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Facce da Meeting

Il Meeting è finito da qualche giorno, e come sempre, appena chiuse le porte della Fiera, arriva il momento in cui si prova a mettere ordine tra le fotografie, i volti, gli abbracci raccolti in una settimana. È da qui che nasce questo articolo, corredato dalle foto di tutti gli amici incrociati quest’anno tra gli stand – vecchi compagni di strada e volti nuovi, ritrovati o conosciuti per la prima volta. Ma più che raccontarvi chi ho incontrato, oggi vorrei provare a rispondere a una domanda che mi accompagna da quarantasette anni, e che ogni edizione mi ripropone con una forza nuova: cos’è, davvero, il Meeting?

Un nome che oggi suona profetico

Il titolo completo della manifestazione – Meeting per l’amicizia fra i popoli – non è mai stato così carico di senso come quest’anno. Quando nacque, nel 1980, il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: l’Occidente da una parte, l’Unione Sovietica e i suoi satelliti dall’altra. Un mondo pericoloso, certo, ma in fondo più semplice da leggere: dentro ciascun blocco, i popoli si sentivano fratelli, cooperavano, si sostenevano a vicenda, anche solo per interesse comune di sopravvivenza.

Oggi quello schema è saltato. Ogni Stato, ogni superpotenza, sembra andare per conto proprio. Le alleanze di un tempo si sono allentate, quando non sgretolate; l’interesse particolare del singolo Paese prevale sempre più spesso su qualsiasi visione condivisa. Homo homini lupus, avrebbe detto Plauto – e più vicino a noi, Hobbes: l’uomo lupo per l’altro uomo. Un mondo frammentato, dove la fiducia reciproca tra i popoli sembra un lusso che nessuno può più permettersi.

In questo scenario, il nome scelto quarantasette anni fa da un gruppo di giovani cattolici – colpiti dall’esperienza di don Luigi Giussani – suona quasi profetico. Non pensarono a un convegno per addetti ai lavori, né a un’iniziativa confessionale chiusa in sé stessa. Pensarono a un luogo aperto a tutti, credenti e non credenti, dove mettere a tema ciò che accomuna ogni cuore umano, amico o nemico che sia. Perché – questa è la loro intuizione, ed è la mia convinzione di ogni anno – le forze profonde che muovono i popoli sono le stesse che muovono il cuore di ogni singolo uomo.

L’origine comune delle grandi e delle piccole storie

Ci ho pensato molto, in questi giorni: la storia è fatta dalle azioni degli uomini, e le grandi tensioni che attraversano un popolo – la ricerca di giustizia, di pace, di potere, di appartenenza – non sono altro che le stesse domande di senso che abitano l’animo di ciascuno di noi, singolarmente. Non c’è una storia “grande” fatta di popoli e nazioni e una storia “piccola” fatta di persone: c’è un’unica storia, e il motore che la muove è, in fondo, sempre lo stesso – l’attesa di compimento, di verità, di felicità che ciascuno porta dentro. Quando il cuore di un uomo si risveglia, attraverso un incontro che conta davvero, cambia anche il modo in cui quell’uomo abita la realtà, e con lui cambia – piano, spesso invisibilmente – anche il tessuto della società che lo circonda.

Ed è per questo che nessun grande cambiamento collettivo, nessun movimento storico duraturo, può fare a meno di una coscienza personale ridestata e di una responsabilità che parte dal singolo. Non è un’utopia romantica: è, semmai, l’unica strada realistica che ho visto funzionare, in quarantasette anni di storie ascoltate su questo palco.

Un anno che ha reso tutto questo ancora più chiaro

Quest’edizione, in particolare, mi pare abbia detto questo con una forza rara. L’ho scritto già nei giorni scorsi: l’apertura con Roseline Hamel e Nadia Kermiche – sorella della vittima e madre di uno dei carnefici della strage di Rouen, l’una accanto all’altra sullo stesso palco – è stata la dimostrazione più nuda di come un dolore capace di distruggere due famiglie e insieme due popoli (la Francia e la galassia jihadista da cui proveniva l’attentatore) possa, attraverso un incontro personale, trasformarsi in un cammino di riconciliazione. Non un discorso sulla pace tra i popoli: un incontro tra due donne che, guardandosi negli occhi, hanno reso possibile qualcosa che sembrava impensabile.

E poi, certo, la visita di Papa Leone XIV, che rimarrà nella storia di questa manifestazione. Le sue parole, alla luce dell’enciclica Magnifica Humanitas, hanno offerto – è stato detto dal palco, ed è quello che ho sentito anch’io ascoltandole – un approfondimento sorprendente rispetto al verso dantesco che ha dato il titolo a questa edizione: un invito a vivere il futuro come una promessa e non come una minaccia, proprio nel momento storico in cui la tentazione della minaccia reciproca sembra prevalere ovunque.

I numeri di questa 47ª edizione raccontano, a modo loro, la stessa storia: quasi 900mila presenze, 150 incontri, 13 mostre, 13 spettacoli, 3.300 volontari che si sono spesi gratuitamente per una settimana. Cifre che non dicono nulla, da sole – ma che diventano eloquenti se si pensa a ciascuna di quelle presenze come a un cuore che, per qualche ora, si è messo in ascolto di un altro cuore.

Quello che mi porto a casa

Ecco cos’è per me il Meeting, in fondo, ogni singolo anno: il luogo dove posso fare memoria di ciò per cui sono fatto, e insieme di ciò di cui è fatto chi mi sta accanto – il vicino di pianerottolo, di paese, di città, di scrivania, di confine, di religione. Un luogo dove la parola “amicizia fra i popoli” smette di essere uno slogan diplomatico e torna a essere quello che era all’inizio: la scommessa che l’umano, quando si incontra davvero, è più forte di ogni frattura.

Le facce che vedete in questo articolo sono la prova più semplice e più vera di questa scommessa. Amici di una vita, amici ritrovati dopo un anno, amici conosciuti per la prima volta proprio in questi giorni. Ognuna di queste facce, per me, è un piccolo pezzo di quella stessa storia comune di cui parlavo – la storia che si scrive insieme, un incontro alla volta.

Arrivederci al 2027, con un titolo che è già una direzione da seguire: Pionieri coraggiosi per custodire l’umano.

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