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A tu per tu con: Enzo Corbani

Domenica 21 gennaio ho visitato insieme a mia moglie uno dei Borghi più belli d’Italia: Soncino in provincia di Cremona. Soncino è una perla storica e culturale che sembra sospesa nel tempo. Questo borgo medievale, circondato da campagne lussureggianti, è famoso per le sue mura imponenti e il castello roccaforte, testimoni silenziosi di epoche passate. Passeggiando per le sue strade acciottolate, si è avvolti da un’atmosfera unica, dove ogni pietra racconta storie di nobili e cavalieri. Con i suoi musei, le botteghe degli artigiani e i ristoranti che offrono squisite specialità locali, Soncino rappresenta un incontro armonioso tra storia, cultura e gastronomia. Ma oggi vi voglio parlare di una persona speciale che ho conosciuto a Soncino e che si chiama Enzo Corbani, ideatore, fondatore e gestore del Museo della Seta di Soncino che si trova all’interno della Filanda Meroni vicino alla Rocca sforzesca. È un museo particolare perché oltre al tradizionale materiale sul baco da seta e sulla sua lavorazione, raccoglie oggetti, quasi sconosciuti ai più, delle ditte che producevano le uova delle farfalle da cui nascono i bachi da seta, uova che poi venivano spedite in tutta Italia e anche all’estero, i seme-bachi.  

Lorenzo Roberto Quaglia: 31 gennaio ore 21,00 sono collegato con il signor Enzo Corbani per parlare del Museo della Seta e della sua bella attività che è nata nel 1997, quando ha iniziato la raccolta.  La prima domanda signor Corbani che mi viene da fare è questa: qual è stata l’ispirazione per creare il Museo della Seta? L’ ha spinta qualcosa o qualcuno, in buona sostanza come è nata questa avventura?

Enzo Corbani: No, è molto semplice, sono 35 anni che frequento i mercati d’antiquariato. Ho iniziato raccogliendo materiale su Soncino, quando non trovavo niente su Soncino, libri, cartoline, documenti o stampe, mi capitava di comprare il classico libro sul baco da seta. Questi libri più o meno si assomigliano tutti e poco alla volta, guardando le immagini di questi libri mi sono lasciato incuriosire dagli oggetti delle fotografie. E mi sono detto: magari posso trovare questo pezzo o questo oggetto. E così ho incominciato. La prima cosa che ho trovato è stata l’incubatrice dei bachi da seta. Invece il primo oggetto che riguarda la sala dedicata alle ditte bacologiche è stato un cartoncino pubblicitario. Dal primo cartoncino ho capito che c’erano altre ditte che pubblicavano manifesti o cartoncini di pubblicità e visto che a me le pubblicità sono sempre piaciute ho cominciato a cercare prima come baco da seta e poi mi sono spostato sulle ditte bacologiche.

L.R.Q: Quello che volevo capire, che mi interessava, era l’ispirazione per questa raccolta da che cosa l’ha avuta, cioè da bambino era appassionato al baco da seta? 

E.C.: Il baco da seta mi è sempre stato simpatico come animale, la storia non la conoscevo bene all’inizio, dopo ho cominciato a collezionare come facevo con il materiale su Soncino, con un certo criterio: quindi prima sul baco da seta e poi sul bacologico.

L.R.Q.: Quindi è una passione derivata dal fatto che lei comunque è nato in quella zona e conosceva la storia della seta?

E.C.: Un pochettino ma non c’è una ragione particolare, io sono un collezionista: si comincia a collezionare una cosa, poi quando cerco, cerco.  Ho iniziato a collezionare materiale su Soncino e poi mi sono spostato sul baco da seta. Tutti i commercianti o tutte le persone che conoscevo mi avvisavano che c’era materiale sul baco. Quindi per un collezionista è importante avere una rete di conoscenze e di amici che ti avvisano quando in quel tal mercato compare qualcosa che ti potrebbe interessare. Poi è arrivato Internet e la rete è diventata ancora più capillare e importante. Poi è arrivato WhatsApp: se un amico mi invia un’immagine di un oggetto io so subito se mi interessa oppure no. Quando ho incominciato a raccogliere materiale sul baco non è stato semplice mettere su una rete di persone che non conoscono l’argomento e fargli cercare una cosa praticamente sconosciuta e parlo di bacologico o seme-bachi. Su un mercato di 200 espositori, far porre l’attenzione e l’occhio sulla scatolina dove c’è scritto seme-bachi non è semplice. Io ormai sono allenato e quindi mi è più facile, per altri, trovare qualcosa per me non è così facile. Devo ringraziare ogni volta che li vedo queste persone perché devono buttare l’occhio sulla scritta, altrimenti se non c’è la scritta loro non la vedrebbero.

L.R.Q.: Quindi lei ha iniziato come collezionista di cartoline di Soncino e poi si è focalizzato sulla storia del seme-baco e sul bacologico?

E.C.: Prima sono partito con il baco da seta e poi mi sono spostato sul bacologico anche per il discorso delle pubblicità, dei manifesti pubblicitari che mi piacevano particolarmente. Ho cominciato a trovare qualche manifesto e mi sono chiesto, chissà quante erano le ditte che lavoravano in questo settore e ho iniziato a fare ricerche. Per mia fortuna in quel periodo è arrivato Internet che mi ha aiutato molto in questo lavoro. 

L.R.Q.: Il pezzo più lontano da noi geograficamente da dove viene?

E.C.: L’ho trovato in America a Boston ed è un manifesto bacologico di Ascoli che era finito in un negozio di manifesti d’epoca. Un negozio come tanti, come di quelli che ci sono anche qui in Italia. L’ho trovato grazie ad una foto in Internet. Io quando faccio le ricerche in rete, cerco l’immagine su Google, non metto la descrizione nella stringa di ricerca, ma vado nella ricerca per immagini. Quando trovo qualche immagine che mi interessa faccio un ingrandimento e approfondisco la cosa. Nel caso di quel manifesto, ho contattato il negozio di Boston che lo aveva messo in vendita, gli ho scritto una mail, ci siamo messi d’accordo sul prezzo e l’ho acquistato. 

L.R.Q.: Con quale criterio seleziona gli oggetti che cerca? 

E.C.: Tutto, io come sempre guardo le immagini e decido se è inerente a quello che interessa a me o se devo scartarlo. Un grosso limite è anche il prezzo. Il museo è gratuito quindi più di tanto non posso spendere certe cifre, a meno che se passano dei mesi senza che trovo nulla di interessante, allora si accumula qualcosa e si può fare, se capita, anche un acquisto più importante. Come sotto Natale, mi sono capitati due termometri pubblicitari, pagati una cifra importante. Lei capisce che, per un Museo che non fa pagare l’ingresso, sostenere l’acquisto di nuovi oggetti da esporre è impegnativo e tenga conto che ci sono più di 2.500 pezzi nel Museo.

L.R.Q.: Mi sembra di capire che questa raccolta l’ha finanziata tutta lei, con i suoi fondi?

E.C.: Esatto, ci sono solo le offerte dei visitatori. Il comune mi fornisce lo spazio in comodato d’uso gratuito, la luce, il riscaldamento e Internet, ma tutto quello che ha visto all’interno, tavoli vetrine, mobilio è stato portato da me. Io sono solo e faccio anche le spiegazioni ai clienti…

L.R.Q.: Io l’ho visitato e invito tutti coloro che leggeranno l’intervista a farlo perché ancora di più si apprezza il suo lavoro dopo quello che mi sta raccontando…

E.C.: È difficile, quando c’è gente come quando siete venuti voi, bisognerebbe avere a disposizione dieci minuti, un quarto d’ora, per spiegare per benino tutto quello che avete davanti, ma purtroppo essendo solo non riesco a seguire tutto. Quando percepisco che alcune persone sono più interessate di altre a quello che stanno vedendo allora mi avvicino e instauro un dialogo più personale, come ho fatto con voi. 

L.R.Q.: Qual è l’oggetto più antico che è presente nel museo?

E.C.: Ci sono due scatoline per la confezione del seme-bachi, quelle rotonde nella vetrinetta, sono del 1897. La storia è stata questa: una signora ha messo un annuncio su un sito online di vendite. Erano scatole che non mi interessavano. La contatto e le spiego il tipo di materiale che sto cercando.  Dopo qualche tempo, mi scrive offrendomi le due scatoline e le acquisto. 

L.R.Q.: Durante la settimana si muove, va in cerca di materiale per mercati e mercatini? 

E.C.: No, durante la settimana non ci sono i mercati.  Le fiere iniziano il venerdì. Recentemente ho visitato una fiera e ho portato a casa un certificato azionario di un bacologico che inseguivo da dieci anni. 

L.R.Q.: Mi racconti questa storia… 

E.C.: Appena prima di Natale ho aperto il Museo e arriva una signora che mi porta un plico.  In quel momento nel Museo combinazione non c’era nessuno allora lo apro e dentro c’è un catalogo di una ditta che conosco che vende certificati azionari. Sfoglio il catalogo e all’interno c’è un post.it giallo su una foto di Tonello Trevisoche è l’azione che cercavo da tempo. Quel giorno era sabato. Chiamo il numero fisso e non risponde nessuno. Mi viene in mente che c’è la Fiera a Verona. Allora penso: chi ci può essere che conosco tra tutti i miei contatti che potrebbe acquistarlo per me a Verona? Mi è venuto in mente un commerciante che era ancora lì, lo contatto e alla fine riesco a recuperare l’azione tramite lui che gentilmente è andato allo stand del titolare del catalogo che non aveva ancora venduto l’azione. Ecco perché la rete che dicevo prima fa tanto ed è fondamentale. 

L.R.Q.:  Quale è stata la sfida più grande che ha dovuto affrontare per creare il museo?  

E.C.: All’inizio per aprirlo. Perché ho dovuto fare tutto da solo. Sono io che accolgo i clienti, sono io che tengo i contatti con le scuole, perché ci sono tantissime classi che mi vengono a trovare, sono io che devo pulire tutto a 360°, fare la piccola manutenzione e via dicendo… Non è stato facile costruirlo e partire con il Museo… Sono partito con la prima sala, e quando ho aperto la seconda sala ed ho organizzato meglio la raccolta del materiale, sono stato chiuso due mesi perché ho fatto tutto da solo, tranne un amico che mi ha aiutato a spostare la “scalera” che è enorme. 

L.R.Q.: Una domanda che mi viene ascoltandola, perché si capisce che lei è una persona che vive una passione, da dove ha origine la passione per questo museo? È un’opera meritevole nei confronti della cittadinanza, delle persone che vengono a visitarlo, perché è come entrare in un tempo che non esiste più e che lei con tenacia e forza di volontà ha ricreato e che permette, penso soprattutto ai giovani, di conoscere un mondo ormai passato. 

E.C.: Perché mi piace. Per me è una seconda casa. Rimango sempre stupito di quello che ho creato.  Non avevo mai fatto niente di simile. Anni prima mi era capitato di vedere in TV un documentario di una persona che aveva creato un museo. E mi era molto piaciuto e avevo pensato: magari riuscire a fare un museo! E poi l’ho fatto davvero. Ma non avevo in mente di fare un Museo della Seta, mi sono trovato a farlo date le circostanze. Tutti gli oggetti che sono nel Museo prima li avevo in casa, in soffitta, ma ad un certo punto non ci stavano più. A quel punto è intervenuto il comune che stava sistemando la Filanda Meroni e alla fine ho combinato con l’amministrazione. Ho proposto il materiale e sono riuscito a convincerli a darmi prima una sala e poi anche la seconda. 

Nella prima sala si parla solo di seme-bachi e nella seconda di bachicoltura. La prima sala è quella a cui tengo di più, e quella che stupisce sempre i visitatori, perchè parla di un argomento pressoché sconosciuto. Dalle nostre parti non c’erano ditte che si occupavano di seme-bachi, la maggior parte erano in provincia di Ascoli. Ancora oggi ad Ascoli sono rimasti in pochi a conoscere questa attività d’impresa. 

L.R.Q.: Oltre al suo museo ci sono altre realtà simili in Italia che lei conosce?

E.C.: A Colli del Tronto c’è un piccolo museo della bacologia  gestito dalla Pro Loco. Poi ci sono due musei a Vittorio Veneto: il Museo del Baco da Seta e il Museo dell’Industria Bacologica che è un museo privato ideato e realizzato da Ettore Marson. Infine, a Padova c’è il Museo degli insetti che è l’ex Bacologico di Padova. Se non sbaglio credo che loro distribuiscano ancora le uova per chi volesse fare un piccolo allevamento di bachi da seta. 

L.R.Q.: C’è un aneddoto particolare, qualcosa di curioso legato al museo? 

E.C.: Quando non avevo ancora aperto il Museo, durante una festa di piazza, mi si avvicina un signore che curiosa tra gli oggetti della mia bancarella e prende un mio biglietto da visita. Dopo un paio di mesi mi contatta, si presenta, sono Claudio Zanier (maggiori informazioni sul personaggio a questo link) e mi dice che è un appassionato di bachi da seta e vorrebbe vedere la mia collezione. È venuto, ha visitato la mia collezione che avevo in soffitta a casa, e da allora siamo rimasti in contatto. Poi ho scoperto che era un professore all’Università di Pisa, che aveva scritto decine di pubblicazioni sulla storia della seta e che era stato per dieci anni Coordinatore europeo per la seta. Ha scritto libri sul Giappone e sui semai giapponesi. Ha scritto libri su San Giobbe che è il Santo protettore ufficiale dei bachi da seta. Ovunque andava a tenere conferenze, mi scriveva e mi invitava ad andare a sentirlo.  

L.R.Q.: Quante persone visitano all’anno il Museo?

E.C.: Intorno alle novemila persone, tenendo conto che non è aperto tutti i giorni, ma la seconda e terza domenica del mese e durante l’anno su prenotazione per le scuole. Nei giorni scorsi mi ha contattato un’insegnante di una scuola di moda di Bergamo che a marzo vorrebbe portare una terza a visitare il museo e dopo continueranno il giro al Museo del Bijou di Casalmaggiore. Le ho spiegato che nel mio Museo non ci sono tessuti di seta in esposizione, ma la professoressa ha detto che va benissimo, così i ragazzi capisco da dove proviene il materiale che poi si utilizza per produrre un capo. Io specifico sempre cosa si può trovare nel mio Museo. 

Poi a Pescarolo in provincia di Cremona c’è il Museo del Lino. Quindici anni fa ero stato a visitarlo perché anche loro hanno degli attrezzi che si usano per la bachicoltura e poi perché volevo vedere come era organizzato il museo… Quando c’è stato da scegliere il nome da dare al Museo volevo chiamarlo Museo Bacologico, ma poi ho capito che con un nome così non sarebbe venuto nessuno a vederlo, perché la parola bacologico è sconosciuta e allora l’ho chiamato Museo della Seta.

L.R.Q.: A Soncino quante filande esistevano?

E.C.: Nel periodo di massima espansione vi erano 5 filande che lavoravano contemporaneamente e che occupavano circa 500 donne su una popolazione di ottomila anime. Il seme-bachi utilizzato qui proveniva da Vittorio Veneto. 

L.R.Q.: Tra mille anni quando non ci saremo più, che futuro avrà questo museo?

E.C.: Io ho donato tutta la collezione al Comune che poi deciderà cosa farne. Mi auguro che lo tengano vivo e che continui la possibilità di visitarlo e di conoscere la storia della bachicoltura e del seme-bachi. Purtroppo, io ho provato, ho cercato di coinvolgere altre persone, ma si fa fatica. Se manca la passione non si trovano volontari che la domenica vengono qui gratis ad aprire il Museo. Io speravo di trovare qualche giovane appassionato che si prendesse cura di questo Museo e lo portasse avanti nel tempo, ma non c’è nessuno interessato. L’unico che in questi anni mi ha dato una mano importante è stato Arnaldo Ponzoni che ringrazio sinceramente.

Termino il mio dialogo con Enzo Corbani, lasciandogli un augurio: che possa ancora per molti anni arricchire la sua collezione per quel Museo che, anche così com’è, trasuda storia da ogni angolo. Spero che si possa trovare qualcuno che, mosso dalla passione per il patrimonio museale, sia pronto a camminare al fianco di Corbani. Che possa imparare da lui, per poi, un giorno, prendere le redini di questo scrigno di memorie, questo piccolo museo che palpita di potenzialità ancora silenti, in attesa di essere svelate.

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Intervista a...

A tu per tu con: Claudia Spagnoli

Oggi incontriamo Claudia Spagnoli, diplomata in violoncello a Verona nel 1999, due anni di perfezionamento all’Accademia orchestrale del Teatro alla Scala di Milano, musicista e attualmente docente di scuola primaria. Nata a Chioggia, da qualche anno, dopo aver girato diverse parti d’Italia, vive in provincia di Parma con la famiglia.

Claudia, come hai scoperto la tua passione per il violoncello?

In realtà non è stato amore a prima vista, ma una passione nata e cresciuta con il tempo e lo studio. Devo ringraziare i miei genitori che, pur non essendo musicisti, hanno deciso di avviarmi allo studio di uno strumento musicale. E sono stata fortunata perché il destino ha voluto che mi avvicinassi ad uno degli strumenti più belli, il violoncello.

Quali sono le principali sfide nell’insegnare ai bambini della scuola primaria e come le superi? Come hai deciso di integrare la passione per il violoncello nella tua professione di insegnante?

La sfida principale per un insegnante ai giorni nostri è, a mio avviso, riuscire a trasmettere la passione per il bello. In un mondo in cui ormai tutto è velocizzato si tende ad avere la necessità di sentirsi appagati e accontentati subito, perdendo a volte il senso delle cose. Dovremmo riuscire invece a fermarci ed emozionarci, davanti ad un bel quadro, un brano musicale, un libro o perché no, anche ad un’operazione matematica o un esperimento scientifico. 

In questo lo studio della musica credo mi abbia aiutato molto, sia come predisposizione personale all’ascolto e quindi alla comprensione dei piccoli bambini che ho davanti ogni giorno, sia per la sensibilità e l’attenzione verso il mondo, che spero di riuscire a trasmettere anche a loro. 

Come pensi che lo studio del violoncello influenzi lo sviluppo emotivo e cognitivo dei bambini? Quali consigli daresti ai genitori per supportare l’interesse e l’apprendimento musicale dei loro figli a casa?

Ritengo che lo studio della musica, a tutti i livelli, aiuti enormemente lo sviluppo globale di un bambino. I benefici dello studio della musica sono molteplici: coordinazione, senso del ritmo, concentrazione, disciplina, pazienza. A livello emotivo invece può aiutare a far esprimere e direi a volte anche a comprendere le proprie emozioni attraverso l’ascolto o la produzione di un brano musicale. Il consiglio che mi sento di dare è quello di far avvicinare i propri figli alla musica coinvolgendoli prima di tutto nell’ascolto e nella partecipazione a concerti o progetti dedicati ai più piccoli. Ormai in ogni città esistono eventi dedicati ai bambini, proprio per dar modo a loro di conoscere questo mondo meraviglioso. E se anche questo non fosse possibile, l’aiuto degli strumenti digitali ormai ci permette di conoscere e visionare anche in modo virtuale rappresentazioni e concerti.

Hai un metodo particolare per avvicinare i bambini alla musica classica, spesso considerata meno accessibile? Come integri la musica nell’insegnamento delle altre discipline?

I bambini sono spettacolari perché sono ancora capaci di stupirsi, anche in modo per noi inaspettato. Vi racconto un episodio: per Natale stiamo preparando un piccolo spettacolo ispirato alla fiaba dello Schiaccianoci. Ho pensato ad uno spettacolo che potesse integrare varie discipline tra cui, naturalmente, la musica. Quindi presenteremo dei brani natalizi ma anche alcuni brani tratti dal famoso balletto ‘Lo Schiaccianoci’ di Tchaikovskj, utilizzando lo strumentario Orff, il canto e la body-percussion (utilizzo del proprio corpo per accompagnare ritmicamente la musica).

Per far sentire loro la musica del balletto, ho proiettato sulla nostra lavagna digitale un video tratto da uno spettacolo in teatro, con ballerini e ballerine. I bambini sono rimasti così incantati da queste immagini che mi hanno chiesto di poter vedere il video più a lungo rispetto al pezzetto che avevo previsto. Sono rimasta piacevolmente stupita da questo entusiasmo e mi sono resa conto ancora una volta che la base di qualsiasi esperienza parte dall’educazione. Non si può amare o apprezzare qualcosa che non si conosce. Per questo cerco di inserire la musica in qualsiasi disciplina io insegni, un esempio tra tanti: se in storia affrontiamo la scansione delle stagioni nel corso dell’anno, quale occasione migliore per presentarle, se non le ‘Quattro stagioni’ di Vivaldi? E poi magari chiedo loro di disegnare ciò che hanno ‘visto’ chiudendo gli occhi e concentrandosi solo sulla musica.

Qual è stato il momento più gratificante nell’insegnare musica ai bambini?

I momenti gratificanti sono tanti. Senza dubbio quelli simili a quello che raccontavo poco fa, quando riesco a farli appassionare e a coinvolgerli durante le attività in classe. Poi naturalmente i momenti di restituzione del lavoro svolto, durante semplici spettacoli e concerti. Qualche anno fa, prima del Covid, avevo iniziato un bellissimo progetto per suonare il flauto già a partire dalla classe seconda, i due brani che abbiamo realizzato alla fine dell’anno sono stati un successone, apprezzati sia dai bimbi che dal pubblico. Devo dire che è stata una grande soddisfazione per me. Purtroppo, non mi è stato possibile continuare gli anni successivi perché, a causa delle restrizioni, non è stato più possibile utilizzare strumenti a fiato. Ho sempre proposto però in alternativa, in collaborazione con le mie colleghe, spettacoli che avessero un forte impatto musicale. Alla fine dell’anno scolastico scorso, ad esempio, abbiamo messo in scena ‘Il Carnevale degli animali’ di Saint-Saens.

Parlaci di qualche iniziativa che hai realizzato e di cui sei particolarmente fiera e di quali progetti musicali hai in programma in futuro con i tuoi allievi.

A novembre ho avuto la possibilità di accompagnare la lettura animata di una storia con il mio violoncello e con mio figlio Gabriele al clarinetto. Ad ascoltarci un gruppo abbastanza nutrito di bambini che alla fine della lettura e degli applausi sono rimasti immobili e silenziosissimi in attesa perché volevano il bis! È stato molto bello e gratificante. 

Inoltre, l’anno scorso ho insegnato musica ad un gruppo di ragazzini delle classi quarte e quinte della mia scuola, un progetto extrascolastico finanziato dalla regione. È stato un percorso faticoso ma che ci ha regalato grandi soddisfazioni. Abbiamo lavorato tanto sul canto, l’intonazione, la capacità di ascolto e di condivisione con canti a canone e ritmici. Abbiamo suonato insieme e pensato e costruito insieme uno spettacolo che abbiamo realizzato alla fine del corso. È stato un lavoro che spaziava dalla musica classica al pop moderno, cantando o accompagnando i brani scelti con gli strumentini, il corpo tramite la body-percussion o i bicchieri (la cosiddetta Cup Song). La cosa di cui vado più fiera? Essere riuscita alla fine a sentire cantare intonati dei ragazzini che all’inizio cantavano senza riuscire a modulare la voce utilizzando le varie note…per me un bellissimo traguardo!

Molto presto partirà anche il secondo corso, con ragazzi nuovi e qualche ragazzo ‘vecchio’, che entusiasta del corso già frequentato vuole ritornare. 

Durante l’anno scolastico poi terrò, insieme ad alcune colleghe musiciste, delle lezioni concerto per i bambini di diverse classi. Ritengo sia una bella occasione per loro, soprattutto per quelli che normalmente non ne hanno la possibilità, poter sentire e vedere da vicino e dal vivo alcuni strumenti musicali. 

Fortunatamente l’Istituto scolastico in cui lavoro è molto attento alle iniziative artistiche, pochi giorni fa ad esempio ho avuto la fortuna di dirigere, per alcuni canti natalizi, il coro di tutta la scuola primaria formato da più di 600 bambini in occasione dell’Accensione dell’albero di Natale del nostro paese. Una bellissima tradizione che si ripete ormai da 26 anni.

Per ulteriori progetti chissà… l’arte è creatività, e spesso nascono idee e iniziative in maniera estemporanea che cerchiamo sempre di realizzare. Io sono sempre aperta a nuove esperienze, anche grazie alla collaborazione di amici musicisti e colleghi.


Claudia, è stato un vero piacere scoprire il tuo mondo, la tua passione per la musica e il modo in cui la trasmetti ai bambini. La tua esperienza e il tuo entusiasmo sono fonte di ispirazione per molti. Grazie per aver condiviso con noi i tuoi progetti, le tue esperienze e la tua visione dell’educazione musicale. Siamo certi che continuerai a ispirare e a educare le giovani menti con la tua musica e il tuo insegnamento. Ti auguriamo il meglio per i tuoi progetti futuri e speriamo di sentire presto delle tue nuove iniziative. Grazie ancora, Claudia, e un caloroso in bocca al lupo per tutto ciò che farai in futuro!

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Intervista a Cristiano Guarneri

Oggi ho il piacere di proporvi l’intervista all’amico scrittore Cristiano Guarneri che ho recentemente incontrato al Meeting di Rimini in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo. Fa sempre bene al cuore e alla mente leggere le parole di Cristiano. A voi l’intervista, buona lettura.

LQ.: Partiamo subito con una domanda sul tuo ultimo romanzo pubblicato, Marta fuori dal guscio, il terzo se non sbaglio. Letto in un fine settimana a Rimini, prima che ci vedessimo al Meeting, l’ho trovato molto coinvolgente, per la tematica trattata e per la fluidità della scrittura. Vuoi raccontare ai lettori, in due parole, a chi si rivolge il libro e soprattutto perché l’hai voluto scrivere?

CG.: È un libro per tutti. È una storia di “storie”, potremmo dire, con piani e filoni narrativi che si intrecciano con particolarità proprie, pur discendendo tutti da un unico macrocosmo, quello di una famiglia medio borghese, marito e moglie con lavoro, due figli. La vicenda è narrata dal 16enne Lorenzo, stretto tra la ricerca di una sua identità e la convivenza (mal sopportata) con una sorella che ha seri problemi comportamentali. Marta, 11 anni, è il cortocircuito della famiglia. È la persona su cui si concentrano – comprensibilmente – le attenzioni dei genitori: la vogliono “guarita” ma cadono, ogni volta, nell’evidenza che è impossibile. 

LQ.: Quali sono gli ingredienti necessari perché una storia meriti di essere raccontata?

CG.: Due soli ingredienti, per me: il realismo dei fatti, l’efficacia della scrittura. Nessuna vicenda è mai completamente inventata. Le storie contengono sempre tracce d’esistenza reale, persino quelle che riguardano il fantasy. Chi legge cerca sempre qualcosa che lo riguardi: un sentimento, un dramma, una sorpresa. L’efficacia della scrittura non è un estetismo. Trovarsi davanti a un baule di bambole o a un viso che piange è diverso che leggerli e basta. 

LQ.: Passiamo al tuo modo di essere scrittore, oltre che giornalista, che poi è la tua professione “ufficiale”. C’è differenza quando ti siedi alla scrivania per scrivere un articolo per il giornale o una pagina del tuo romanzo?

CG.: Per me non c’è differenza. Racconto quello che c’è, anche da scrittore. In me c’è una storia, ci sono personaggi a cui chiedo di uscire, a cui chiedo mostrare tutto di sé. Il giornalismo è la stessa cosa. Diceva Dino Buzzati, che ho riscoperto in occasione del cinquantesimo dalla morte: “Il vero mestiere dello scrittore coincide proprio con il mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile, più drammatico o addirittura poetico che sia possibile”. 

LQ.: Proviamo ad addentrarci un po’ di più nel mo(n)do “creativo” di uno scrittore, senza cercare di annoiare il lettore con domande troppo specifiche per addetti ai lavori. Ti chiedo: com’è il tuo rapporto con gli “aggettivi”? Jules Renard sosteneva che “cielo” è meglio di “cielo azzurro” prediligendo una scrittura che guarda all’essenziale e che non fa uso di aggettivi convenzionali, ormai divenuti dei luoghi comuni. Tu quando scrivi che tipo di scrittura prediligi? In altre parole, cos’è per te la scrittura?

CG.: Scrivere è mettere una luce in una stanza buia. Chi legge – se lo scrittore è tale – vede uno scorcio di realtà di cui non sapeva. Non ho pregiudizi verso gli aggettivi. Metterli solo quando serve è la più grande battaglia tra chi scrive e sé stesso. 

LQ.: Proseguiamo nel mondo dello scrittore: Oscar Wilde diceva che: “Il lavoro dello scrittore consiste al mattino nell’introdurre una virgola e al pomeriggio nel toglierla.” Ci puoi spiegare brevemente il tuo approccio alla stesura di un romanzo, che tecniche usi (se ne usi) e quale momento della giornata prediligi per scrivere.

CG.: Non ho un momento preciso, scrivo quando il lavoro e la famiglia me lo concedono. Non ho tecniche particolari, anzi ne ho una sola: non tradire mai la storia che mi nasce dentro. Non nasce tutta in una volta: va scoperta passo dopo passo, minuto dopo minuto. L’altra “tecnica” che mi piacerebbe usare di più si chiama: leggere. Leggere è la miglior scuola di scrittura al mondo. 

LQ.: Proviamo a riassumere quanto detto a proposito della scrittura: la pagina scritta ha una dimensione che non può coincidere con la vita vissuta, l’esperienza è una cosa e la pagina un’altra. Il problema, credo, consiste nel fatto che si tende a mescolare e a confondere queste due realtà diverse. Come vedi tu la questione? In ultima analisi: che rapporto c’è tra vita e letteratura?

CG.:Per me è esattamente il contrario. Si scrive perché si vive. E si scrive – anche involontariamente – quello che si vive, o ciò che ci ha commosso di quello che si vive. L’amore di mia moglie per i nostri figli mi commuove. Posso dargli vita in un’altra città, in un’altra casa, attraverso altri personaggi, ma racconterò sempre “quel” particolare amore, perché è quello che vivo, da “quello” sono stato “ferito”. Diceva Concetto Marchesi: “L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti”. La commozione è un sentimento che smuove. E che, anche involontariamente, attendo e cerco tutti i giorni. 

LQ.: Cambiamo argomento e passiamo ad una domanda al Cristiano Guarneri padre e quindi per forza di cose, educatore. Un vescovo gesuita del Cinquecento, Bartolomeo de Las Casas, diceva che il compito di ogni vera educazione è di liberarci da quella che abbiamo ricevuto da piccoli. Non diceva da quella cattiva, perché sarebbe ovvio; lui partiva dall’assioma che l’educazione ricevuta è comunque inadeguata, forse perché da piccoli non si hanno i mezzi critici per assimilarla e la si accetta acriticamente. La seconda parte dell’esistenza andrebbe dedicata a liberarci dai pregiudizi accumulati nella prima e dall’educazione fuorviante ricevuta dalla scuola e dalla società. Tu come ti poni di fronte ai tuoi figli e che tipo di padre cerchi di essere?

CG.: Leale. Racconto – a volte anche a parole – quello che mi fa vivere. O che mi addolora. Sono i gesti, gli sguardi che dicono chi è una persona. Ad esempio: ho sempre giocato molto con i miei figli quando erano piccoli e gioco moltissimo con l’ultimo che ha sei anni. La disponibilità al gioco dice di uno stato d’animo molto più che un discorso: la vita è bella! Da adulti quali adesso sono (parlo dei tre maggiori), quando è possibile faccio loro delle domande. A volte chiedo: sei felice? E se non lo sei, cosa possiamo fare? 

LQ.: Stiamo arrivando alla fine delle dieci domande “concesse”… Ora ti pongo una domandona: il ruolo dello scrittore nella società contemporanea. Qual è, quale dovrebbe essere, e tu che scrittore pensi di essere?

CG.: Mi infastidisce chi associa al nostro mestiere un ruolo salvifico. Lo scrittore fa il lavoro di “delivery”. Solo che al posto di una pizza consegna – potenzialmente – un pugno allo stomaco, un abbraccio, un salto di gioia, uno scatto di corsa. Raramente, tutto insieme in una volta sola. 

LQ.: Parlaci un po’ di te: oltre a scrivere (per lavoro e per diletto) cosa ti piace fare nel “tempo libero”, sempre che te ne rimanga!

CG.: Leggere. Purtroppo ho pochissimo tempo. Faccio il padre e il nonno a tempo pieno. E seguo un cammino cristiano senza il quale non sarei quello che sono, fatto di gesti, incontri, momenti di riflessione e preghiera. Nulla di quello che faccio fuori dalla lettura e dalla scrittura è perso. Ho imparato che ogni giorno è pieno di qualcosa, forse solo briciole, che si ammonticchia sul cuore e uscirà, sul foglio, al momento opportuno. 

LQ.: Ultima domanda, un pensiero ai giovani aspiranti scrittori. Hai qualche suggerimento da fornire a chi magari sente dentro di sé ardere il “sacro fuoco” e vorrebbe cimentarsi a scrivere un racconto o magari un romanzo?

CG.: Non ho consigli più interessanti di quelli che gli aspiranti avranno già letto in rete o su qualche libro. Posso solo dire: scrivete quello che vivete. Anche solo per un allenamento. Se e quando pubblicherete, vi accorgerete che avrete fatto la stessa cosa.