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Meeting di Rimini 2025: un’eredità di bellezza e libertà

Appena concluso, il Meeting di Rimini già ci manca. Sei giorni intensi, ricchi di incontri, dibattiti, mostre, volti nuovi e amici ritrovati: un appuntamento che, ogni anno, riesce sempre a sorprendere e a rinnovare.

Tra i tantissimi eventi di questa edizione, alcuni mi sono rimasti particolarmente impressi. Il convegno d’apertura, “Madri per la pace”, ha portato sul palco due donne straordinarie: una madre musulmana di Betlemme che ha perso un figlio, e una madre israeliana, il cui figlio, soldato, è stato ucciso il 7 ottobre 2023. Un incontro profondamente umano e toccante.

Il 23 agosto, S.E. Mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim e presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, ha guidato una riflessione sul titolo di quest’anno: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Un invito a non arrendersi, a creare anche laddove tutto sembra sterile.

Il giorno seguente, il 24 agosto, un momento molto interessante con alcuni protagonisti del terzo settore e il Cardinal Zuppi ha messo in luce le potenzialità delle sinergie tra società civile e istituzioni. Un dialogo concreto, denso di prospettive.

Da non dimenticare poi l’incontro sull’intelligenza artificiale, “Intelligenza artificiale e futuro dell’uomo: tra deserto digitale e nuove costruzioni”. Un tema attualissimo affrontato con uno sguardo critico e orientato al bene dell’uomo.

Le mostre? Quest’anno erano tredici, tutte bellissime e visitate con entusiasmo. Sul canale ufficiale del Meeting trovate video, interviste ai curatori e approfondimenti che meritano di essere rivisti con calma.

È difficile condensare in poche righe un evento che ha registrato oltre 800.000 presenze, ospitato 150 convegni con circa 550 relatori da tutto il mondo e portato in scena 17 spettacoli culturali. Ma una cosa voglio dirla.

Ciò che mi porto via da questa edizione sono i volti degli amici, vecchi e nuovi, le conversazioni, gli sguardi sinceri, la bellezza di uno spazio gratuito e autenticamente libero dove ci si può confrontare, imparare, crescere. Quest’anno, in particolare, mi ha colpito la presenza di persone che venivano al Meeting per la prima volta. Vederle entusiaste, coinvolte, colpite dalla stessa bellezza che io conosco da anni, mi ha fatto riscoprire con occhi nuovi ciò che, forse, stavo iniziando a dare per scontato. Il Meeting è anche questo: un luogo che continua a generare stupore, ogni volta come fosse la prima.

Sì, gratuito: non si paga nulla per accedere agli incontri o visitare le mostre, e tutto è reso possibile grazie all’impegno di oltre 3.000 volontari, di cui il 60% ha meno di 30 anni. È anche questo a rendere il Meeting un’esperienza unica, generativa, capace di accendere il desiderio di bellezza che poi ti accompagna per tutto l’anno.

Un invito: nei prossimi mesi, quando avrete un momento libero, andate sul canale YouTube del Meeting. Scegliete un video a caso – un’intervista, una conferenza, una mostra – e lasciatevi ispirare. Perché il bello serve, è utile: ci aiuta a camminare con fiducia nella vita.

Non sarà l’unico articolo che dedicherò a questa edizione: ci sono tanti spunti che meritano di essere approfonditi. Intanto vi lascio con alcune “facce da Meeting” 2025 e vi do appuntamento già alla prossima edizione, in programma dal 21 al 26 agosto 2026, con un titolo che è già tutto un programma: “L’amor che move il sole e l’altre stelle.”

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Se non credi in Dio, in chi credi?

La persistenza della memoria di Salvador Dalì – 1931

1. Introduzione: La domanda che divide e unisce

“Se Dio non esiste, tutto è permesso”: questo il pensiero di Dostoevskij raccontato ne I fratelli Karamazov. Un concetto che colpisce come una lama, perché non parla solo di fede ma di senso. Oggi, in un tempo in cui tanti si dichiarano atei, agnostici o “spirituali ma non religiosi”, la domanda resta: quando Dio non è più il centro, chi o cosa prende il suo posto? Non è un’accusa, ma un invito: guardarsi dentro e chiedersi in cosa, davvero, riponiamo la nostra fiducia.


L’isola dei morti di Arnold Böcklin – 1880

2. Il bisogno umano di credere

Immagina un bambino che ascolta una fiaba alla sera. Non è solo intrattenimento: quella storia lo aiuta a dare forma alle sue paure, a sognare, a capire chi è. Da adulti non smettiamo di avere bisogno di storie. Cambiano i nomi, cambiano i simboli, ma il cuore resta lo stesso: l’uomo è, come diceva Cassireranimal symbolicum. Vive di miti, ideali, narrazioni.

Freud vedeva nei miti la proiezione dei conflitti inconsci, Jung li leggeva come archetipi che emergono dall’inconscio collettivo. Massimo Diana ricorda che i racconti arcaici – fiabe, saghe, leggende – non sono favole innocue, ma strumenti che plasmano la nostra crescita interiore. Per questo, anche in una società secolarizzata, i miti non scompaiono: si trasformano.


3. Quando Dio non è il riferimento

Già gli antichi ci hanno provato: Epicuro insegnava che gli dèi non si curano di noi, Teodoro di Cirene arrivò a negarne l’esistenza. Nell’Illuminismo la ragione prese il posto della rivelazione: Voltaire sosteneva che “se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, più per ordine sociale che per fede.

Nel Novecento, Sartre e Camus hanno aperto la strada di un’esistenza senza Dio: se non c’è un progetto prestabilito, siamo noi a dover inventare il senso della vita. L’ateismo moderno non è assenza di valori, ma fondazione autonoma. È l’uomo che diventa, nel bene e nel male, creatore di sé stesso.


L’urlo di Edvard Munch – 1893

4. Nuovi “dei” e nuove credenze

Quando un altare cade, se ne costruisce un altro. Oggi molti affidano la loro fede a:

  • La scienza, vista come bussola assoluta. Ma se diventa dogma, smette di essere ricerca e diventa religione mascherata.
  • La politica, che spesso assume tratti da fede secolare, con i suoi leader venerati e i suoi nemici assoluti.
  • La tecnologia, nuovo mito salvifico: promette immortalità, progresso infinito, controllo totale.
  • L’umanesimo laico, che mette al centro l’uomo e la sua autorealizzazione.

Queste nuove credenze, in fondo, funzionano come i miti di un tempo: raccontano da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo. Sono storie collettive che alimentano speranza e danno identità.


5. Credere in se stessi (e oltre)

“Abbi fiducia in te stesso”, scriveva Emerson, invitando a seguire la propria voce interiore. La psicologia moderna lo conferma: credere nella propria capacità aumenta le probabilità di riuscire. Ma c’è un rischio: se tutto dipende da noi, il fallimento diventa una colpa insopportabile, e l’egocentrismo una gabbia.

È qui che interviene la voce di Luigi Giussani. Nel suo Il senso religioso, ricordava che l’uomo è segnato da una sete che nessun successo personale colma. Il cuore umano è strutturalmente aperto al Mistero. La sete di giustizia, amore e felicità è infinita: e proprio questa sproporzione costituisce il “senso religioso”. Credere, per Giussani, non è chiudersi in sé stessi, ma aprirsi a quell’oltre che abita dentro di noi.


Sopra la città di Marc Chagall – 1918

6. E noi su cosa facciamo affidamento?

Forse la domanda iniziale non vuole una risposta definitiva, ma un cammino. C’è chi si affida alla scienza, chi alla politica, chi a se stesso, chi a un’energia cosmica senza nome. Ma dietro tutto questo resta intatto il bisogno di senso. È il filo che lega i miti antichi e le credenze moderne, Freud e Jung, Emerson e Giussani.

Allora “Se non credi in Dio, in chi credi?” diventa un invito a non accontentarsi. A non fermarsi alle risposte immediate, ma ad ascoltare quel desiderio più grande che pulsa dentro ognuno di noi.


7. Conclusione: Un invito a un’esperienza viva del senso religioso

Abbiamo visto come l’uomo non smetta mai di credere: che sia Dio, la scienza, la politica o se stesso, sempre cerca un orizzonte simbolico. Questo desiderio, che Giussani chiamava “senso religioso”, non è un’aggiunta, ma una struttura originaria dell’umano.

Se questo articolo ti ha coinvolto, provato, interrogato, forse vale la pena farsi una domanda in più: cosa significa vivere tutto questo in prima persona, non solo come spettatori del proprio cuore, ma come membri di una comunità in cammino?

Tra pochi giorni — dal 22 al 27 agosto 2025 — a Rimini si terrà il Meeting per l’amicizia fra i popoli: un festival che da oltre quarant’anni apre alla cultura, al dialogo, all’incontro tra persone di fedi, idee e orizzonti diversi. 
Il titolo di quest’anno è eloquente: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi” — parole che risuonano come un invito vivente alla responsabilità, al senso, alla ricostruzione di ciò che è umano.

Questo evento è fatto di incontri, mostre, tavole rotonde, di testimonianze, arte e comunità. È il luogo dove il desiderio di bellezza, di verità, di giustizia — quel “senso religioso” che non si sopprime — viene messo in gioco con semplicità e concretezza.

Perché il punto non è avere già la risposta, ma avere il coraggio di cercarla.

Ti lascio con una sfida: non restare spettatore. Vieni, guarda, ascolta. Vivi un pezzo di estate che parla di senso. Perché a volte basta un incontro inaspettato per accendere una luce: è proprio lì che comincia qualcosa di nuovo.

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Una settimana per tutta la famiglia

Quando siamo tornati al Meeting con i nostri figli, dopo dieci anni di pausa, ci siamo chiesti se ce l’avremmo fatta.
Tutto quel movimento, gli incontri, la confusione…
E invece è stata una delle decisioni più belle che abbiamo preso.

Il Meeting non è pensato solo per gli adulti, o per chi “cerca risposte alte”. È uno spazio che abbraccia tutti, e questo lo si capisce subito appena si mette piede nel Villaggio Ragazzi.

Ogni anno, questo spazio si trasforma in un piccolo mondo dove i bambini possono scoprire, giocare, costruire, ridere, ascoltare storie — e senza nemmeno accorgersene, toccare qualcosa di grande.
Ricordo una mostra su Gaudí fatta per i più piccoli: tra colori, forme e costruzioni, i miei figli hanno intuito che la bellezza può nascere dalla fede e dalla creatività.
Oppure quella sui Cavalieri della Tavola Rotonda: tra giochi e racconti, si parlava di coraggio, amicizia, giustizia. Temi eterni, presentati in modo coinvolgente.

Non è intrattenimento fine a sé stesso. È un’esperienza che educa senza pesare, che lascia tracce.
Ogni giorno i nostri figli tornavano con occhi pieni di novità. E noi con loro.

Ma il bello del Meeting in famiglia non è solo nel programma. È nella vita che si respira insieme: si mangia seduti su una panchina, si corre da un padiglione all’altro, si fa la fila per una mostra, si incontra gente che parla con i tuoi figli come fossero amici.
È una scuola di apertura, di stupore, di ascolto.
E ogni volta che torniamo a casa, ci scopriamo più uniti. Perché il Meeting è anche questo: una settimana in cui, senza quasi volerlo, ci si ritrova come famiglia.

Per me, è diventato un appuntamento irrinunciabile, anche per loro. Anche se adesso sono cresciuti. Perché si rimane sempre genitori, come si rimane sempre figli.
E il bello è che ogni anno scopriamo qualcosa di nuovo — dentro e fuori di noi.

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Cose belle che accadono solo al Meeting

Ogni anno, al Meeting, mi accorgo che accadono cose che altrove sembrano impossibili.
Non parlo solo dei convegni o delle mostre, ma di quella atmosfera inconfondibile in cui ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo sembra portare dentro qualcosa di più grande.

È un luogo dove, per qualche giorno, si può vivere con uno sguardo diverso.
Dove le differenze non dividono, ma incuriosiscono. Dove si può discutere con rispetto, ascoltare con attenzione, incontrare davvero l’altro — anche se la pensa diversamente.

Come quella volta, nel 2018, con Veronica Cantero Burroni.
Aveva solo sedici anni. Arrivava dall’Argentina, con una sedia a rotelle, cinque romanzi pubblicati e una forza d’animo fuori dal comune.
Parlava del suo libro, Il ladro di ombre, ma in realtà raccontava molto di più: la sua vita, la sua fede, il suo modo di affrontare la disabilità come un dono — non una croce, ma una condizione che le permette di guardare il mondo con più profondità.

Diceva: «Essere felice non è avere un cielo senza tempesta, ma trovare speranza e forza nelle battaglie».
Parlava con semplicità e libertà. Ma in quel pomeriggio, tra ragazzi e adulti, è successo qualcosa. Un silenzio pieno, una commozione vera. Era come se, attraverso la sua voce, tutti potessimo intuire che la felicità non è assenza di dolore, ma presenza di senso.

Anche questo è il Meeting.

Oppure ricordo Italia Giacca, incontrata al Meeting nel 2015 in occasione della mostra sull’esodo dei Giuliano-Dalmati.
Una donna forte, dallo sguardo fermo e pieno di luce. Parlava con sobrietà, ma ogni parola era intrisa di verità vissuta.
Non portava rancore, ma memoria. Non cercava compassione, ma comprensione.

Raccontava l’esilio vissuto da bambina, il dolore di chi ha dovuto lasciare la propria terra per rimanere fedele alla propria identità.
Non c’era vittimismo, né enfasi. Solo il peso dignitoso di una storia che non si può dimenticare, e che continua a interpellare anche oggi.

Diceva: “Abbiamo lasciato tutto, ma non ci siamo mai lasciati andare.”
In lei c’era la forza silenziosa di chi ha conosciuto il distacco, ma ha saputo trasformarlo in apertura.
Non ho mai dimenticato quella testimonianza.
Era come una radice che affonda nella terra perduta e, allo stesso tempo, un ramo che si protende verso chiunque voglia ascoltare.

Anche questo è il Meeting: un luogo dove la storia si fa carne, volto, racconto.
E dove incontri persone come Italia, che con la sola presenza ti insegnano cosa significa restare umani, anche nel dolore.

Uno degli incontri che non dimenticherò mai è stato quello con Fabrice Hadjadj al Meeting del 2011, in un’aula gremita di curiosi. Fin dal primo istante colpiva per il suo modo di parlare: serio ma mai pesante, ironico ma profondamente rigoroso. Era evidente che dietro ogni battuta c’era una ricerca autentica della verità.

Al Meeting, si è fatto ascoltare con un approccio sorprendente: raccontava la bellezza della tradizione cristiana, la profondità del desiderio umano, il limite del corpo e la fragilità della nostra esistenza… ma con leggerezza e libertà. Non un discorso astratto, ma uno che ti sfiora: “Il desiderio… la carne… il limite” non erano temi lontani, ma parole che ti restavano dentro, perché dicevano qualcosa di te .

Fabrice Hadjadj è per me la testimonianza vivente di un pensiero appassionato e non conformista, capace di combinare profondità teologica, bellezza filosofica e ironia esistenziale. È uno di quei “mattoni nuovi” che ti restano dentro per costruire in un modo diverso, più vero.

E tutto questo — incontri, spettacoli, testimonianze — avviene in mezzo a volontari sorridenti, famiglie con bambini, giovani in cerca, anziani attenti.
Un popolo in cammino. Un’umanità diversa, possibile.

Sono cose che accadono solo lì.
E ogni volta che torno a casa dal Meeting, mi porto via qualcosa che non so sempre spiegare, ma che sento vero: uno sguardo più aperto, un cuore più vivo, un desiderio rinnovato.

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Costruire nel deserto: il titolo del Meeting 2025

“Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi.”
È il titolo dell’edizione 2025 del Meeting di Rimini. Un verso tratto dai Cori da “La Rocca” di T.S. Eliot. E, come spesso accade con i titoli del Meeting, non è uno slogan: è una sfida.

Viviamo tempi in cui molti “luoghi deserti” ci circondano. Non si tratta solo di paesaggi fisici, ma soprattutto di spazi interiori e sociali: la solitudine, il disincanto, il senso di smarrimento che spesso accompagna il nostro vivere quotidiano; le relazioni che si fanno fragili, il lavoro che perde senso, la realtà che appare arida e opaca.
Sono deserti silenziosi, ma profondi. Eppure, proprio lì può nascere qualcosa di nuovo.

Il titolo di quest’anno ci ricorda che il deserto non è la fine, ma un inizio possibile.
È lì che siamo chiamati a costruire — con mattoni nuovi. Non con vecchie soluzioni, non con strategie di potere o tecnocrazie senz’anima, ma con gratitudine, libertà e desiderio di bene.

Questo spirito si ritrova con forza anche nelle mostre del Meeting 2025, che toccano temi attualissimi:
– la testimonianza coraggiosa di uomini come Vasilij Grossman,
– la freschezza della fede di Carlo Acutis,
– la fedeltà silenziosa dei martiri di Tibhirine,
– figure come San Francesco o il banchiere visionario Amadeo Giannini,
– la sfida dell’innovazione e del lavoro in contesti di crisi,
– la riscoperta della bellezza nell’arte romanica, nella fotografia contemporanea e persino nei materiali scientifici del futuro.

Tra questi percorsi, mi hanno colpito in particolare due figure, lontane tra loro per tempo e contesto, ma vicine per profondità e testimonianza.

Vasilij Grossman, scrittore e giornalista sovietico, ha vissuto in prima linea i grandi drammi del Novecento: la Seconda guerra mondiale, la Shoah, il totalitarismo.
Ha raccontato tutto questo con uno sguardo umano, libero, spesso scomodo per il regime. Il suo romanzo Vita e destino fu sequestrato dal KGB, ma oggi è considerato un capolavoro.
Grossman ha attraversato l’orrore senza cedere al cinismo, cercando in ogni frammento di storia una scintilla di verità, di bene, di giustizia.
È uno che ha costruito — con parole, con memoria, con coscienza — in mezzo al deserto del terrore e della censura.

Carlo Acutis, invece, è un ragazzo del nostro tempo.
Classe 1991, vissuto solo 15 anni, è stato capace di vivere la fede con semplicità e passione in piena era digitale.
Amava la tecnologia, i videogiochi, internet. Ma più di tutto amava l’Eucaristia, che chiamava “la mia autostrada per il cielo”.
Ha creato un sito per far conoscere i miracoli eucaristici nel mondo, perché nessuno dimenticasse che Gesù è presente.
Un ragazzo come tanti, ma con una luce dentro. Un mattone nuovo, fragile e potente, nella costruzione di un mondo più vero.

E poi ci sono le esperienze che commuovono: la disabilità vissuta in famiglia con dignità e amore, la memoria del dramma ucraino, la forza della riconciliazione in tempi di guerra.

Tutte queste mostre raccontano storie vere, che mostrano come si possa davvero ricostruire anche dove tutto sembra perduto. Mattoni nuovi, appunto: relazioni autentiche, progetti generosi, uno sguardo pieno di speranza.

Il Meeting 2025 non sarà solo un insieme di incontri. Sarà un cammino tra testimoni, un laboratorio di fiducia nel futuro, dove chiunque può riscoprire la propria vocazione a costruire, a prendersi cura, a non cedere al deserto.

Io ci sarò. E tu?

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Perché ogni anno torno al Meeting di Rimini

La prima volta che ho messo piede al Meeting di Rimini dev’essere stato nel 1985 o 1986. Avevo circa vent’anni, ed ero in cerca. In cerca di qualcosa che ancora non sapevo definire, ma che sentivo mancarmi: uno sguardo più ampio sul mondo, una compagnia sincera nel vivere le domande di sempre, un luogo dove la realtà non fosse un peso ma una promessa.

Ricordo l’atmosfera fin da subito: intensa, piena, diversa. Le giornate scorrevano tra incontri inaspettati, parole che ti rimanevano dentro, mostre che sembravano parlare direttamente alla tua vita. E soprattutto persone. Persone di ogni età, provenienza, lingua, cultura. Era come trovarsi, all’improvviso, nel cuore pulsante dell’umanità. Come se per qualche giorno, in quel pezzo di Fiera, il mondo intero si fosse dato appuntamento per cercare insieme ciò che conta davvero.

Da allora, ho sempre portato il Meeting dentro di me, anche nei periodi in cui non riuscivo ad andarci. Quando sono nati i miei figli, io e mia moglie Paola abbiamo fatto una pausa di dieci anni. Non ce la sentivamo di affrontare una settimana così “intensa” con bambini così piccoli. Ma la nostalgia era forte. Ogni estate, quando arrivavano le giornate di agosto, sentivo che mi mancava qualcosa.

Poi, appena possibile, ci siamo tornati. Tutti insieme. Ed è stato ancora più bello. Perché con la mia famiglia accanto, quelle giornate sono diventate occasione di crescita condivisa, di sguardi che si incrociano davanti a una mostra, di domande che si riaccendono ascoltando una testimonianza. E da allora, non ho più smesso.

Ogni anno, quando organizzo le ferie, c’è una settimana che non si tocca: quella del Meeting. Lo considero un appuntamento con la mia umanità. Un tempo privilegiato in cui rimettere a fuoco le cose essenziali, lasciarmi provocare, respirare un’aria diversa. Non importa quanto sia stanco, confuso o distratto: torno sempre da lì con il cuore più leggero e il passo più deciso.

Ogni volta che varco l’ingresso della Fiera, provo lo stesso stupore di quella prima volta. E ogni volta torno a casa con qualcosa di nuovo. Un volto, un’idea, un dolore condiviso, una speranza rilanciata. È come se ogni anno il Meeting mi aiutasse a cominciare di nuovo, a vivere con più consapevolezza i dodici mesi successivi.

Per questo comincio oggi una piccola serie di post. Non per spiegare cos’è “il Meeting” in generale, ma per raccontare cosa significa per me.

Il titolo del Meeting 2025 è:
“Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”

Un verso di T.S. Eliot che ci invita a non arrenderci di fronte al vuoto e alla fatica del presente. È un invito a scoprire che proprio nei momenti più aridi della storia può nascere qualcosa di nuovo: relazioni vere, cura del bene comune, lavoro creativo, iniziative che danno speranza.

Costruire non con illusioni di potere o strategie fredde, ma con gratitudine e libertà, valorizzando tutto ciò che abbiamo ricevuto. È così che si colmano i deserti: non da soli, ma insieme, riscoprendo il desiderio di condividere il cammino verso ciò che è vero, buono e giusto.

Il Meeting offre ogni anno questa possibilità. Ed io non riesco a farne a meno.