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Pier Paolo Pasolini, 50 anni dopo. Il profeta scomodo che ci aveva avvertiti

Pasolini a Roma, anni 60 – ritratto del maestro che anticipava la modernità
Pasolini a Roma, anni 60 – ritratto del maestro che anticipava la modernità

Il 2 novembre 1975, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, moriva brutalmente Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più acuti, inquieti e coraggiosi del Novecento italiano. Cinquant’anni dopo, le sue parole bruciano ancora. Anzi, sembrano scritte oggi. E forse è proprio in questo che si manifesta il tratto più impressionante della sua figura: la capacità di vedere prima degli altri, di leggere nelle trasformazioni della società italiana non solo i fatti, ma le conseguenze profonde, culturali e spirituali.

Un maestro senza cattedra

Pasolini non fu mai un intellettuale comodo. Colto, poetico, ma anche tagliente, radicale, scomodo. Criticava la borghesia, ma non si allineava mai del tutto con la sinistra. Denunciava l’ipocrisia del potere, ma senza cadere nel populismo. Era, in un certo senso, un maestro senza cattedra, che cercava di risvegliare le coscienze e che trovava nel popolo – quello autentico, legato alle radici, al sacro, alla terra – un interlocutore smarrito.

Ecco allora la sua profezia più potente: il popolo italiano, scriveva già negli anni ’60, stava perdendo la sua identità, abbandonando la cultura contadina e cattolica, per abbracciare un modello di vita consumista e omologato, imposto dalla televisione, dalla pubblicità, dal nuovo potere economico.

“Il vero fascismo è il consumismo”, scriveva Pasolini.

Dalla grazia al consumo

L’Italia che Pasolini amava era quella della grazia contadina, dei volti scolpiti dal sole, della lingua dialettale che raccontava una storia lunga secoli. Era una società povera, sì, ma ricca di valori, di rapporti umani autentici, di una religiosità popolare che dava senso alla vita quotidiana. Quella società stava scomparendo.

Al suo posto stava nascendo, sotto la spinta del boom economico e dell’invadenza dei media, un nuovo tipo umano: l’italiano medio borghese, desideroso di apparire, consumare, salire nella scala sociale, a qualunque costo. Un’Italia “svuotata” spiritualmente, in cui la fede diventava facciata, e il senso del sacro si dissolveva nella logica del profitto.

Un cattolico eretico?

Il rapporto di Pasolini con il cattolicesimo è complesso, ma mai banale. Non era un credente in senso tradizionale, ma guardava alla figura di Cristo con profondo rispetto, tanto da dedicargli uno dei suoi film più struggenti e rispettosi: Il Vangelo secondo Matteo (1964), girato con attori non professionisti e con un rigore quasi francescano. Quel film è la sua personale dichiarazione d’amore per un messaggio evangelico vissuto fino in fondo, lontano da ogni ipocrisia clericale.

Pasolini non attaccava la Chiesa per spirito anticlericale: piuttosto, le rimproverava di aver smesso di essere guida spirituale e morale per il popolo. Di essersi arresa alla modernità, smettendo di parlare il linguaggio semplice della verità.

Un testamento ancora attuale

Nei suoi ultimi articoli – raccolti nel volume Scritti corsari – Pasolini si scaglia contro la nuova scuola, contro la TV, contro una modernità che toglie ai giovani il pensiero critico. Denuncia la distruzione del paesaggio, la volgarità del dibattito pubblico, l’omologazione culturale che livella tutto, annullando le differenze.

A distanza di 50 anni, è difficile dargli torto. Basta guardarsi intorno per vedere quanto quelle trasformazioni annunciate da Pasolini siano diventate la nostra quotidianità: l’invadenza dei media, ora social media, la crisi dell’identità culturale, la perdita di senso, l’assenza di una voce morale forte.

Il lascito di un visionario

Pier Paolo Pasolini è stato un poeta civile, un visionario, ma anche un uomo fragile, pieno di contraddizioni, che ha pagato a caro prezzo la sua sincerità. Non voleva piacere a tutti. Non cercava consensi. Cercava la verità. E per questo continua a parlare a chi ha il coraggio di ascoltarlo.

A cinquant’anni dalla sua morte, non basta ricordarlo: occorre rileggerlo. Perché se è vero che non ci ha lasciato soluzioni, ci ha consegnato però le domande giuste.

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LIBRI LETTI

“STARE”

Quando la fragilità dell’altro diventa parola di Dio

C’è un momento, accanto a un anziano o a un malato, in cui si smette di “fare”.
Hai portato l’acqua, sistemato i cuscini, detto parole di conforto… e poi non resta più nulla da aggiungere. Solo la presenza. Solo lo “stare”.

È qui che inizia il libro Stare. In compagnia del malato e dell’anziano, doni e cura di Massimo Camisasca e Vincent Nagle (Edizioni Ares, 2025).
Non un manuale di assistenza, né una riflessione teologica nel senso accademico, ma una meditazione semplice e disarmante su cosa significhi essercirestare accanto, e lasciarsi toccare dal limite dell’altro.

Camisasca e Nagle partono da un’evidenza spesso ignorata: davanti alla malattia o alla vecchiaia, non possiamo “risolvere” nulla.
Possiamo solo restare. E in quel restare accade qualcosa: l’altro non è più solo oggetto della nostra cura, ma diventa rivelazione del nostro stesso limite.

Il libro invita a guardare la fragilità non come un difetto da correggere, ma come un linguaggio — forse il più universale di tutti.
Nel volto segnato di chi soffre si manifesta qualcosa di misterioso:

Dio che ci parla attraverso la vulnerabilità dell’altro.

Quando l’altro ci restituisce noi stessi

Ciò che più mi ha colpito è la reciprocità che il libro fa emergere.
Chi si prende cura non è mai “solo colui che dona”: nel tempo dello stare, scopre che riceve più di quanto offre.
Il limite dell’altro diventa specchio del proprio, e in quello specchio ci si scopre fragili, dipendenti, bisognosi — ma anche amati, voluti, custoditi.

Ricordo quando andavo a trovare il mio amico Ugo, malato di SLA, a casa sua.
All’inizio cercavo di dialogare con lui, di riempire il tempo con parole, ma negli ultimi mesi non poteva più nemmeno comunicare con gli occhi sul monitor davanti a sé: era stanco, e anche quel piccolo gesto gli costava fatica.
Mi accorgevo allora che andavo da lui più per me che per lui.
Stare accanto a Ugo, in quel silenzio pieno, mi rivelava qualcosa di profondo: che la sua fragilità parlava anche della mia, che il suo limite mi mostrava il mio.
Era come se Dio stesso, attraverso Ugo, mi dicesse chi sono davvero — un essere finito, eppure amato in ogni fibra della mia debolezza.

Lo “stare” non è dunque un’attesa passiva, ma un atto spirituale: una forma di preghiera incarnata.
In quel silenzio condiviso accade qualcosa di sacro — non spettacolare, ma reale.
È un Dio che parla piano, attraverso la pelle, gli sguardi, i respiri affannati, i ritmi lenti.

Il dono che nasce dal limite

In un tempo ossessionato dall’efficienza e dal controllo, questo libro è quasi scandaloso: ci chiede di accettare che non tutto può essere guarito.
Ma ciò che non si può guarire, può essere amato.
E l’amore, in questa prospettiva, è la forma più alta di conoscenza: una luce che nasce dal riconoscimento del limite, non dalla sua negazione.

“Il malato e l’anziano — scrivono gli autori — non ci chiedono solo gesti di carità, ma la compagnia che scaturisce da una fede viva.”
E questa compagnia, se è autentica, ci riporta a Dio: non un Dio distante, ma un Dio che si lascia trovare nella carne fragile degli uomini.

Perché leggerlo oggi

Stare è un libro piccolo ma densissimo, da leggere lentamente, magari una pagina al giorno.
Non dà risposte facili, ma apre una via: la via della presenza.
È una lettura che parla ai credenti e ai non credenti, a chi accompagna e a chi è accompagnato, perché tutti — prima o poi — ci troviamo nel luogo della dipendenza, del limite, della resa.

E forse è proprio lì, nel punto in cui non sappiamo più cosa dire o fare, che Dio finalmente riesce a parlarci.

Leggere Stare è come sedersi accanto a qualcuno in silenzio.
Ti insegna che la cura non è un’azione ma una relazione, e che a volte la presenza è il gesto più alto dell’amore.
Chi soffre ci ricorda che la vita non è nostra, che tutto è dono, e che l’ultima parola — anche nel dolore — è sempre una parola di bene.

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La mia prima volta al Festival del Podcasting

Ieri, 4 ottobre 2025, ho vissuto qualcosa di speciale. Per la prima volta ho partecipato al Festival del Podcasting – e non una data qualsiasi, ma la giornata conclusiva, ospitata negli spazi ispiranti di Cascina Triulza, all’interno dell’area MIND di Milano.

È stata la mia prima partecipazione da quando, lo scorso agosto, ho deciso di entrare a far parte di ASSIPOD – l’Associazione Italiana Podcasting. Una scelta presa con curiosità, ma anche con il desiderio di trovare persone che condividessero la mia stessa passione per questo mezzo meraviglioso: il podcast.

E ieri è successo. Non solo ho partecipato a un evento ben organizzato, pieno di contenuti interessanti e spunti utili, ma mi sono sentito subito parte di una comunità vera.

Un ambiente accogliente, fatto di voci e di storie

Fin dal mio arrivo ho percepito un’atmosfera calda e accogliente. Nessuna distanza, nessuna barriera. Podcaster alle prime armi e professionisti affermati condividevano lo stesso spazio, si ascoltavano, si scambiavano idee, esperienze, contatti. In ogni angolo della Cascina si parlava di audio, microfoni, format, storytelling, identità, passione.

La cosa che più mi ha colpito è stata l’energia collettiva. Una passione genuina che unisce persone molto diverse tra loro, ma accomunate dallo stesso desiderio: comunicare. Raccontare storie, informare, emozionare, far riflettere.

ASSIPOD: una casa per chi ama il podcasting

L’associazione ASSIPOD ha reso tutto questo possibile, non solo organizzando gli eventi collegati al Festival, ma creando uno spazio in cui sentirsi accolti, valorizzati, ascoltati. Per chi, come me, ha iniziato da poco il suo percorso nel podcasting, poter accedere a risorse, incontri e momenti di confronto è qualcosa di prezioso.

Nel giro di poche ore mi sono trovato a parlare con persone che prima conoscevo solo per nome o per voce. Ho ascoltato interventi illuminanti, scoperto progetti interessanti, preso appunti, ma soprattutto mi sono sentito a casa.

Un invito a chi ama il podcasting

Se anche tu hai una passione per il podcast – o sei semplicemente curioso di avvicinarti a questo mondo – ti invito a scoprire cosa fa ASSIPOD. È molto più di un’associazione: è una comunità viva, inclusiva e piena di stimoli.

La giornata del 4 ottobre resterà per me un punto di partenza. Un giorno in cui ho capito che non sono solo in questa passione. Che esistono luoghi e persone con cui costruire qualcosa insieme.

E forse è proprio questo il bello del podcasting: una voce, tante voci, una rete che si allarga.

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Meeting di Rimini 2025: un’eredità di bellezza e libertà

Appena concluso, il Meeting di Rimini già ci manca. Sei giorni intensi, ricchi di incontri, dibattiti, mostre, volti nuovi e amici ritrovati: un appuntamento che, ogni anno, riesce sempre a sorprendere e a rinnovare.

Tra i tantissimi eventi di questa edizione, alcuni mi sono rimasti particolarmente impressi. Il convegno d’apertura, “Madri per la pace”, ha portato sul palco due donne straordinarie: una madre musulmana di Betlemme che ha perso un figlio, e una madre israeliana, il cui figlio, soldato, è stato ucciso il 7 ottobre 2023. Un incontro profondamente umano e toccante.

Il 23 agosto, S.E. Mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim e presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, ha guidato una riflessione sul titolo di quest’anno: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Un invito a non arrendersi, a creare anche laddove tutto sembra sterile.

Il giorno seguente, il 24 agosto, un momento molto interessante con alcuni protagonisti del terzo settore e il Cardinal Zuppi ha messo in luce le potenzialità delle sinergie tra società civile e istituzioni. Un dialogo concreto, denso di prospettive.

Da non dimenticare poi l’incontro sull’intelligenza artificiale, “Intelligenza artificiale e futuro dell’uomo: tra deserto digitale e nuove costruzioni”. Un tema attualissimo affrontato con uno sguardo critico e orientato al bene dell’uomo.

Le mostre? Quest’anno erano tredici, tutte bellissime e visitate con entusiasmo. Sul canale ufficiale del Meeting trovate video, interviste ai curatori e approfondimenti che meritano di essere rivisti con calma.

È difficile condensare in poche righe un evento che ha registrato oltre 800.000 presenze, ospitato 150 convegni con circa 550 relatori da tutto il mondo e portato in scena 17 spettacoli culturali. Ma una cosa voglio dirla.

Ciò che mi porto via da questa edizione sono i volti degli amici, vecchi e nuovi, le conversazioni, gli sguardi sinceri, la bellezza di uno spazio gratuito e autenticamente libero dove ci si può confrontare, imparare, crescere. Quest’anno, in particolare, mi ha colpito la presenza di persone che venivano al Meeting per la prima volta. Vederle entusiaste, coinvolte, colpite dalla stessa bellezza che io conosco da anni, mi ha fatto riscoprire con occhi nuovi ciò che, forse, stavo iniziando a dare per scontato. Il Meeting è anche questo: un luogo che continua a generare stupore, ogni volta come fosse la prima.

Sì, gratuito: non si paga nulla per accedere agli incontri o visitare le mostre, e tutto è reso possibile grazie all’impegno di oltre 3.000 volontari, di cui il 60% ha meno di 30 anni. È anche questo a rendere il Meeting un’esperienza unica, generativa, capace di accendere il desiderio di bellezza che poi ti accompagna per tutto l’anno.

Un invito: nei prossimi mesi, quando avrete un momento libero, andate sul canale YouTube del Meeting. Scegliete un video a caso – un’intervista, una conferenza, una mostra – e lasciatevi ispirare. Perché il bello serve, è utile: ci aiuta a camminare con fiducia nella vita.

Non sarà l’unico articolo che dedicherò a questa edizione: ci sono tanti spunti che meritano di essere approfonditi. Intanto vi lascio con alcune “facce da Meeting” 2025 e vi do appuntamento già alla prossima edizione, in programma dal 21 al 26 agosto 2026, con un titolo che è già tutto un programma: “L’amor che move il sole e l’altre stelle.”

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Se non credi in Dio, in chi credi?

La persistenza della memoria di Salvador Dalì – 1931

1. Introduzione: La domanda che divide e unisce

“Se Dio non esiste, tutto è permesso”: questo il pensiero di Dostoevskij raccontato ne I fratelli Karamazov. Un concetto che colpisce come una lama, perché non parla solo di fede ma di senso. Oggi, in un tempo in cui tanti si dichiarano atei, agnostici o “spirituali ma non religiosi”, la domanda resta: quando Dio non è più il centro, chi o cosa prende il suo posto? Non è un’accusa, ma un invito: guardarsi dentro e chiedersi in cosa, davvero, riponiamo la nostra fiducia.


L’isola dei morti di Arnold Böcklin – 1880

2. Il bisogno umano di credere

Immagina un bambino che ascolta una fiaba alla sera. Non è solo intrattenimento: quella storia lo aiuta a dare forma alle sue paure, a sognare, a capire chi è. Da adulti non smettiamo di avere bisogno di storie. Cambiano i nomi, cambiano i simboli, ma il cuore resta lo stesso: l’uomo è, come diceva Cassireranimal symbolicum. Vive di miti, ideali, narrazioni.

Freud vedeva nei miti la proiezione dei conflitti inconsci, Jung li leggeva come archetipi che emergono dall’inconscio collettivo. Massimo Diana ricorda che i racconti arcaici – fiabe, saghe, leggende – non sono favole innocue, ma strumenti che plasmano la nostra crescita interiore. Per questo, anche in una società secolarizzata, i miti non scompaiono: si trasformano.


3. Quando Dio non è il riferimento

Già gli antichi ci hanno provato: Epicuro insegnava che gli dèi non si curano di noi, Teodoro di Cirene arrivò a negarne l’esistenza. Nell’Illuminismo la ragione prese il posto della rivelazione: Voltaire sosteneva che “se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, più per ordine sociale che per fede.

Nel Novecento, Sartre e Camus hanno aperto la strada di un’esistenza senza Dio: se non c’è un progetto prestabilito, siamo noi a dover inventare il senso della vita. L’ateismo moderno non è assenza di valori, ma fondazione autonoma. È l’uomo che diventa, nel bene e nel male, creatore di sé stesso.


L’urlo di Edvard Munch – 1893

4. Nuovi “dei” e nuove credenze

Quando un altare cade, se ne costruisce un altro. Oggi molti affidano la loro fede a:

  • La scienza, vista come bussola assoluta. Ma se diventa dogma, smette di essere ricerca e diventa religione mascherata.
  • La politica, che spesso assume tratti da fede secolare, con i suoi leader venerati e i suoi nemici assoluti.
  • La tecnologia, nuovo mito salvifico: promette immortalità, progresso infinito, controllo totale.
  • L’umanesimo laico, che mette al centro l’uomo e la sua autorealizzazione.

Queste nuove credenze, in fondo, funzionano come i miti di un tempo: raccontano da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo. Sono storie collettive che alimentano speranza e danno identità.


5. Credere in se stessi (e oltre)

“Abbi fiducia in te stesso”, scriveva Emerson, invitando a seguire la propria voce interiore. La psicologia moderna lo conferma: credere nella propria capacità aumenta le probabilità di riuscire. Ma c’è un rischio: se tutto dipende da noi, il fallimento diventa una colpa insopportabile, e l’egocentrismo una gabbia.

È qui che interviene la voce di Luigi Giussani. Nel suo Il senso religioso, ricordava che l’uomo è segnato da una sete che nessun successo personale colma. Il cuore umano è strutturalmente aperto al Mistero. La sete di giustizia, amore e felicità è infinita: e proprio questa sproporzione costituisce il “senso religioso”. Credere, per Giussani, non è chiudersi in sé stessi, ma aprirsi a quell’oltre che abita dentro di noi.


Sopra la città di Marc Chagall – 1918

6. E noi su cosa facciamo affidamento?

Forse la domanda iniziale non vuole una risposta definitiva, ma un cammino. C’è chi si affida alla scienza, chi alla politica, chi a se stesso, chi a un’energia cosmica senza nome. Ma dietro tutto questo resta intatto il bisogno di senso. È il filo che lega i miti antichi e le credenze moderne, Freud e Jung, Emerson e Giussani.

Allora “Se non credi in Dio, in chi credi?” diventa un invito a non accontentarsi. A non fermarsi alle risposte immediate, ma ad ascoltare quel desiderio più grande che pulsa dentro ognuno di noi.


7. Conclusione: Un invito a un’esperienza viva del senso religioso

Abbiamo visto come l’uomo non smetta mai di credere: che sia Dio, la scienza, la politica o se stesso, sempre cerca un orizzonte simbolico. Questo desiderio, che Giussani chiamava “senso religioso”, non è un’aggiunta, ma una struttura originaria dell’umano.

Se questo articolo ti ha coinvolto, provato, interrogato, forse vale la pena farsi una domanda in più: cosa significa vivere tutto questo in prima persona, non solo come spettatori del proprio cuore, ma come membri di una comunità in cammino?

Tra pochi giorni — dal 22 al 27 agosto 2025 — a Rimini si terrà il Meeting per l’amicizia fra i popoli: un festival che da oltre quarant’anni apre alla cultura, al dialogo, all’incontro tra persone di fedi, idee e orizzonti diversi. 
Il titolo di quest’anno è eloquente: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi” — parole che risuonano come un invito vivente alla responsabilità, al senso, alla ricostruzione di ciò che è umano.

Questo evento è fatto di incontri, mostre, tavole rotonde, di testimonianze, arte e comunità. È il luogo dove il desiderio di bellezza, di verità, di giustizia — quel “senso religioso” che non si sopprime — viene messo in gioco con semplicità e concretezza.

Perché il punto non è avere già la risposta, ma avere il coraggio di cercarla.

Ti lascio con una sfida: non restare spettatore. Vieni, guarda, ascolta. Vivi un pezzo di estate che parla di senso. Perché a volte basta un incontro inaspettato per accendere una luce: è proprio lì che comincia qualcosa di nuovo.

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Meno scroll, più parole, più bellezza: un’estate per ritrovarsi

In questi primi mesi dell’anno, il mondo dell’editoria italiana ha registrato un segnale preoccupante: un netto calo nelle vendite dei libri, come confermato dai dati dell’AIE (Associazione Italiana Editori). Ne ho parlato con diversi amici scrittori: tutti notano lo stesso fenomeno. Le librerie sono più vuote, e il pubblico sembra sempre più distratto da altri mondi.

Le cause sono molteplici. In primis, la concorrenza invisibile ma potentissima di Netflix, dei social network, dei podcast. Forme di intrattenimento immediate, veloci, che richiedono un coinvolgimento più leggero rispetto alla lettura. Ma non è solo questione di alternative: è la nostra capacità di concentrazione a essere cambiata, soprattutto nei più giovani. La generazione cresciuta su TikTok si muove per scroll, vive per stimoli brevi e veloci. Anche solo tre minuti di video — come mi ha fatto notare mia figlia riguardo a un mio montaggio per YouTube — possono sembrare “troppi”. E se tre minuti sono troppi, figuriamoci 300 pagine.

Eppure, in questo scenario in continuo movimento, esiste un altro lato della medaglia: quello dell’innovazione, della creatività, della rinascita personale. Io, per esempio, ho abbracciato da tempo il mondo dell’intelligenza artificiale, seguendolo fin dai suoi primi passi. In poco più di un anno, mi ha permesso di realizzare progetti che covavo da tempo: due podcast, decine di video, idee che sarebbero rimaste nel cassetto per mancanza di tempo o risorse. L’AI ha dato un’accelerata formidabile alla mia creatività.

Ma non è tutto oro: questo continuo progresso tecnologico porta anche con sé un’ansia sottile, quella di non riuscire a stare al passo. Nuovi strumenti, nuovi aggiornamenti, nuove possibilità — ogni giorno. Ci si sente come su una giostra che gira sempre più veloce e non si ferma mai. Dove ci porterà? Nessuno lo sa con certezza.

Ciò che mi colpisce di più, però, è il contrasto con la maggior parte delle persone che incontro ogni giorno. Molti non sembrano accorgersi di quanto il mondo stia cambiando. Vivono come se nulla fosse, mentre in realtà nulla è più come prima. Mi chiedo cosa accadrà quando, all’improvviso, si renderanno conto del cambiamento.

Nel frattempo, noi scrittori — quelli che sentono ancora il bisogno fisico e mentale di scrivere — continuiamo a farlo. Non solo per vendere qualche copia dei nostri romanzi (anche se non ci dispiacerebbe), ma perché non possiamo farne a meno. Scrivere è come respirare. È un gesto vitale. Un modo per lasciare traccia, per dare un senso, per cercare quella bellezza ristoratrice anche nei giorni più opachi.

E allora, ecco il mio consiglio per questa estate. Ovunque vi troviate — al mare, in montagna, o semplicemente su una panchina al centro commerciale in cerca di un po’ di fresco — portate con voi un buon libro. Magari di un autore a voi sconosciuto. Ascoltate un nuovo podcast. Visitate un borgo antico, una chiesa dimenticata, un piccolo museo. Salite su un autobus e fate tutto il tragitto da un capolinea all’altro. Lasciatevi sorprendere dal paesaggio, dalle storie che non vi aspettavate.

Una volta all’anno, per restare umani, abbiamo bisogno di rallentare. Di respirare bellezza. Di riempire gli occhi e il cuore non solo con notizie drammatiche e immagini violente, ma con pace, arte, silenzi. E magari, per i più fortunati, con qualche pagina letta sotto il sole.

Buona estate a tutti.

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Jane Austen, la scrittrice che ha dato forza alle parole delle donne

Il 18 luglio 1817 moriva Jane Austen, ma a due secoli di distanza, le sue parole continuano a vivere, fresche, intelligenti e potenti. In un’epoca in cui alle donne era concesso poco, Jane scriveva con una chiarezza e un’ironia che ancora oggi ci sorprendono, affermando la forza delle parole femminili.

Attraverso sguardi capaci di osservare il mondo, Jane Austen raccontava sentimenti, società, convenzioni e ribellioni. Le sue eroine, come Elizabeth Bennet, Anne Elliot o Emma Woodhouse, sono così reali e attuali da non lasciarsi definire dagli altri. Cercano la propria strada, a volte inciampano o sfidano le regole, accompagnate dalla scrittura limpida, ironica e profonda di Austen.

I suoi romanzi sono ben più di semplici storie d’amore. Sono intrisi di critica sociale, intelligenza emotiva e una profonda riflessione sul ruolo delle donne, con una costante attenzione al potere delle parole. Jane Austen scriveva per sé e per chi sapeva leggere tra le righe.

Oggi, rileggere Jane Austen significa ritrovare qualcosa di noi – nei silenzi di Fanny Price, nella lucidità di Elinor Dashwood, nella ribellione silenziosa di Anne – e ascoltare una voce che non ha mai smesso di parlare. Ci ricorda che, anche in un mondo pieno di vincoli, si può scrivere con libertà. Si può essere ironici senza essere superficiali e parlare d’amore trattando temi come la dignità, le scelte e l’indipendenza.

In un mondo in continua evoluzione, Jane Austen rimane un punto fermo. La sua penna ha attraversato il tempo per dirci, con garbo e fermezza, che ogni donna ha diritto alla propria voce, e ogni lettore – uomo o donna – ha il dovere di ascoltarla.

E oggi, come sarebbe Jane Austen? Forse così!

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Una settimana per tutta la famiglia

Quando siamo tornati al Meeting con i nostri figli, dopo dieci anni di pausa, ci siamo chiesti se ce l’avremmo fatta.
Tutto quel movimento, gli incontri, la confusione…
E invece è stata una delle decisioni più belle che abbiamo preso.

Il Meeting non è pensato solo per gli adulti, o per chi “cerca risposte alte”. È uno spazio che abbraccia tutti, e questo lo si capisce subito appena si mette piede nel Villaggio Ragazzi.

Ogni anno, questo spazio si trasforma in un piccolo mondo dove i bambini possono scoprire, giocare, costruire, ridere, ascoltare storie — e senza nemmeno accorgersene, toccare qualcosa di grande.
Ricordo una mostra su Gaudí fatta per i più piccoli: tra colori, forme e costruzioni, i miei figli hanno intuito che la bellezza può nascere dalla fede e dalla creatività.
Oppure quella sui Cavalieri della Tavola Rotonda: tra giochi e racconti, si parlava di coraggio, amicizia, giustizia. Temi eterni, presentati in modo coinvolgente.

Non è intrattenimento fine a sé stesso. È un’esperienza che educa senza pesare, che lascia tracce.
Ogni giorno i nostri figli tornavano con occhi pieni di novità. E noi con loro.

Ma il bello del Meeting in famiglia non è solo nel programma. È nella vita che si respira insieme: si mangia seduti su una panchina, si corre da un padiglione all’altro, si fa la fila per una mostra, si incontra gente che parla con i tuoi figli come fossero amici.
È una scuola di apertura, di stupore, di ascolto.
E ogni volta che torniamo a casa, ci scopriamo più uniti. Perché il Meeting è anche questo: una settimana in cui, senza quasi volerlo, ci si ritrova come famiglia.

Per me, è diventato un appuntamento irrinunciabile, anche per loro. Anche se adesso sono cresciuti. Perché si rimane sempre genitori, come si rimane sempre figli.
E il bello è che ogni anno scopriamo qualcosa di nuovo — dentro e fuori di noi.

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Cose belle che accadono solo al Meeting

Ogni anno, al Meeting, mi accorgo che accadono cose che altrove sembrano impossibili.
Non parlo solo dei convegni o delle mostre, ma di quella atmosfera inconfondibile in cui ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo sembra portare dentro qualcosa di più grande.

È un luogo dove, per qualche giorno, si può vivere con uno sguardo diverso.
Dove le differenze non dividono, ma incuriosiscono. Dove si può discutere con rispetto, ascoltare con attenzione, incontrare davvero l’altro — anche se la pensa diversamente.

Come quella volta, nel 2018, con Veronica Cantero Burroni.
Aveva solo sedici anni. Arrivava dall’Argentina, con una sedia a rotelle, cinque romanzi pubblicati e una forza d’animo fuori dal comune.
Parlava del suo libro, Il ladro di ombre, ma in realtà raccontava molto di più: la sua vita, la sua fede, il suo modo di affrontare la disabilità come un dono — non una croce, ma una condizione che le permette di guardare il mondo con più profondità.

Diceva: «Essere felice non è avere un cielo senza tempesta, ma trovare speranza e forza nelle battaglie».
Parlava con semplicità e libertà. Ma in quel pomeriggio, tra ragazzi e adulti, è successo qualcosa. Un silenzio pieno, una commozione vera. Era come se, attraverso la sua voce, tutti potessimo intuire che la felicità non è assenza di dolore, ma presenza di senso.

Anche questo è il Meeting.

Oppure ricordo Italia Giacca, incontrata al Meeting nel 2015 in occasione della mostra sull’esodo dei Giuliano-Dalmati.
Una donna forte, dallo sguardo fermo e pieno di luce. Parlava con sobrietà, ma ogni parola era intrisa di verità vissuta.
Non portava rancore, ma memoria. Non cercava compassione, ma comprensione.

Raccontava l’esilio vissuto da bambina, il dolore di chi ha dovuto lasciare la propria terra per rimanere fedele alla propria identità.
Non c’era vittimismo, né enfasi. Solo il peso dignitoso di una storia che non si può dimenticare, e che continua a interpellare anche oggi.

Diceva: “Abbiamo lasciato tutto, ma non ci siamo mai lasciati andare.”
In lei c’era la forza silenziosa di chi ha conosciuto il distacco, ma ha saputo trasformarlo in apertura.
Non ho mai dimenticato quella testimonianza.
Era come una radice che affonda nella terra perduta e, allo stesso tempo, un ramo che si protende verso chiunque voglia ascoltare.

Anche questo è il Meeting: un luogo dove la storia si fa carne, volto, racconto.
E dove incontri persone come Italia, che con la sola presenza ti insegnano cosa significa restare umani, anche nel dolore.

Uno degli incontri che non dimenticherò mai è stato quello con Fabrice Hadjadj al Meeting del 2011, in un’aula gremita di curiosi. Fin dal primo istante colpiva per il suo modo di parlare: serio ma mai pesante, ironico ma profondamente rigoroso. Era evidente che dietro ogni battuta c’era una ricerca autentica della verità.

Al Meeting, si è fatto ascoltare con un approccio sorprendente: raccontava la bellezza della tradizione cristiana, la profondità del desiderio umano, il limite del corpo e la fragilità della nostra esistenza… ma con leggerezza e libertà. Non un discorso astratto, ma uno che ti sfiora: “Il desiderio… la carne… il limite” non erano temi lontani, ma parole che ti restavano dentro, perché dicevano qualcosa di te .

Fabrice Hadjadj è per me la testimonianza vivente di un pensiero appassionato e non conformista, capace di combinare profondità teologica, bellezza filosofica e ironia esistenziale. È uno di quei “mattoni nuovi” che ti restano dentro per costruire in un modo diverso, più vero.

E tutto questo — incontri, spettacoli, testimonianze — avviene in mezzo a volontari sorridenti, famiglie con bambini, giovani in cerca, anziani attenti.
Un popolo in cammino. Un’umanità diversa, possibile.

Sono cose che accadono solo lì.
E ogni volta che torno a casa dal Meeting, mi porto via qualcosa che non so sempre spiegare, ma che sento vero: uno sguardo più aperto, un cuore più vivo, un desiderio rinnovato.

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Costruire nel deserto: il titolo del Meeting 2025

“Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi.”
È il titolo dell’edizione 2025 del Meeting di Rimini. Un verso tratto dai Cori da “La Rocca” di T.S. Eliot. E, come spesso accade con i titoli del Meeting, non è uno slogan: è una sfida.

Viviamo tempi in cui molti “luoghi deserti” ci circondano. Non si tratta solo di paesaggi fisici, ma soprattutto di spazi interiori e sociali: la solitudine, il disincanto, il senso di smarrimento che spesso accompagna il nostro vivere quotidiano; le relazioni che si fanno fragili, il lavoro che perde senso, la realtà che appare arida e opaca.
Sono deserti silenziosi, ma profondi. Eppure, proprio lì può nascere qualcosa di nuovo.

Il titolo di quest’anno ci ricorda che il deserto non è la fine, ma un inizio possibile.
È lì che siamo chiamati a costruire — con mattoni nuovi. Non con vecchie soluzioni, non con strategie di potere o tecnocrazie senz’anima, ma con gratitudine, libertà e desiderio di bene.

Questo spirito si ritrova con forza anche nelle mostre del Meeting 2025, che toccano temi attualissimi:
– la testimonianza coraggiosa di uomini come Vasilij Grossman,
– la freschezza della fede di Carlo Acutis,
– la fedeltà silenziosa dei martiri di Tibhirine,
– figure come San Francesco o il banchiere visionario Amadeo Giannini,
– la sfida dell’innovazione e del lavoro in contesti di crisi,
– la riscoperta della bellezza nell’arte romanica, nella fotografia contemporanea e persino nei materiali scientifici del futuro.

Tra questi percorsi, mi hanno colpito in particolare due figure, lontane tra loro per tempo e contesto, ma vicine per profondità e testimonianza.

Vasilij Grossman, scrittore e giornalista sovietico, ha vissuto in prima linea i grandi drammi del Novecento: la Seconda guerra mondiale, la Shoah, il totalitarismo.
Ha raccontato tutto questo con uno sguardo umano, libero, spesso scomodo per il regime. Il suo romanzo Vita e destino fu sequestrato dal KGB, ma oggi è considerato un capolavoro.
Grossman ha attraversato l’orrore senza cedere al cinismo, cercando in ogni frammento di storia una scintilla di verità, di bene, di giustizia.
È uno che ha costruito — con parole, con memoria, con coscienza — in mezzo al deserto del terrore e della censura.

Carlo Acutis, invece, è un ragazzo del nostro tempo.
Classe 1991, vissuto solo 15 anni, è stato capace di vivere la fede con semplicità e passione in piena era digitale.
Amava la tecnologia, i videogiochi, internet. Ma più di tutto amava l’Eucaristia, che chiamava “la mia autostrada per il cielo”.
Ha creato un sito per far conoscere i miracoli eucaristici nel mondo, perché nessuno dimenticasse che Gesù è presente.
Un ragazzo come tanti, ma con una luce dentro. Un mattone nuovo, fragile e potente, nella costruzione di un mondo più vero.

E poi ci sono le esperienze che commuovono: la disabilità vissuta in famiglia con dignità e amore, la memoria del dramma ucraino, la forza della riconciliazione in tempi di guerra.

Tutte queste mostre raccontano storie vere, che mostrano come si possa davvero ricostruire anche dove tutto sembra perduto. Mattoni nuovi, appunto: relazioni autentiche, progetti generosi, uno sguardo pieno di speranza.

Il Meeting 2025 non sarà solo un insieme di incontri. Sarà un cammino tra testimoni, un laboratorio di fiducia nel futuro, dove chiunque può riscoprire la propria vocazione a costruire, a prendersi cura, a non cedere al deserto.

Io ci sarò. E tu?