l’unico vero modo per moltiplicare l’impatto di ciò che fai. Non fare più cose tu. Ma insegnare ad altri a fare quello che fai tu.

E poi c’è un’altra ragione, più profonda.

Ci sono giornate che partono con il piede giusto, dove tutto sembra facile. E poi ci sono quelle dove il dolore di una perdita o di una mancanza si fa più duro da sopportare e ti senti schiacciare, come se ti mancasse l’aria per respirare.

In quei momenti, avere qualcosa di significativo da fare ti salva. Pensare che alla sera devi intervistare quello scrittore, finire un capitolo del romanzo, registrare una puntata. Trattieni il fiato per cinque minuti, magari ti fermi senza sapere dove ti trovi, ma poi riparti. L’energia ti arriva dai pensieri, fai un passo in avanti e finisci per dimenticare quel brutto momento.

L’arte, il lavoro creativo, ha questo di bello: ti riconnette con l’eternità a cui ognuno di noi è chiamato. Il fatto di contare i minuti, i secondi, – quando vogliamo che passino in fretta o quando vorremmo che non passassero mai – dipende proprio dalla nostra stessa natura di essere creato, essere voluto da qualcun Altro che ci aspetta al termine della nostra esistenza e che ci chiederà conto del tempo che ci ha donato: non per giudicare quello che abbiamo o non abbiamo fatto, ma per gioire con noi di come l’abbiamo utilizzato.

Perché il peccato più grave che possiamo compiere è sprecare il tempo che ci è dato da vivere.

Allora prova a chiederti: cosa sai fare bene che potrebbe essere utile anche ad altri? In che modo potresti tramandarlo?

Non serve essere esperti mondiali. Serve solo sapere qualcosa che gli altri non sanno. E avere voglia di trasmetterlo. Magari hai sviluppato un metodo per organizzare il lavoro. Magari hai capito come gestire conversazioni difficili. Magari sai cucinare quel piatto che viene sempre perfetto. Magari hai imparato ad affrontare l’ansia in modo che funziona davvero.

Ti auguro di vivere i prossimi 365 giorni con la coscienza che ciascuno di essi potrebbe essere l’ultimo che hai a disposizione. Per questo motivo non ne va sprecato nessuno.

Io ci provo ogni giorno. E quando non ci riesco, almeno so perché vale la pena riprovarci il giorno dopo.