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Salviamo le librerie (e gli autori self) dai giganti del web

La storica libreria milanese Hoepli rischia la liquidazione. Ma il suo destino è solo il sintomo di una crisi molto più vasta: quella delle librerie fisiche travolte dall’online. È ora di reagire con una tassa sui giganti del web.

Il 25 febbraio 2026 potrebbe essere una data nera per Milano e per la cultura italiana. In quella data, l’assemblea straordinaria dei soci della storica casa editrice e libreria Hoepli dovrebbe formalizzare la liquidazione volontaria di un’istituzione che dal 1870 – centocinquanta sei anni – è stata un faro della cultura scientifica, tecnica e umanistica nel cuore di Milano.

Il paradosso è che Hoepli non sta chiudendo per debiti. I conti sono sostanzialmente in ordine. A ucciderla è una guerra fredda familiare che ha paralizzato ogni decisione strategica. Nel mezzo, cento dipendenti messi in cassa integrazione a zero ore, in attesa che gli azionisti si mettano d’accordo su cosa fare di quella che è una delle librerie più grandi d’Europa, con oltre 500mila volumi a catalogo.

Una crisi che viene da lontano

Ma sarebbe miope fermarsi al caso Hoepli, per quanto doloroso. La verità è che Hoepli è solo l’ultima, illustre vittima di una moria silenziosa che sta decimando le librerie italiane da anni. I numeri sono brutali: secondo dati AIE, tra il 2015 e il 2020 in Italia hanno chiuso oltre 2.300 librerie. E il trend non si è invertito. Anche a Milano, dove pure si concentra quasi il 60% del mercato editoriale nazionale, stanno chiudendo realtà storiche: la Libreria dei Ragazzi, dopo 55 anni di attività, ha abbassato le saracinesche l’anno passato.

Le librerie indipendenti sono quelle che soffrono di più. Nei primi quattro mesi del 2025, il mercato del libro ha perso il 3,6% in valore, ma le librerie indipendenti hanno registrato un calo del 7%. Quasi il doppio.

Alla base di questa emorragia ci sono due problemi interconnessi. Il primo: in Italia si legge sempre meno. Solo il 40% della popolazione sopra i sei anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno (dati Istat 2023). Peggio: secondo Eurostat, l’Italia è terzultima in Europa per numero di lettori – solo il 35,4% degli italiani sopra i 16 anni legge, contro una media europea del 52,8%. Siamo davanti solo a Cipro e Romania, ma lontanissimi dai paesi nordici dove si superano abbondantemente il 70%.

Il secondo problema è ancora più insidioso: chi legge, compra sempre più online. Durante il Covid, le vendite online sono schizzate dal 26,7% al 47% del mercato totale. Oggi si sono stabilizzate intorno al 40-41%, ma è un dato enorme. E quando si dice “online”, si dice sostanzialmente Amazon, che domina questo spazio con una quota schiacciante.

Il paradosso della democrazia culturale

Qui sta il paradosso: Amazon e gli altri colossi dell’e-commerce hanno certamente democratizzato l’accesso ai libri. Chi vive in un paese senza librerie, chi cerca un titolo fuori catalogo, chi ha difficoltà a muoversi – tutti possono ora ordinare un libro con un clic e riceverlo a casa in poche ore. È innegabile, ed è un progresso.

Ma a quale prezzo? Perché la comodità dell’e-commerce nasconde una concorrenza profondamente squilibrata. Le librerie fisiche devono sostenere costi che Amazon può scaricare: affitti, personale qualificato, bollette, tasse locali. E devono competere con un algoritmo che ti propone il libro “perfetto” basandosi su milioni di acquisti precedenti, contro il consiglio del libraio che conosce te, i tuoi gusti, le tue esigenze.

Perché, diciamolo chiaramente: una libreria non è solo un negozio. È un presidio culturale, un luogo di scoperta, un filtro contro l’omologazione. Il libraio è quel “mediatore culturale” che ti fa scoprire un autore che non conoscevi, che ti sconsiglia un libro nonostante sia in classifica, che crea eventi e presentazioni che tengono viva la comunità letteraria di un territorio.

Tutto questo l’algoritmo non lo può fare. L’algoritmo ti propone quello che hai già dimostrato di volere, ti rinchiude in una bolla di conferma. La libreria fisica ti espone alla casualità, alla scoperta, all’imprevisto. Ti fa camminare tra gli scaffali e trovare un libro che non cercavi ma che cambierà il tuo modo di pensare.

Il modello francese: si può fare

C’è chi ha capito che questo squilibrio va corretto. La Francia, per esempio, ha una rete di 3.500 librerie indipendenti che vendono circa metà dei libri del paese. Come ci riesce? Con una strategia molto chiara di protezione del libro come “bene culturale non commerciale”.

Dal 1981, la “legge Lang” vieta sconti superiori al 5% sul prezzo di copertina. Questo impedisce le guerre di prezzo che favoriscono i grandi player. Ma il vero colpo di genio è arrivato nel 2021 con la “legge Darcos”: dal 2023, chiunque venda libri online in Francia deve applicare una tariffa minima di spedizione di 3 euro per ordini sotto i 35 euro. Obiettivo: eliminare il vantaggio competitivo sleale della spedizione gratuita o quasi (Amazon in Francia applicava 0,01 euro, aggirando la legge del 2014).

Amazon ha protestato, ovviamente, sostenendo che avrebbe danneggiato i lettori delle aree rurali senza librerie. Ma i dati raccontano un’altra storia: il mercato principale di Amazon sono i grandi centri urbani, dove le librerie ci sono eccome. La legge Darcos non nega l’accesso ai libri, riequilibra una concorrenza distorta.

I risultati? La rete delle librerie francesi ha resistito meglio di quella italiana. Non è la soluzione definitiva, ma è un segnale politico chiaro: il libro non è un prodotto come gli altri, e le librerie hanno un valore sociale che va difeso.

Una proposta per l’Italia

È tempo che anche l’Italia faccia lo stesso. La mia proposta è semplice e diretta: introdurre una tassa sulle vendite online di libri dei grandi operatori – principalmente Amazon – il cui gettito vada a finanziare un fondo di sostegno per le librerie.

Non si tratta di proteggere rendite di posizione o di negare i benefici dell’e-commerce. Si tratta di riconoscere che le librerie fisiche svolgono una funzione che va oltre la vendita: formazione del gusto, educazione alla lettura, presidio culturale nei quartieri, animazione di comunità. Sono servizi pubblici in mano privata, e come tali meritano un sostegno.

Il fondo potrebbe funzionare su più livelli:

a) Contributi diretti alle librerie che organizzano eventi culturali, presentazioni, incontri con autori – tutte attività che Amazon non fa e non farà mai.

b) Sostegno agli affitti per librerie situate in zone a rischio spopolamento culturale, come i centri storici abbandonati o le periferie.

c) Formazione professionale per librai, per renderli sempre più competitivi come “consulenti culturali” in grado di competere con l’algoritmo.

d) Incentivi fiscali per chi acquista nelle librerie fisiche, magari sotto forma di tax credit culturale.

So bene che questa proposta può sembrare contraddittoria. Io stesso, come molti altri autori self-publishing, vendo quasi esclusivamente online, spesso proprio su Amazon. Una tassa sulle vendite digitali potrebbe danneggiare anche noi, autori indipendenti che nell’e-commerce abbiamo trovato l’unica via per raggiungere i lettori senza passare per l’editoria tradizionale. È un problema reale, e non va ignorato.

Ma proprio qui sta il punto: il fondo potrebbe essere la soluzione anche per noi. Immaginate che parte delle risorse venga utilizzata per creare all’interno delle librerie fisiche delle “sezioni self“, spazi dedicati agli autori indipendenti. Non libri suggeriti dall’algoritmo di Amazon sulla base delle vendite o del budget pubblicitario, ma opere selezionate e consigliate dai librai stessi, che le scelgono perché le hanno lette, apprezzate, ritenute di qualità.

Sarebbe una rivoluzione. Oggi l’ecosistema self-publishing è dominato dalla logica della quantità: chi pubblica di più, chi investe di più in advertising, chi sa giocare meglio con le keyword di Amazon emerge. La qualità è un fattore, certo, ma secondario rispetto alla capacità di fare marketing. Una “sezione self” curata dai librai cambierebbe tutto: improvvisamente conterebbe la scrittura, non il budget pubblicitario. Conterebbe il giudizio di un professionista della lettura, non l’algoritmo.

Non è un’idea astratta. Il Salone Internazionale del Libro di Torino ha creato cinque anni fa un’area dedicata agli autori autopubblicati, riconoscendo la dignità letteraria del self-publishing. E funziona: quest’anno parteciperò anch’io come autore selezionato con la mia opera Roman e Gwenny, la prova che quando c’è una selezione basata sulla qualità e non sul budget pubblicitario, gli autori indipendenti possono emergere. Se il più importante evento editoriale italiano ha fatto questo passo, perché le librerie non dovrebbero seguire? I tempi sono maturi per un salto di qualità.

Certo, non tutti saranno d’accordo. Gli editori tradizionali potrebbero vedere le “sezioni self” come una minaccia. Ma qui sta il paradosso: molti di quegli stessi editori controllano catene di librerie. Mondadori, Feltrinelli, Giunti… Se davvero credono nella qualità letteraria, perché non dare spazio anche ai talenti che emergono fuori dai loro cataloghi? O forse il problema è proprio questo: che il controllo verticale dell’editoria – dall’autore al punto vendita – soffoca la biodiversità culturale che una libreria dovrebbe invece garantire?

E questo creerebbe un circolo virtuoso. Gli autori self avrebbero un incentivo fortissimo a migliorare la propria scrittura, perché saprebbero che esiste uno spazio fisico dove i loro libri possono essere giudicati per quello che sono, non per quanti soldi hanno speso in pubblicità. Le librerie, dal canto loro, acquisirebbero un ruolo nuovo: non solo custodi della letteratura tradizionale, ma anche scopritori di talenti emergenti. Mediatori tra il caos dell’autopubblicazione e il lettore che cerca qualità.

Sì, probabilmente qualcuno venderebbe meno copie online. Ma in cambio avremmo qualcosa di molto più prezioso: un sistema che premia davvero la qualità della scrittura, che offre visibilità agli autori meritevoli anche se non hanno budget per il marketing, che riporta al centro il giudizio umano contro la tirannia dell’algoritmo. Non è forse questo il vero spirito dell’autopubblicazione? Dare voce a chi ha talento ma non ha agganci nell’editoria tradizionale?

La cifra della tassa andrebbe calibrata con attenzione: deve essere abbastanza alta da generare risorse significative, ma non così alta da strangolare l’e-commerce o penalizzare eccessivamente i lettori. L’importante è il principio: chi vende libri online senza sostenere i costi del presidio territoriale contribuisce a un fondo che finanzia chi quei costi li sostiene – e che, in cambio, diventa ponte tra autori emergenti e lettori esigenti.

Un paese che non legge è un paese che non pensa

Qualcuno obietterà: ma perché dovremmo proteggere le librerie quando il vero problema è che gli italiani non leggono? È vero, il calo dei lettori è il problema primario. Ma le due cose sono connesse. Un paese con meno librerie è un paese con meno occasioni di incontro con i libri, meno eventi culturali, meno stimoli alla lettura. È un circolo vizioso.

La Francia ha capito che difendere le librerie significa difendere la lettura. Non è un caso che lì si legga molto più che da noi: il 62% dei francesi legge almeno un libro all’anno, contro il nostro 40%. E non è un caso che abbiano 3.500 librerie indipendenti, contro le nostre sempre meno numerose.

Il divario Nord-Sud, poi, rende la questione ancora più urgente. Al Sud e nelle Isole si vendono meno del 20% dei libri italiani, nonostante rappresentino ben più del 20% della popolazione. E non è un problema di soldi: è un problema di infrastrutture. Al Meridione ci sono il 30% in meno di librerie rispetto alla media nazionale. Meno librerie significa meno cultura visibile, meno occasioni, meno stimoli. E il gap si allarga.

Se chiude Hoepli, chiude un pezzo di noi

Torniamo a Hoepli. Se il 25 febbraio dovesse davvero arrivare la liquidazione, Milano perderà molto più di una libreria. Perderà un simbolo, un punto di riferimento, un luogo dove generazioni di studenti, professionisti, curiosi hanno trovato risposte, ispirazione, scoperte. Perderà un pezzo della propria identità culturale.

Ma soprattutto, se non facciamo nulla, Hoepli sarà solo la prima di una lunga serie. Altre librerie storiche chiuderanno, altre città si impoveriranno culturalmente, altri quartieri perderanno i loro presidi di cultura. E quando avremo finito di chiudere tutte le librerie indipendenti, quando avremo lasciato il mercato del libro interamente nelle mani di Amazon e di pochi grandi player, ci accorgeremo – forse troppo tardi – di aver perso qualcosa di prezioso.

Non si tratta di tornare al passato o di negare i benefici della tecnologia. Si tratta di trovare un equilibrio, di riconoscere che alcune cose hanno un valore che va oltre il profitto. Le librerie sono una di queste cose. E se lo Stato francese ha capito che vale la pena difenderle, perché noi non dovremmo?

La cultura non è un mercato come gli altri. I libri non sono scatolette di fagioli. E le librerie non sono supermarket. Sono luoghi dell’anima, della scoperta, del pensiero critico. Sono, in una parola, democrazia. E la democrazia, talvolta, va difesa anche dal mercato.

È ora di agire. Prima che sia troppo tardi.