
24 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini
Ci sono giornate al Meeting che sembrano fatte apposta per tenere insieme registri lontanissimi tra loro: la contemplazione silenziosa di una mostra e il fragore di un dibattito geopolitico, la biografia di una mistica del Novecento e le domande molto concrete di un genitore che non sa più come parlare a suo figlio dodicenne. La giornata di lunedì 24 agosto è stata così: un continuo passaggio di registro, tenuto insieme dallo stesso filo di sempre, quello di un titolo – “L’amor che move il sole e l’altre stelle” – che continua a chiedere, sotto forme diverse, se esista davvero una forza capace di orientare le cose.
Tre volti, tre modi di cercare Dio
Ho dedicato il pomeriggio e la sera a un giro tra le mostre, che quest’anno – come sempre – restituiscono in immagini e pannelli quello che i convegni faticano a dire con le parole. Mi hanno colpito in particolare tre percorsi molto diversi tra loro, ma accomunati da uno stesso filo: quello della ricerca interiore.
“Madeleine Delbrêl. Strade di città, sentieri di Dio” racconta la vicenda di una figura poco conosciuta in Italia ma straordinaria: poetessa, scrittrice, assistente sociale, mistica – si definiva lei stessa “missionaria senza battello” – vissuta in Francia tra il 1904 e il 1964. Il cardinal Martini la definì una delle più grandi mistiche del Novecento, e Papa Francesco l’ha proclamata venerabile nel 2018. Colpisce, ripercorrendo la mostra, la sua capacità di tenere insieme cose che sembrano opposte: l’assoluto di Dio e la prossimità concreta verso ogni persona, un’obbedienza che accetta il rischio della sottomissione ma che è insieme coraggiosa e intraprendente, un umorismo che non si prende sul serio pur prendendo sul serio Dio.

Tutt’altro registro, ma stessa intensità, in “Søren Kierkegaard. L’amore, la nascita, il silenzio, la gioia”, che ripercorre l’itinerario filosofico-esistenziale del pensatore danese attraverso gli occhi di un suo lettore d’eccezione, il giovane pittore paesaggista Johan Thomas Lundbye. È un espediente che funziona: la figura del lettore appassionato, alla disperata ricerca del senso della propria esistenza, permette a chi visita di immedesimarsi e di riflettere sui grandi temi kierkegaardiani – la singolarità, il sé, l’interiorità – in un cammino che dalla disperazione procede verso la possibilità della fede, intesa come amore, silenzio e infine gioia.

Ho chiuso il giro con “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova. Agostino di Ippona”, curata da Costanza Penna e Monica Scholz-Zappa. Anche qui il percorso è pensato come immedesimazione: la ricerca incessante della Verità che ha attraversato la vita di Agostino, fatta di domande, cadute, lotte interiori, ma anche di incontri e amicizie, fino alla conversione e alla testimonianza come vescovo di Ippona. Agostino – recita un pannello che mi è rimasto impresso – siamo noi, giovani e meno giovani: la sua vicenda resta un’occasione per guardare alla propria vita da una prospettiva insieme originale e originaria.

Israele-Palestina: esiste un’alternativa al conflitto?
Il primo dei due incontri che voglio raccontare con più calma è quello, densissimo, moderato da Bernhard Scholz con Olivier Roy e Joseph Weiler, dedicato alla domanda più difficile del nostro tempo: esiste un orizzonte di speranza nel conflitto israelo-palestinese? Non una soluzione per domani, ha precisato subito Scholz, ma un orizzonte di speranza.
Joseph Weiler ha aperto invitando a un discernimento che rifugga la polarizzazione: chi critica i palestinesi non è automaticamente fascista, chi critica il governo israeliano non è automaticamente antisemita. Ha ribadito, quarantacinque anni dopo un suo libro giovanile che proponeva già allora la soluzione dei due Stati, di non vedere altra via che il reciproco riconoscimento del diritto all’autodeterminazione di israeliani e palestinesi – pur ammettendo che questa soluzione sia oggi meno praticabile di un tempo. Ha citato, con un certo umorismo amaro, l’esperienza della riconciliazione franco-tedesca dopo la Seconda guerra mondiale come prova che anche da un odio di secoli si può ripartire, se c’è volontà politica.
Olivier Roy ha invece ricostruito le radici storiche del conflitto, mostrando come sia sionismo sia nazionalismo palestinese siano nati, alle origini, come movimenti prevalentemente laici, e come la componente religiosa – i due millenarismi, ebraico e islamista – sia diventata centrale solo a partire dagli anni Ottanta, rendendo i negoziati ancora più complessi. Sul piano geopolitico, Roy ha parlato di un vero e proprio crollo del “fronte del rifiuto” arabo dopo la caduta del regime di Assad in Siria, e di un mondo arabo oggi frammentato, in cui ogni Stato persegue i propri interessi senza più coalizioni ideologiche.
Entrambi hanno convenuto sulla mancanza, oggi, di una leadership credibile da entrambe le parti, e su un ruolo americano privo di una strategia chiara. Eppure il tono complessivo dell’incontro non è stato di rassegnazione: Weiler ha richiamato la paura e la stanchezza di guerra come possibili leve positive, capaci – come già accaduto in passato con protagonisti insospettabili come Begin o Sharon – di produrre inattesi “momenti di conversione” politica. Roy ha chiuso indicando nella resilienza delle popolazioni civili, che continuano a ricostruire nonostante tutto, l’unico vero segnale di speranza concreta in questo momento.
Compagni di viaggio nell’età della tempesta
Il secondo incontro l’ho seguito di persona, ed è stato tra i più utili e concreti di questa edizione: “Compagni di viaggio nell’età della tempesta: la preadolescenza”, con Alberto Pellai e Annamaria Ballerini, moderati da Paola Bergamini per Tracce.

Pellai ha aperto descrivendo la preadolescenza come un’età dominata da due “motori” cerebrali che viaggiano a velocità diverse: quello emotivo, che con la pubertà si scatena improvvisamente potentissimo, e quello cognitivo, che matura molto più lentamente, fino ai diciotto anni. Ne nasce quello che ha chiamato l'”effetto Mustang”: una voglia scalpitante di andare, esplorare, scoprire, senza però la capacità di darsi da soli il limite necessario per farlo in sicurezza. Da qui la sfida educativa: garantire ai ragazzi nuove esperienze senza lasciarli soli davanti a rischi che non sanno ancora valutare.
Annamaria Ballerini ha raccontato la stessa trasformazione dal punto di vista dei ragazzi, richiamando l’etimologia di “adolescente” – participio presente di crescere, in contrapposizione ad “adulto”, participio passato – e l’immagine, che le è cara, del “dramma del gambero” di Françoise Dolto: il preadolescente che abbandona il vecchio carapace resta per un tempo scoperto e vulnerabile, prima che il nuovo guscio si formi. Un’immagine che rende bene il disagio, ma anche la necessità, di quel passaggio.
Molto ho trovato illuminante il passaggio sull’esperienza: Pellai ha parlato di un’intera generazione a cui è stato tolto, quasi inavvertitamente, il bisogno di portare il proprio corpo fuori nel mondo, sostituito da un’esperienza “decorporeizzata” vissuta attraverso lo smartphone – con conseguenze, ha detto, sui peggiori indicatori di salute mentale degli ultimi ottant’anni. Ballerini ha aggiunto, richiamando Hannah Arendt e Leopardi, che perché un’attività diventi davvero esperienza serve un tempo di sedimentazione, di pensiero su ciò che è accaduto – tempo che l’ipervelocità della vita digitale sembra aver eroso.
L’incontro si è chiuso sul tema della libertà, con Pellai che ha citato il film “Gioia mia” di Margherita Spampinato per raccontare cosa significhi essere un adulto che accompagna senza imporre, e Ballerini che ha ricordato come, dietro il bisogno dichiarato di “fare quello che si vuole”, i ragazzi cerchino in realtà la certezza che qualcuno li aspetti dentro il recinto, quando decidono di rientrarci. Un incontro che parla a genitori, insegnanti, educatori – e, credo, a chiunque abbia a cuore che cosa stiamo costruendo per chi viene dopo di noi.
Una giornata, tanti registri
Guardando indietro a questa quarta giornata, mi resta la sensazione – non nuova, ma sempre sorprendente – che il Meeting sappia tenere insieme mondi che altrove restano separati: la mistica di Madeleine Delbrêl e la geopolitica del Medio Oriente, l’interiorità di Kierkegaard e le domande molto pratiche di un genitore alle prese con un figlio tredicenne. È forse proprio questo il senso di un titolo come quello di quest’anno: un amore capace di muovere, davvero, cose così diverse.
A presto, ancora da Rimini.