
23 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini
Terza giornata, e il Meeting comincia già a mostrare quella stratificazione di sguardi che lo rende unico: geopolitica e Bibbia, teologia e musica, nello stesso pomeriggio. Le parole di Papa Leone XIV pronunciate sabato nel grande auditorium continuano a rimbalzare da un incontro all’altro, come un basso continuo che tiene insieme discorsi molto diversi tra loro. Provo a raccontare la domenica attraverso quattro appuntamenti che, messi vicini, dicono qualcosa di più della somma delle loro parti.
I padroni del mondo: un pianeta senza più consenso
Bernhard Scholz ha aperto l’incontro con Monica Maggioni, Stefano Lucchini e Luciano Violante partendo proprio dal discorso di Papa Leone del giorno prima, quel passaggio in cui il Pontefice chiedeva di liberare la convivenza dal sospetto, la tecnologia e la finanza dai «business della morte», e di disarmare uno sviluppo tecnologico quando diventa pervasivo e distruttivo. Un’esortazione impegnativa, si è detto dal palco, perché chiama in causa la responsabilità di ciascuno prima ancora che quella dei governi.
Luciano Violante ha ricostruito con lucidità il passaggio che stiamo vivendo: il diritto internazionale, fondato sul consenso tra le parti, si regge da decenni sul contrappeso di un Occidente liberal-democratico compatto. Oggi quel consenso è saltato: gli Stati Uniti guardano all'”emisfero occidentale” escludendo di fatto l’Europa dal proprio orizzonte strategico, mentre l’Unione Europea resta, ha detto Violante, «l’unico continente liberal-democratico al mondo» e per questo bersaglio tanto di Trump quanto di Putin, sebbene per ragioni opposte.
Monica Maggioni ha spostato lo sguardo sulla tecnologia come «driving force» sottostante a ogni altra lettura geopolitica: la guerra dei dazi, i conflitti per le materie prime, persino la guerra tra Russia e Ucraina combattuta ormai con droni su una striscia di terra dove non c’è più un soldato. Ha raccontato un’intervista fatta di persona a Yoshua Bengio, uno dei tre padri dell’intelligenza artificiale, che le aveva anticipato mesi fa scenari poi puntualmente verificatisi: sistemi che sfuggono al controllo dei propri creatori, e soprattutto il rischio, definito da Bengio «meno estremo ma molto più probabile», che uno o due Paesi usino l’intelligenza artificiale per svuotare la democrazia e controllare l’opinione pubblica del resto del mondo.
Stefano Lucchini ha richiamato un dato che dà la misura delle cose: il valore delle cinque maggiori aziende digitali supera il PIL complessivo delle cinque economie più sviluppate d’Europa. Ha insistito sul fatto che la vera partita, oggi, si gioca sulla separazione tra potere politico e potere digitale, chiamando in causa un episodio inquietante raccontato in sala: quattro dirigenti di grandi aziende tecnologiche che a giugno hanno giurato fedeltà all’esercito americano, un cortocircuito tra Silicon Valley e Pentagono che rischia di rendere il potere politico onnisciente sui cittadini e i cittadini ciechi sul potere.
Il passaggio più personale, però, è arrivato quando Violante ha parlato del rapporto tra democrazia e religione: le regole, da sole, non bastano a tenere in piedi una democrazia, serve una spinta morale. Ha contrapposto l’uso strumentale della fede – la preghiera evangelica per Trump, le parole del patriarca Kirill su Putin – a una religiosità autentica capace di dare fondamento etico alla convivenza. Un discorso che il Meeting, per sua natura, non poteva che accogliere con particolare attenzione.
A chiudere, una nota di speranza che mi ha colpito: alla domanda su chi siano davvero, oggi, i padroni del mondo, la risposta più bella è arrivata quasi in coda, quasi en passant – sono i giovani, se sapremo dare loro gli strumenti per essere consapevoli. Un incontro denso, a tratti severo, ma che lascia in mano qualcosa di preciso: la parola chiave, ripetuta più volte, è consapevolezza.
Gli amori nella Bibbia: un amore che non si può comandare
Cambio di registro totale nell’incontro con Stefano Alberto e Joseph Weiler, appuntamento che al Meeting è ormai un piccolo classico. Weiler ha proposto un percorso spiazzante: non una definizione dell’amore, ma un attraversamento dei suoi tipi nella Scrittura, a partire da un paradosso che ha tenuto la sala sospesa per tutto l’incontro. Come si può comandare un’emozione? «Ama il tuo Signore» è il primo comandamento, eppure nessuno può imporsi di provare un sentimento, così come nessun genitore può ordinare a un figlio di innamorarsi. E come si può, poi, amare un’entità trascendente che non corrisponde a nessuna nostra esperienza sensibile?

La risposta di Weiler passa per il concetto di immanenza: il Dio che l’uomo può amare non è il Dio trascendente e inconoscibile, ma il Dio dei momenti in cui si è reso presente – il Sinai e la Torah nell’Antico Testamento, l’incarnazione nel Nuovo. È proprio l’incarnazione, ha sostenuto, a rendere possibile un amore diverso, individuale ed emozionale: un Gesù che piange per la morte di Lazzaro introduce nella relazione tra Dio e uomo una tenerezza che l’Antico Testamento, con il suo amore più collettivo verso il popolo, non conosceva.
La parte più sorprendente della lezione è arrivata quando Weiler ha attraversato, uno dopo l’altro, i grandi amori romantici della Bibbia – Adamo ed Eva, Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele, fino a Davide – per mostrare come siano quasi sempre asimmetrici, complicati, segnati da inganno o addirittura da violenza, mai pienamente reciproci come vorremmo immaginare. Un’ipotesi di lavoro, l’ha definita lui stesso con onestà intellettuale, ma capace di aprire una domanda che è rimasta a lungo nell’aria: che l’amore pieno, quello che dura, la Bibbia lo custodisca soprattutto nella relazione tra l’uomo e Dio.
Stefano Alberto ha chiuso richiamando il versetto di Geremia che don Giussani amava citare – un Dio che dice di amare di amore eterno, e per questo continua ad attirare a sé anche chi si sente niente – e la celebre immagine di un Dio mendicante del cuore dell’uomo. Sono uscito da questo incontro, come mi capita quasi ogni anno con Weiler, con più domande di quante ne avessi all’ingresso: il segno, credo, che l’incontro ha fatto il suo lavoro.
Cristiani nel mondo: nasce la nuova Communio in lingua italiana
Un annuncio, più che un dibattito: don Paolo Prosperi, monsignor Massimo Camisasca, René Roux e Marco Lamanna – quest’ultimo in rappresentanza di Elio Guerriero, assente per cause di forza maggiore – hanno presentato al Meeting la rinascita, in edizione svizzero-italiana, della rivista teologica Communio, chiusa in Italia dal 2012. Fondata nel 1972 da tre giganti della teologia del Novecento, Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger e Henri de Lubach, in un momento di grande confusione post-conciliare, Communio nacque per essere insieme voce fedele alla tradizione della Chiesa e interlocutrice coraggiosa della cultura del proprio tempo.

Monsignor Camisasca, che da giovane vicino a don Giussani visse da testimone diretto quella stagione, ha offerto la riflessione più densa dell’incontro: se negli anni Settanta la sfida era colmare una distanza abissale tra verità e bellezza, oggi il compito è diverso – accompagnare un popolo cristiano che si è «sbrindellato», fatto ormai di piccoli «praticelli di erba nuova» sparsi dentro e fuori i movimenti, in parrocchie e monasteri, che vivono non di appartenenza istituzionale ma di un istinto di verità da custodire e maturare.
Marco Lamanna ha portato la voce di Elio Guerriero, tra i protagonisti della prima Communio italiana, con alcuni ricordi gustosi – la trattativa per tradurre in italiano l’opera omnia di von Balthasar, de Lubach e Ratzinger – e con una raccomandazione che Ratzinger stesso gli affidò dopo la chiusura della rivista: non dimenticarsi di Communio, custodirne lo spirito. René Roux, che dirigerà la nuova edizione, ha raccontato con understatement il percorso quasi casuale che ha portato al progetto, nato da una conversazione tra amici e approdato, dopo l’incontro con l’associazione internazionale a Parigi, a un primo numero zero già disponibile allo stand della rivista qui in Fiera.
Un incontro di nicchia, forse, ma che racconta bene un tratto tipico del Meeting: la capacità di far ripartire, con pazienza e senza clamore, cose che sembravano chiuse per sempre.
La sera: Caccamo e l’omaggio a Battiato
A chiudere la giornata, lo spettacolo serale di Giovanni Caccamo con la Sicily Symphony Orchestra diretta dal maestro Luigi Sferrazza: “L’alba dentro l’imbrunire”, un concerto-viaggio attraverso dieci anni di carriera che ha ripercorso i brani più significativi dei suoi primi quattro album e alcune delle canzoni scritte per altri interpreti, prima di dedicare l’intera seconda parte a Franco Battiato, suo maestro e mentore. Un pubblico foltissimo e un applauso lungo, sincero, di quelli che al Meeting capitano quando la musica riesce davvero a intrecciarsi con lo spirito della giornata.
Chiudo questa terza giornata con la sensazione, ancora una volta, che il Meeting funzioni proprio così: mettendo nello stesso pomeriggio i padroni del mondo e gli amori della Bibbia, la geopolitica più cruda e la tenerezza di un Dio che piange, e lasciando a ciascuno il compito di tenere insieme i pezzi.
A presto, ancora da Rimini.