fbpx
Categorie
Lo scrittore artigiano

Voci di dentro

Autore: E tu chi sei?

Pasubio: Oh, chi si rivede…

Autore: Chi sei?

Pasubio: Come, non riconosci la tua creatura?

Autore: Commissario Pasubio?

Pasubio: Per servirti! È tanto che non vieni a trovarmi…

Autore: Sono stato molto impegnato, lo sai.

Pasubio: Veramente no. Se non me lo dici, come faccio a saperlo?

Autore: Ma se sei una parte di me…

Pasubio: Non è vero: io non sono una parte di te, sono stato creato da te, ma ho una mia vita autonoma. Non dimenticarlo.

Autore: Non mi sembra che tu possa definirti un essere libero da vincoli, comunque lasciamo perdere, non è il caso di discutere di cose di scarsa importanza, con tutti i problemi che dobbiamo affrontare di questi tempi…

Pasubio: Su questo hai ragione.

Autore: Meno male che mi dai ragione… concessa poi da un personaggio che vive nelle pagine di un libro…

Pasubio: Come hai detto scusa?

Autore: Siamo diventati permalosi, commissario Pasubio? Solo perché l’anno scorso mi sono dedicato a scrivere il mio primo romanzo storico e ho trascurato la stesura del sesto romanzo della serie che ti vede protagonista?

Pasubio: Tu puoi fare quello che vuoi, tu sei l’autore. Solo che un vecchio cittadino romano, vissuto duemila anni orsono, non mi sembra un personaggio così interessante da creare.

Marco: Come dici scusa? Per prima cosa non sono vecchio, nel libro che mi vede protagonista ho compiuto appena vent’anni!

Pasubio: Sì, però alla fine del romanzo…

Autore: Marco Claudio Acuto, anche tu?! Da quando i personaggi si mettono a discutere davanti all’autore? Ma siete degli ingrati!

Pasubio: È stato lui a iniziare.

Autore: Basta Pasubio! Proprio tu che sei un commissario di Polizia e dovresti dare il buon esempio.

Marco: I personaggi contemporanei non sono più guidati da quegli ideali che muovevano noi romani, la Majestas, la Virtus, la Gravitas e l’Humanitas che ci hanno accompagnato nella conquista del mondo. E si vede!

Autore: Marco, per piacere, finiamola. A proposito, perché siete venuti a farmi visita? Non rispondete? Non dite niente?

Pasubio: Io volevo capire le tue intenzioni. 

Autore: Quali intenzioni?

Pasubio: Avrei ancora tante indagini da portare a termine e poi sai bene che ho delle situazioni sentimentali in sospeso, se così possiamo dire…

Autore: E quindi?

Pasubio: Mi farebbe piacere verificarle e, grazie a te, capire se esiste una risposta al mio desiderio di trovare un’anima gemella con cui condividere la vita.

Autore: Grazie a me? Come faccio a farti capire una cosa del genere? Tu esisti solo nei libri.

Pasubio: Questo lo so. Ma grazie a te. Quindi sei tu che devi rivelare il mio destino, scrivendolo.

Autore: Aspetta un attimo, io cosa…

Marco: Beh, in questo il Gallo-padano ha ragione!

Pasubio: Gallo-padano a chi?

Marco: Perché, non sei un Gallo-padano? Ragioni come un Gallo-pad…

Autore: Marco, per favore! Perché avrebbe ragione Pasubio, vuoi dirmelo?

Marco: Carissime! Tu sei il nostro creatore. Ne consegue che tu sappia cosa è bene per noi.

Autore: Ah, è così? E se vi dicessi che quando compongo le vostre storie, voi mi prendete la mano e mi fate scrivere cose che io, sino all’attimo prima di metterle nero su bianco, non avevo in mente, cosa mi rispondete?

Pasubio: Ti dico che sei assolutamente normale. In ogni romanzo che hai scritto per me, mi sono reso conto che mi facevi compiere determinate azioni che ti avevo suggerito io stesso, ma questo è quello che avviene ogni volta che l’autore scrive dedicandosi anima e corpo alla storia che vuole raccontare. Ma proprio questa dedizione, figlia della tua passione per la scrittura, non elimina la responsabilità che tu hai nei nostri confronti. 

Marco: Ai miei tempi questa si chiamava captatio benevolentiae, mentre adesso si dice…

Pasubio: Cosa vuoi dire?

Autore: Pasubio, silenzio! Marco, per cortesia, riprendi il filo del tuo ragionamento. 

Marco: Tu rimani il nostro creatore e tu conosci meglio di chiunque altro quale potrebbe essere il nostro destino. Noi personaggi immaginari non siamo come i figli tuoi, costretti a vivere immersi nella realtà, noi siamo come Pinocchio nelle mani di Geppetto, e come Geppetto anche tu dovresti conoscere il futuro che ci attende.

Autore: Adesso ti stai confondendo. Guarda che anche Geppetto è un personaggio immaginario.

Marco: Ma dov’è il confine tra realtà e immaginazione? Dimmelo tu, autore. Non è forse Geppetto che dà vita a Pinocchio nel libro?

Pasubio: Ma come pretendi che questo antico romano possa conoscere Pinocchio e Geppetto… era ancora di là dall’essere creato quando papà Collodi scriveva di loro. Però su quest’ultimo punto ha ragione, caro il mio creatore. Tu il nostro futuro lo dovresti sapere e, se non lo conosci, almeno lo potresti scoprire, scrivendolo.

Cinò: Ha ragione Pasubio!

Autore: Cinò! Anche tu ti ci metti? Ma cosa avete questa sera? Tutti contro di me?

Cinò: Ma io non sono contro di te! Un personaggio immaginario non potrà mai avercela con il proprio creatore, non siamo mica esseri umani!

Autore: E quindi, cosa vuoi?

Cinò: Intervenire nel dibattito, che mi sembra interessante.

Autore: E quindi, cosa vuoi? Ti rifaccio la domanda.

Cinò: Vedi, io credo che tu debba trattarci un po’ più da adulti. Considerarci alla pari di voi autori. Non è forse vero che quando hai scritto di me, di Agostino, della dottoressa Sogol, avevi in mente una parte del tuo vissuto che aveva bisogno di essere ancora scandagliato nel profondo e che grazie a noi lo hai potuto ripensare, descrivere e rileggere? Per questo dico che ci siamo meritati il tuo rispetto e credo che tu debba riconoscere che scrivere di noi è stata una liberazione, al termine del lavoro ti sei sentito più leggero, non è vero?

Autore: Adesso abbiamo anche un Cinò psicologo! Comunque, potrebbe essere che tu abbia un poco di ragione. Ma come fai a sapere queste cose? 

Cinò: Proprio perché mi hai creato tu e il rapporto tra di noi è molto stretto. Però, se non me li rivelavi tu, scrivendoli nel libro, i tuoi pensieri li potevo solo intuire. 

Autore: Scusate, ma mi sto perdendo…

Pasubio: Certo che anche questo Cinò è un bel tipo! Tra lui e il romano hai creato proprio dei bei personaggi!

Marco: Guarda che io…

Autore: Marco, Pasubio! Per cortesia smettiamola che qui incomincia veramente a girarmi la testa. E tu Cinò, sono d’accordo con quello che hai detto, però ricorda sempre che io sono io e tu sei un personaggio frutto della mia fantasia.

Cinò: Certo. Non ho mai pensato di essere il tuo avatar. 

Antonio G.: Permesso? Scusate se mi intrometto. So di essere un personaggio minore, ma non potrei dire una parola anch’io? Sapete, noi personaggi minori, magari descritti fugacemente dal nostro autore in poche pagine di un libro o protagonisti di un racconto breve, avremmo il desiderio di assurgere a personaggi principali di un nuovo romanzo o magari di una serie di racconti, ché anche noi abbiamo il desiderio di raccontare la nostra visione del mondo. 

Autore: Antonio G.?

Antonio G.: Meno male che mi hai riconosciuto! Temevo che non avendomi voluto dare un cognome ti fossi dimenticato di me.

Autore: Intanto come posso dimenticarmi di te? Lo sai che uno scrittore non dimentica nessuna delle sue creature. 

Antonio G.: Speriamo… Però una cosa voglio chiedertela: perché non mi hai dato un cognome insieme al nome?

Autore: Per prima cosa, rammenta che non sei ancora stato pubblicato. E comunque non è vero che non ti ho dato un cognome. Il cognome l’ho puntato dopo la prima lettera. Tu sei nato Antonio G. Non ti piace?

Antonio G.: Cosa significa: che non essendo ancora stato pubblicato non esisto nella realtà letteraria, ma solo nella tua immaginazione? A questo punto potrei sperare di ricevere anch’io un cognome vero? E comunque, se vuoi proprio saperlo, avrei preferito da subito un cognome per intero, come tutti i personaggi che si rispettano della storia della letteratura.

Autore: Non è vero. Non tutti i personaggi hanno un nome e un cognome. Per esempio, il protagonista del ‘Castello’ di Kafka si chiama K. e basta. A te invece un nome per esteso è stato dato! E poi ricordati che sei un personaggio minore!

Antonio G.: Non esistono personaggi minori. Questo ricordatelo tu!

Coro: Ha ragione, ha ragione, ha ragione! 

Autore: E no, adesso per piacere state tutti zitti. Basta! Non è possibile che ognuno di voi, solo perché l’ho descritto in qualche pagina di un romanzo o in qualche racconto se ne venga fuori con queste rimostranze. Non si è mai visto un comportamento di questo genere!

Pasubio: Ma, veramente, ti rendi conto che sei tu l’autore di queste rimostranze? Sei tu che stai scrivendo adesso questo pezzo, in questo momento…

Autore: Pasubio, cosa intendi?

Pasubio: Sei tu che hai iniziato a scrivere questa sera, di queste cose…

Autore: No, guarda che sei stato proprio tu a iniziare…

Pasubio: Scusa, torna all’inizio e rileggi la prima riga… 

Autore: Va bene l’ho riletta, mi ero messo al computer e volevo scrivere una cosa, poi però mi sei comparso davanti tu e con ciò, cosa significa?

Pasubio: Nulla, significa che tu sei il nostro creatore e noi personaggi dipendiamo da te. Però tu, come ogni autore che si rispetti, consapevolmente o inconsapevolmente, ci lasci liberi di muoverci nella pagina che stai scrivendo e di questo te ne siamo grati, noi e i lettori. Ma solo tu hai in mano il nostro destino. Continua a frequentarci e scoprirai che, in fondo, da questa parte della realtà, quella immaginaria, non si sta poi così male. C’è posto per tutti, personaggi principali e personaggi minori e c’è posto anche per te. Noi ti aspettiamo qui. Ogni volta che lo vorrai ci troverai pronti per offrirti il meglio di noi stessi. Non ti deluderemo mai.

Autore: Mi hai quasi commosso, caro commissario, ma… cos’è questo suono intermittente, che da un po’ mi martella il timpano?

Pasubio: La tua sveglia, caro il mio autore.

Marco: Cos’è una sveglia?

Autore e Pasubio: Uno strumento di tortura.

Categorie
Intervista a...

Intervista a Cristiano Guarneri

Oggi ho il piacere di proporvi l’intervista all’amico scrittore Cristiano Guarneri che ho recentemente incontrato al Meeting di Rimini in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo. Fa sempre bene al cuore e alla mente leggere le parole di Cristiano. A voi l’intervista, buona lettura.

LQ.: Partiamo subito con una domanda sul tuo ultimo romanzo pubblicato, Marta fuori dal guscio, il terzo se non sbaglio. Letto in un fine settimana a Rimini, prima che ci vedessimo al Meeting, l’ho trovato molto coinvolgente, per la tematica trattata e per la fluidità della scrittura. Vuoi raccontare ai lettori, in due parole, a chi si rivolge il libro e soprattutto perché l’hai voluto scrivere?

CG.: È un libro per tutti. È una storia di “storie”, potremmo dire, con piani e filoni narrativi che si intrecciano con particolarità proprie, pur discendendo tutti da un unico macrocosmo, quello di una famiglia medio borghese, marito e moglie con lavoro, due figli. La vicenda è narrata dal 16enne Lorenzo, stretto tra la ricerca di una sua identità e la convivenza (mal sopportata) con una sorella che ha seri problemi comportamentali. Marta, 11 anni, è il cortocircuito della famiglia. È la persona su cui si concentrano – comprensibilmente – le attenzioni dei genitori: la vogliono “guarita” ma cadono, ogni volta, nell’evidenza che è impossibile. 

LQ.: Quali sono gli ingredienti necessari perché una storia meriti di essere raccontata?

CG.: Due soli ingredienti, per me: il realismo dei fatti, l’efficacia della scrittura. Nessuna vicenda è mai completamente inventata. Le storie contengono sempre tracce d’esistenza reale, persino quelle che riguardano il fantasy. Chi legge cerca sempre qualcosa che lo riguardi: un sentimento, un dramma, una sorpresa. L’efficacia della scrittura non è un estetismo. Trovarsi davanti a un baule di bambole o a un viso che piange è diverso che leggerli e basta. 

LQ.: Passiamo al tuo modo di essere scrittore, oltre che giornalista, che poi è la tua professione “ufficiale”. C’è differenza quando ti siedi alla scrivania per scrivere un articolo per il giornale o una pagina del tuo romanzo?

CG.: Per me non c’è differenza. Racconto quello che c’è, anche da scrittore. In me c’è una storia, ci sono personaggi a cui chiedo di uscire, a cui chiedo mostrare tutto di sé. Il giornalismo è la stessa cosa. Diceva Dino Buzzati, che ho riscoperto in occasione del cinquantesimo dalla morte: “Il vero mestiere dello scrittore coincide proprio con il mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile, più drammatico o addirittura poetico che sia possibile”. 

LQ.: Proviamo ad addentrarci un po’ di più nel mo(n)do “creativo” di uno scrittore, senza cercare di annoiare il lettore con domande troppo specifiche per addetti ai lavori. Ti chiedo: com’è il tuo rapporto con gli “aggettivi”? Jules Renard sosteneva che “cielo” è meglio di “cielo azzurro” prediligendo una scrittura che guarda all’essenziale e che non fa uso di aggettivi convenzionali, ormai divenuti dei luoghi comuni. Tu quando scrivi che tipo di scrittura prediligi? In altre parole, cos’è per te la scrittura?

CG.: Scrivere è mettere una luce in una stanza buia. Chi legge – se lo scrittore è tale – vede uno scorcio di realtà di cui non sapeva. Non ho pregiudizi verso gli aggettivi. Metterli solo quando serve è la più grande battaglia tra chi scrive e sé stesso. 

LQ.: Proseguiamo nel mondo dello scrittore: Oscar Wilde diceva che: “Il lavoro dello scrittore consiste al mattino nell’introdurre una virgola e al pomeriggio nel toglierla.” Ci puoi spiegare brevemente il tuo approccio alla stesura di un romanzo, che tecniche usi (se ne usi) e quale momento della giornata prediligi per scrivere.

CG.: Non ho un momento preciso, scrivo quando il lavoro e la famiglia me lo concedono. Non ho tecniche particolari, anzi ne ho una sola: non tradire mai la storia che mi nasce dentro. Non nasce tutta in una volta: va scoperta passo dopo passo, minuto dopo minuto. L’altra “tecnica” che mi piacerebbe usare di più si chiama: leggere. Leggere è la miglior scuola di scrittura al mondo. 

LQ.: Proviamo a riassumere quanto detto a proposito della scrittura: la pagina scritta ha una dimensione che non può coincidere con la vita vissuta, l’esperienza è una cosa e la pagina un’altra. Il problema, credo, consiste nel fatto che si tende a mescolare e a confondere queste due realtà diverse. Come vedi tu la questione? In ultima analisi: che rapporto c’è tra vita e letteratura?

CG.:Per me è esattamente il contrario. Si scrive perché si vive. E si scrive – anche involontariamente – quello che si vive, o ciò che ci ha commosso di quello che si vive. L’amore di mia moglie per i nostri figli mi commuove. Posso dargli vita in un’altra città, in un’altra casa, attraverso altri personaggi, ma racconterò sempre “quel” particolare amore, perché è quello che vivo, da “quello” sono stato “ferito”. Diceva Concetto Marchesi: “L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti”. La commozione è un sentimento che smuove. E che, anche involontariamente, attendo e cerco tutti i giorni. 

LQ.: Cambiamo argomento e passiamo ad una domanda al Cristiano Guarneri padre e quindi per forza di cose, educatore. Un vescovo gesuita del Cinquecento, Bartolomeo de Las Casas, diceva che il compito di ogni vera educazione è di liberarci da quella che abbiamo ricevuto da piccoli. Non diceva da quella cattiva, perché sarebbe ovvio; lui partiva dall’assioma che l’educazione ricevuta è comunque inadeguata, forse perché da piccoli non si hanno i mezzi critici per assimilarla e la si accetta acriticamente. La seconda parte dell’esistenza andrebbe dedicata a liberarci dai pregiudizi accumulati nella prima e dall’educazione fuorviante ricevuta dalla scuola e dalla società. Tu come ti poni di fronte ai tuoi figli e che tipo di padre cerchi di essere?

CG.: Leale. Racconto – a volte anche a parole – quello che mi fa vivere. O che mi addolora. Sono i gesti, gli sguardi che dicono chi è una persona. Ad esempio: ho sempre giocato molto con i miei figli quando erano piccoli e gioco moltissimo con l’ultimo che ha sei anni. La disponibilità al gioco dice di uno stato d’animo molto più che un discorso: la vita è bella! Da adulti quali adesso sono (parlo dei tre maggiori), quando è possibile faccio loro delle domande. A volte chiedo: sei felice? E se non lo sei, cosa possiamo fare? 

LQ.: Stiamo arrivando alla fine delle dieci domande “concesse”… Ora ti pongo una domandona: il ruolo dello scrittore nella società contemporanea. Qual è, quale dovrebbe essere, e tu che scrittore pensi di essere?

CG.: Mi infastidisce chi associa al nostro mestiere un ruolo salvifico. Lo scrittore fa il lavoro di “delivery”. Solo che al posto di una pizza consegna – potenzialmente – un pugno allo stomaco, un abbraccio, un salto di gioia, uno scatto di corsa. Raramente, tutto insieme in una volta sola. 

LQ.: Parlaci un po’ di te: oltre a scrivere (per lavoro e per diletto) cosa ti piace fare nel “tempo libero”, sempre che te ne rimanga!

CG.: Leggere. Purtroppo ho pochissimo tempo. Faccio il padre e il nonno a tempo pieno. E seguo un cammino cristiano senza il quale non sarei quello che sono, fatto di gesti, incontri, momenti di riflessione e preghiera. Nulla di quello che faccio fuori dalla lettura e dalla scrittura è perso. Ho imparato che ogni giorno è pieno di qualcosa, forse solo briciole, che si ammonticchia sul cuore e uscirà, sul foglio, al momento opportuno. 

LQ.: Ultima domanda, un pensiero ai giovani aspiranti scrittori. Hai qualche suggerimento da fornire a chi magari sente dentro di sé ardere il “sacro fuoco” e vorrebbe cimentarsi a scrivere un racconto o magari un romanzo?

CG.: Non ho consigli più interessanti di quelli che gli aspiranti avranno già letto in rete o su qualche libro. Posso solo dire: scrivete quello che vivete. Anche solo per un allenamento. Se e quando pubblicherete, vi accorgerete che avrete fatto la stessa cosa. 

Categorie
Lo scrittore artigiano

Parliamo ancora di marketing

Prima di raccontarvi, come promesso nel post precedente, il mio approccio al mondo del marketing relativo ai libri auto-pubblicati, voglio dedicare alcune riflessioni all’anno che sta per terminare.

Non parlerò di salute, di pandemia, non mi lamenterò delle libertà che non abbiamo avuto né di quello che avremmo potuto fare se…, del lavoro che non abbiamo avuto, ma…, non perché la salute, il lavoro e tutto il resto a cui abbiamo rinunciato non siano cose importanti, lo sono, ma perché i se e i ma sono scuse a cui ci aggrappiamo per nascondere la nostra accidia, il nostro comodo status quo, la nostra zona di comfort che questi mesi così difficili hanno involontariamente, forse anche inconsapevolmente, alimentato.   

Di questo 2021 per prima cosa ricorderò la nascita di questo sito Internet, che da diverso tempo avevo in animo di creare e che finalmente ha visto la luce. Sono molto soddisfatto di quello che sono riuscito a fare con le mie sole forze, tecnologicamente molto limitate! 

Secondo: la pubblicazione a maggio del mio quinto romanzo della serie del commissario Pasubio: I segreti di Nelide Arsotti. A questo libro tengo molto perché, chi lo ha letto lo sa, c’è un riferimento ad uno dei maestri di cui parlo anche nel blog: mio nonno Raffaele. E, non ultimo, la bellissima copertina acquarellata da mia figlia Michela!

Terzo e ultimo: la decisione di iniziare la stesura del mio primo romanzo storico, un’esperienza che mi sta arricchendo molto, ma che non immaginavo fosse così impegnativa… vedremo alla fine il risultato, magari già nel 2022!

Basta, fine dei punti esclamativi.

Come vedete, non ho chiesto risultati ambiziosi a questo 2021, ma tutto quello che sono riuscito a compiere in questi dodici mesi, anche se possono sembrare piccole cose, mi ha dato grandi soddisfazioni e di questo sono grato a Colui che mi ha concesso il tempo di realizzarle.

Ed ora vi racconto il mio approccio al marketing librario.

Passata l’euforia che sfiora ogni esordiente alla sua prima pubblicazione, che dura il tempo di rendersi conto che in quello stesso giorno, insieme al suo, sono stati pubblicati in Italia qualche centinaio di libri, mi sono reso conto che per forza occorre inventarsi qualcosa per farsi conoscere “Urbi et Orbi”.

La prima idea che mi è venuta in mente si basava su qualcosa che mi piaceva fare e che ho pensato potesse andare bene anche per promuovere i miei libri: un video promozionale, in gergo un book-trailer.

Da diversi anni sul mio canale YouTube  pubblico video promozionali sulle opere di artisti viventi e poco conosciuti, video artistici o a carattere sociale. Insomma, mi diverto a fare il regista di piccole produzioni che hanno sempre uno scopo culturale e insieme quello di elevare l’animo e la propria conoscenza personale. 

Ho quindi pensato nel corso degli anni di accompagnare l’uscita dei miei romanzi alla produzione di un video promozionale.

Qui di seguito potete visionare i risultati ottenuti:

Video abbinato all’uscita de: Il caso Falchi
Video abbinato all’uscita di: Omicidio alle Cinque Vie

Il video di Omicidio alle Cinque Vie in verità è stato ideato da una mia amica scrittrice, Silvia Molinari, che l’ha realizzato dopo aver letto il romanzo.

Video abbinato all’uscita de: I Segreti di Nelide Arsotti

In termini di visualizzazioni prodotte, come potete facilmente constatare voi stessi, i tre video non mi hanno assolutamente soddisfatto. In questi casi, quale processo psicoanalitico si instaura? Non è il book trailer che non funziona, ma sono i miei book trailer che non sono performanti per… mille ragioni!

E infatti, per promuove tutti e cinque i miei romanzi gialli durante questo periodo di feste, che cosa ho pensato di fare? Ho pensato di affidarmi ad un professionista, Simone Cattaneo, un giovane video-maker che devo dire ha saputo dare un’impostazione assolutamente diversa al video che mi ha realizzato.

Il risultato lo potete visionare qui: 

Non ci sono paragoni con quelli auto-prodotti, che ne dite? E la conferma è che in un mese il video è già stato visto 140 volte mentre, per esempio, quello relativo a Il caso Falchi è stato visionato 148 volte, ma è stato pubblicato nel 2016!

Oltre ai book-trailer, in questi anni ho pubblicizzato le mie creazioni anche attraverso i canali social, presentazioni presso biblioteche o circoli, omaggiando la biblioteca di Bollate di tutte le opere che nel corso degli anni vedevano la luce, spedendo a giornali locali o riviste il materiale sperando di ottenerne una recensione, regalando copie ad amici e parenti, sperando nel passaparola che è, comunque, un ottimo canale promozionale, tra l’altro assolutamente gratuito. 

Alla fine, quello di cui mi sono accorto dopo dieci anni di scrittura e sei romanzi pubblicati, è questo: la migliore pubblicità è quella che il libro si fa da solo. Voglio dire: prima bisogna investire nella qualità dello scritto e poi se il libro è valido, allora si auto promuove da solo.

Certo, se uno scrittore dispone di somme ingenti da spendere per promuove il proprio romanzo, questo avrà all’inizio uno sviluppo considerevole di copie vendute ma poi, se il libro è debole e le recensioni dei lettori non lo sostengono, il fuoco si spegne da solo e sarà inutile ogni forma di pubblicità ulteriore per far vendere copie.

Quello che mi ha sostenuto in tutti questi anni e che mi spinge ad un continuo impegno per migliorarmi sono state le positive recensioni, pubblicate su diversi siti, da parte di persone che non conosco, che hanno acquistato e letto i miei libri e a cui i libri letti sono piaciuti.

Credetemi, per uno scrittore, non c’è nulla che valga di più di un commento positivo alla sua creatura. Purché chiaramente sia un commento onesto e sincero.

Ma per quale motivo uno che non ci conosce e che paga il tuo libro dovrebbe lodarlo se non gli è piaciuto?

Però, attenzione, non voglio essere frainteso: ho ricevuto anche tante recensioni critiche o negative. Vanno accettate tutte, le belle e le brutte, anche perché da quelle negative, tolte quelle degli odiatori seriali che si riconoscono subito e vanno accantonate, se le leggiamo bene, c’è sempre qualcosa da cui imparare per migliorarsi in futuro.

Anche questa volta temo di non aver rispettato le sacre regole della scrittura di un post e mi sono dilungato. Amen. Tanto è l’ultimo post del 2021 e per un po’ mi dedicherò alla stesura del mio romanzo storico (primo obiettivo del 2022) quindi non penso di scrivere un altro post a breve. Questo potete leggerlo a rate!

Vi lascio con l’augurio di trascorrere questo tempo in buona compagnia di voi stessi e dei vostri affetti più cari. 

Per il pranzo di Capodanno posso suggerire un bianco fresco del commissario Pasubio!

E di questa ultima idea di marketing cosa ne pensate?

Per non far torto a nessuno, ringrazio l’amico e scrittore Giuseppe Carfagno che me l’ha suggerita!

Age quod agis. 

Quello che fai, fallo bene

Categorie
Lo scrittore artigiano

Parliamo di Marketing

Una delle cose importanti di cui si deve occupare uno scrittore che autopubblica i propri romanzi è il marketing (nel mio caso la promozione a scopo di vendita dei libri pubblicati). Dico subito che purtroppo è un mondo, quello del marketing, pieno zeppo di anglicismi, anche se esistono le corrispondenti parole di lingua italiana e quindi anch’io in questo post sarò costretto in parte ad utilizzarli, con un certo dispiacere.

Oggigiorno non si contano sia i corsi, gratuiti o a pagamento, on-line o in aula, che ti insegnano le regole basi del marketing sia le società di consulenza editoriale che, a partire da qualche centinaio di euro in su, si propongono per la gestione della promozione dei tuoi romanzi.

Personalmente, sino ad ora, dopo essermi documentato su manuali e aver seguito diversi corsi on-line e in aula, ho sempre scelto la via “autarchica” e ho gestito in proprio anche questo lavoro che non è affatto da sottovalutare perché, come diceva un vecchio saggio:

bisogna saper fare, fare e far sapere.

Tutti e tre i passaggi sono fondamentali, e valgono per qualsiasi aspetto della vita: sia che si scelga un nuovo lavoro, che ci si metta in testa di scrivere un libro, che si voglia cambiare vita!

Ma torniamo in argomento: sarebbe facile pensare che il marketing per un autore pubblicato da casa editrice dovrebbe essere a carico di quest’ultima, ma non è così, credetemi. La promozione di un libro riguarda ogni autore.

A parte forse le prime 10 case editrici italiane, tutte le altre (circa 1.800 quelle attive nel 2020) non hanno i mezzi economici per supportare lo scrittore nella promozione del proprio libro e quindi di fatto è lo stesso autore che si deve ingegnare a far circolare il volume appena faticosamente dato alla luce.

Tenete conto che, come scritto nell’ultima relazione sullo stato dell’editoria in Italia, reperibile sul sito dell’ AIE – Associazione Italiana Editori, nel 2020 complessivamente, le novità pubblicate sono state 73.675:  vale a dire 201,8 nuovi libri pubblicati ogni giorno, sabato e domenica compresi. E in questo numero non è calcolato il libro che ho auto-pubblicato nel 2020, in quanto non passa dal canale “editoria tradizionale”. 

Quasi sempre, sentirete parlare del libro come di un “prodotto” e quindi ne consegue che, come tale, valgono anche per lui le regole comuni del marketing. Sono d’accordo in parte.

Il libro è un prodotto perché è fatto di carta, colla e inchiostro e questi sono assolutamente componenti fisici e chimici che si riscontrano in altri prodotti dell’industria, non c’è dubbio.

Ma il libro porta con sé anche qualcosa d’altro: idee, pensieri, sentimenti, odori, profumi, crea attese, speranze, illusioni, apre i cuori, può dilatarli fino a far sembrare di poter toccare l’infinito con un dito o può costringere il respiro e tenerlo sospeso sino allo spasimo… insomma, avete capito, tutti questi componenti “immateriali” difficilmente si trovano riuniti insieme in un altro prodotto industriale. 

Quindi possiamo dire che il libro è un prodotto unico, creato dall’essere umano al culmine della propria capacità tecnico-creativa, avvenuta quando il primo scrittore ha inciso su una tavoletta di creta o su un papiro, o su una roccia, il suo primo racconto, magari per suo figlio, o per suo nipote, o semplicemente perché voleva farlo leggere a qualcuno dopo di lui.

Come si fa il marketing di un prodotto così complesso?  

Beh, per prima cosa le sacre regole ti dicono che oggi lo scrittore deve per forza avere un sito internet, una vetrina dove mettere in mostra i prodotti (libri).

Poi viene la comunicazione, sempre importante quando si parla di marketing: dal tuo sito devi con frequenza stabile inviare newsletter ai tuoi followers (scrivere qualcosa a chi ti ha lasciato il proprio indirizzo mail, previa accettazione del consenso privacy). Questo farebbe sentire i possibili acquirenti dei tuoi libri coccolati, legati a te da un flusso costante di comunicazione e quindi propensi, in teoria, ad acquistare le tue pubblicazioni presenti e future.

Quindi bisogna inseguire il mare magnum dei social: è impossibile oggi fare marketing senza frequentare i più seguiti canali social e quindi ciò che pubblichi sul tuo sito lo devi linkare (trasferire) sui social che hai deciso di frequentare.

Oltre alle newsletter ci sono i messaggi video, le video interviste, le dirette streaming (via Internet) a fiere, incontri e convegni che potresti/dovresti frequentare per cercare di parlare della tua ultima pubblicazione.

Ultimi nati: i canali blog digitali che parlano di libri, molto seguiti dai giovanissimi che producono recensioni a ritmo serrato. In questo caso però il risultato dipende molto dal genere di libro che hai scritto.

Infine, ci sono i canali tradizionali: la “vecchia” carta stampata, locale o meglio ancora nazionale, sulla quale potresti farti fare una recensione all’ultimo nato e la televisione, locale e nazionale. 

Il passaggio di un libro in TV ha senz’altro il vantaggio che in pochi minuti viene visto da centinaia di migliaia di persone e facendo un banale calcolo, il tasso di redemption (le vendite in percentuale rispetto a quanti hanno visto l’intervista) è sicuramente tra i più vantaggiosi rispetto a tutti gli altri canali sopra descritti.

Non vado oltre, ma è chiaro che non c’è limite alla fantasia e al marketing e qualsiasi cosa può diventare fonte di marketing di un libro. Anche l’etichetta di una bottiglia di vino. 

Ma basta tutto questo per fare il successo di un prodotto come quello di cui stiamo parlando?

Quando possiamo dire che un libro ha avuto successo?

A questa domanda non do la mia risposta, perché mi sono accorto di aver violato due delle prime regole di marketing relative alla scrittura di un post: la brevità e la sinteticità.

Ma, forse lo avete intuito, seguo il marketing a modo mio e credo che questo post sia della lunghezza giusta, tenuto conto di quello che volevo raccontarvi.

Fatemi sapere cosa ne pensate. La prossima volta vi racconto le tecniche di promozione che ho pensato, sviluppato e realizzato sino ad ora per i miei libri.

Age quod agis. 

Quel che fai, fallo bene. 

Categorie
Lo scrittore artigiano

Come si fa a scrivere un romanzo?

Spesso, quando incontro qualcuno che non conosce la mia attività di scrittore, mi viene posta la stessa domanda: come si fa a scrivere un romanzo? Quando lo scrivi?

Raramente mi viene chiesto perché sento il desiderio di scriverlo.  

Prendo spunto dalle prime due domande e da alcune interviste a scrittori più o meno noti, pubblicate nel blog Sul romanzo.it che leggo sempre con molto interesse, per cercare di soddisfare tale curiosità.

Al termine delle considerazioni dei colleghi sul medesimo argomento, sotto riportate, potrete leggere le mie riflessioni.

Un’ultima nota: trovate l’intervista integrale cliccando sul collegamento con il nome dello scrittore.  

Intervista a Massimo Carlotto

Considerando la complessità della storia, m’interesserebbe conoscere il suo metodo di scrittura: si fa degli schemi, delinea prima la trama, oppure scrive in maniera istintiva?

“Arrivo al momento della scrittura con qualche quaderno pieno di appunti e una trama blindata, con i colpi di scena ben scadenzati. Partendo dai fatti reali ho iniziato a costruire i personaggi e poi a farli muovere all’interno della storia. Il mio amico Lucarelli dice sempre che parte da un’idea e poi costruisce la storia senza sapere come andrà a finire, io non amo le sorprese e ho bisogno di sapere tutto prima.”

Intervista a Maurizio De Giovanni

Cos’è raccontare una storia per Maurizio De Giovanni?

“Lo scrittore è come un autista di autobus. I lettori ci salgono e lui li guida, a volte si incontra un bel panorama e allora si fa una sosta, ma non bisogna mai deviare dalla strada principale.”

Intervista a Fabio Genovesi

I suoi romanzi sono sempre in parte autobiografici, e in questo caso il protagonista si chiama Fabio e si trova in un luogo simile a quello dove è stato lei. Quanto è scoperto il gioco?

“Stavolta tanto. Penso che si debba scrivere di quello che si conosce, sono contrario alle scuole di scrittura perché penso che non possa insegnare qualcosa che non sai fare bene nemmeno tu. Non esiste “un” modo di scrivere, perché ogni storia va raccontata in modo diverso. È come parlare del modo migliore per crescere un figlio: non esiste, perché dipende da troppi fattori.”

Intervista a Paolo Roversi

Quanto peso hanno avuto le regole nella stesura del romanzo?

“Per me le regole hanno un ruolo fondamentale e me le impongo per scrivere: considero i tempi, i momenti, poi scrivo le scalette e le sinossi di ogni capitolo. Un thriller va dosato, i capitoli devono avere più o meno la stessa lunghezza. Ci sono regole da rispettare che non sono limitanti, ma che rappresentano spesso una sfida.”

Intervista a Cristina Fantini

Qual è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato nel dare voce a personaggi vissuti in un’epoca così lontana da noi nel tempo?

“Un autore, quando scrive, è come se si distaccasse dalla realtà per vivere in prima persona la vicenda che sta narrando nel romanzo. La difficoltà non è stata quella di dar voce ai personaggi ma di scegliere IL PERSONAGGIO in cui identificarmi per osservare il mondo fittizio della storia narrata attraverso i suoi occhi. Come diceva Edward Morgan Forster, un personaggio è reale quando il romanziere sa tutto di lui.”

Intervista a Lara Prescott

Il suo è un romanzo complesso, che racconta più storie in tempi e luoghi diversi. Come si è organizzata? Lo ha scritto nell’ordine in cui lo leggiamo oggi oppure ha portato a termine le storie separatamente?

“In effetti io non l’ho scritto così come appare nella sua forma definitiva. Ho iniziato con il capitolo iniziale dedicato alle dattilografe, poi ho introdotto la voce di Olga e quindi mi sono dedicata alle altre storie. Di solito scrivevo una cinquantina di pagine relative a un personaggio e poi passavo a quello successivo, ma è stato soltanto nella fase di revisione finale che ho deciso come collocare le varie fasi della storia, fino ad arrivare all’aspetto definitivo del romanzo.

Posso aggiungere che ho seguito anche un metodo di lavoro molto fisico: avevo una lavagna bianca su cui caricavo e spostavo in continuazione i post-it con i nomi dei personaggi e le loro scene rispetto alla linea del tempo che avevo collocato in basso, in modo che poi potessero collimare eventi inventati ed eventi storici. È stato un lavoro piuttosto complesso, in effetti.”

Intervista a Jay Kristoff

La prima curiosità che mi è venuta leggendo il primo volume della saga è stata questa: quanto tempo ha impiegato a immaginare un mondo tanto complesso, fitto anche di rimandi a note e spiegazioni di tipo storico-scientifico?

“È stato un processo in divenire. Tendo a non avere un’idea fissa e ben precisa di tutto all’inizio, per cui anche la costruzione del mondo è avvenuta a poco a poco, nel corso dei quattro anni che ho impiegato a scrivere questa trilogia. In principio non avevo un’idea completa di tutto, ma solo della struttura di partenza del mondo e dei personaggi principali da collocarvi, il resto è venuto spontaneamente col tempo.”

Intervista a Dinah-Jefferies

Com’è nata l’idea del romanzo? 

“È difficile dire quando sia nata l’idea del romanzo. Si è sviluppata poco alla volta, come un mosaico. Un’idea ne ha generato un’altra finché sono arrivate le basi della narrazione. Ho saputo sin da principio di voler scrivere una storia il cui cuore fosse un mistero, ma non sapevo quale mistero. Certe volte tutto quello che serve è un seme o un indizio, e così una notte mi sono svegliata alle tre del mattino con un’immagine in testa. Nel sogno, avevo visto una carrozzina vuota, in giardino, sotto l’albero. Questo è stato il primo indizio. Ho saputo così che il mistero avrebbe riguardato un bambino scomparso dal suo passeggino. Nessuno sapeva dove fosse finito o chi lo avesse preso. Una situazione terribile.” 

Intervista a Marco Missiroli

L’atto della scrittura può essere ritenuto esso stesso il tradimento di un’idea, di una verità che mai si riesce a raggiungere?

“No, scrivere, la scrittura è l’atto di avvicinamento alla fedeltà – se fatta davvero nel miglior modo possibile – verso noi stessi più grande che ci sia, secondo me. A parte il discorso della filiazione, ma questo lo lascerei da parte. Tentare la narrazione, tentare di riprodurre la realtà, tentare d’inventare una nuova realtà, tentare di descrivere ciò che è la realtà attraverso la scrittura è un atto di fedeltà profondissima o comunque un avvicinamento alla fedeltà profondissimo rispetto al contesto esterno. Quindi direi che è chiaro che molto spesso, quasi sempre, la scrittura non si avvicina mai all’idea iniziale, e si potrebbe pensare a un tradimento di ciò che volevi scrivere, ma è proprio lì l’atto di fedeltà: lasciare la strada maestra che ci si era prefissati e la premeditazione, e rispettare la fedeltà dell’azione anche se ci porta da un’altra parte. Anzi, molto meglio se ci porta da un’altra parte.”

Intervista a Loredana Lipperini

Ha abitudini particolari per scrivere? 

“Mi piacerebbe avere un tempo lento per la scrittura, invece ne ho uno rubato, fatto di taccuini con appunti che poi diventano un’idea da sviluppare. Scrivo di getto, in modo selvaggio. Poi riscrivo fino a cinque, sei volte. Nel caso dei romanzi, impiego anni. La riscrittura avviene lentamente, soppeso ogni virgola e ogni singola frase.

Se non dovessi rubare il tempo ad altri impegni per scrivere, allora il mio posto ideale è nelle Marche, dove ho una casetta che considero perfetta per la scrittura. Quando ho il privilegio di andarci, il più delle volte è d’estate e, mentre guardo le montagne, cominciano a prendere forma le idee e i personaggi che poi diventano racconti e romanzi.”

Ed ecco il mio punto di vista personale: come si fa a scrivere un romanzo? Esiste una tecnica per scrivere? Servono le scuole di scrittura? 

Come avete letto, dieci scrittori hanno dato dieci risposte differenti. In linea di principio, non ho mai conosciuto una persona che nasca scrittore. Oltre ad una certa predisposizione che può dipendere da diversi fattori, scrittori per quanto mi riguarda si diventa scrivendo una pagina dopo l’altra, scontrandosi con la fatica fisica di stare seduti per ore davanti ad una tastiera a mettere nero su bianco, parola dopo parola, un’idea, un concetto, una provocazione o un’emozione.

Certo vi sono diversi livelli di scrittura e vi sono diversi tipi di scrittori, così come esistono diversi tipi di lettori.

Certo, frequentare un corso di scrittura creativa o una scuola di scrittura può servire, specialmente all’inizio, per dare al proprio lavoro un’impostazione di base, evitando quel navigare a vista che fa perdere tempo e alla lunga può demotivare il neo-scrittore. Io stesso ne ho frequentate all’inizio della mia attività di scrittore.

Ma un racconto, un romanzo, nascono nella mente dello scrittore poco alla volta, giorno dopo giorno, in diversi momenti di una giornata o di una notte e molto spesso l’inizio di una storia non significa che abbia già un finale chiaro nella testa dello scrittore.

Almeno a me capita spesso così.

Esplorare l’antro creativo dello scrittore per scandagliare il quid che genera la trama iniziale di un romanzo, il punto alfa di una storia, è praticamente impossibile e comunque se uno scrittore sapesse anche minimamente spiegare quel segreto, molto probabilmente non ve lo rivelerebbe.   

Categorie
Lo scrittore artigiano

Perché questo sito?

Perché questo nuovo sito?

Perché dopo una decina d’anni di attività più o meno continuativa sul web attraverso i canali social tradizionali (Facebook, Twitter e YouTube utilizzati a sostegno e supporto del primo blog Aldebaran) e 6 romanzi auto-pubblicati, ho sentito l’esigenza di aggiornare il modo di presentare il mio “secondo” lavoro, quello artistico – (ri)creativo.

In questo sito, che ha per dominio il mio nome e cognome, troverete raccolta, d’ora in avanti, la mia produzione letteraria (nuovi post, nuovi articoli, nuovi video), il catalogo aggiornato di tutte le mie pubblicazioni e potrete ricevere, previa registrazione alla mailing list, le ultime notizie riguardanti l’attività di formazione che partirà, sperando di rispettare la tempistica che mi sono dato, nel prossimo autunno.

Una cosa desidero evidenziare.

Tutto quello che troverete pubblicato su questo sito è stato creato/prodotto dal sottoscritto. Mi definisco uno scrittore artigiano o se preferite, un artigiano della scrittura. E come un artigiano che si rispetti, prediligo il lavoro “manuale” e l’auto-produzione dei manufatti che, nel mio caso, sono essenzialmente libri. 

Questo non significa che per arrivare al termine di un romanzo e poterlo vedere con soddisfazione in vendita in una vetrina di una libreria on-line, il sottoscritto non abbia avuto il supporto e l’aiuto di persone care e amici fidati. Tutt’altro. 

È vera però una cosa: uno scrittore artigiano ancora oggi deve faticare di più per farsi conoscere e ottenere fiducia dai lettori solo perché il suo romanzo non ha ricevuto una revisione e un’attenzione che viene riconosciuta adeguata solo se prestata, in via esclusiva, dai professionisti del mondo editoriale (editor e agenti letterari in primis).

Questo fatto non è scientificamente dimostrabile né dalla teoria, né dalla pratica. Lo scopo della mia attività di scrittore, grazie a questo nuovo sito, sarà anche quella di sfatare questi pre-giudizi e pre-concetti e dimostrare che uno scrittore auto-pubblicato può produrre opere apprezzabili e valere la pena di essere letto.

Per riuscire nell’intento però ho bisogno del vostro aiuto!

Buona lettura e continuate a seguirmi. Aspetto le vostre considerazioni e i vostri commenti ai miei romanzi!