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Meeting di Rimini 2026: penultima giornata, tra Diotima, un amore antico e le stelle

25 agosto 2026 | 47ª edizione | Fiera di Rimini

Il Meeting volge ormai verso la fine, e questa penultima giornata l’ho vissuta quasi interamente immerso nella bellezza: quella raccontata da Platone duemilaquattrocento anni fa, e quella custodita nelle mostre che ho visitato nel pomeriggio. Un filo, in realtà, le lega tutte: lo stesso filo che dà il titolo a questa edizione.

Ecco vedrà d’un tratto la bellezza eterna

Alle 15 ho assistito al reading dal Simposio di Platone, curato da Zetesis, con l’elaborazione del testo di Mariapina Dragonetti, Lucia Prestipino e Giulia Regoliosi, la regia di Cristina Milesi e le voci di Roberto Longo, Letizia Antonini, Samuele Giuliani ed Emanuele Sclarandi, accompagnate dal flauto di Silvia De Frè.

Il “ridotto” – come lo hanno chiamato gli stessi curatori – metteva in scena il racconto che Apollodoro fa all’Amico del simposio a casa di Agatone: gli elogi ad Amore pronunciati da Fedro, Erissimaco, Aristofane e Agatone, fino al confronto serrato tra Socrate e Agatone, e poi al racconto che Socrate fa del proprio dialogo con la sacerdotessa Diotima. È lei, nella messa in scena, a condurre Socrate – e con lui il pubblico – a rivedere tutto ciò che credeva di sapere sull’amore: non un dio perfetto e bello, ma un demone a metà strada fra il mortale e l’immortale, figlio di Poros e Penia, sempre bisognoso e sempre in cerca. Un amore che non possiede la bellezza, ma la desidera; e che proprio per questo può farsi scala – dai corpi belli alle anime belle, dalle anime belle alle belle azioni e istituzioni, fino a quella bellezza “che sempre è, e non nasce né perisce” di cui parla Diotima nel momento più alto del dialogo.

Chiudeva la rappresentazione l’arrivo di Alcibiade, ubriaco e tracotante, con il suo elogio paradossale di Socrate – il sileno che nasconde dentro sé statuette d’oro – e la confessione di essere stato “morso” dai discorsi del filosofo. Un finale che lascia la domanda aperta più che chiusa: come nota l’Amico nel testo, è “una questione di libertà” saper percorrere fino in fondo la scala intravista.

Difficile non pensare, ascoltando quelle parole, al verso dantesco che dà il titolo a questa edizione: prima ancora di Dante, un uomo pagano si era già chiesto se esistesse un amore capace di muovere ogni cosa verso l’alto.

Le mostre del pomeriggio

Terminato il reading, mi sono dedicato alle mostre rimanenti, tra cui quattro che mi hanno colpito in modo particolare.

A Tale of Love and Fate – La storia di Beren e Lúthien racconta, attraverso tavole in bianco e nero realizzate da un gruppo di appassionati di Tolkien, la storia d’amore tra l’uomo mortale Beren e l’elfa Lúthien. Come spiegano i curatori, narrare oggi questa fiaba antica in un mondo piagato da crisi e guerre è un invito a interrogarsi se esista ancora un Amore capace di “muovere il sole e le altre stelle” – la stessa domanda che attraversa l’intera edizione.

Wonder Bound – Incantati dalla meraviglia, nata dalla collaborazione tra la Specola Vaticana, la Johns Hopkins University e lo Space Telescope Science Institute, espone dodici pannelli con alcune delle immagini più spettacolari catturate dai telescopi Hubble e James Webb – tra cui gli iconici Cosmic Cliffs – commentate dagli scienziati che hanno condotto quelle ricerche. Un percorso che celebra il senso di meraviglia e la tensione alla scoperta che spingono l’uomo a guardare verso l’alto, letteralmente, verso le stelle del titolo.

Molto intensa anche la mostra dedicata all’Ecce Homo di Antonello da Messina, la piccola tavola – appena venti per quindici centimetri – recentemente acquisita dallo Stato italiano dopo una lunga permanenza in collezioni private. Dipinta su entrambi i lati tra il 1460 e il 1465, raffigura da una parte il Cristo della Passione, il volto rivolto verso chi guarda in un dialogo silenzioso che annulla ogni distanza, e dall’altra un San Girolamo penitente. Un’opera nata per la devozione privata, che oggi torna finalmente visibile al pubblico.

Ho chiuso il giro con la mostra dedicata a Clare Crockett, la giovane suora dell’Ordine delle Serve del Focolare della Madre, morta a trentatré anni nel terremoto che colpì l’Ecuador il 16 aprile 2016. “Avevo tutto quello che il mondo dice che ti rende felice, ma dentro ero vuota. Solo quando ho incontrato Cristo ho capito cos’è la vera gioia”: parole sue, raccontate attraverso l’abbondante materiale video e fotografico raccolto dai curatori, che hanno scelto di lasciare che fosse lei stessa, quasi “in diretta”, a narrare la propria storia.

Un solo filo

Guardando indietro a questa giornata, mi colpisce quanto tutto – Diotima e la sua scala verso il bello, Beren e Lúthien, le stelle di Hubble e Webb, il volto silenzioso dell’Ecce Homo, il sorriso di Clare Crockett – torni sempre alla stessa domanda che il titolo di quest’anno pone fin dall’inizio: esiste un amore capace di muovere davvero ogni cosa? Ogni voce ascoltata oggi, a modo suo, ha provato a rispondere di sì.

Domani si chiude questa 47ª edizione. Ve ne racconterò nel prossimo articolo.

A presto, ancora da Rimini.

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